Lo stage come porta d’ingresso
L’elemento determinante, per chi cerca lavoro, è aver già avuto esperienze sul campo, anche brevi ma significative. Lo stage è diventato la strada più efficace per entrare in azienda. Un’indagine condotta all’epoca da Gidp, l’Associazione direttori risorse umane, insieme al sito di recruitment Monster.it, su un campione di 106 medie e grandi aziende e 1010 neolaureati, aveva fotografato bene il fenomeno: su 100 proposte di lavoro, 29 erano offerte di stage e tirocini, contro il 19% di contratti a tempo determinato. I contratti a tempo indeterminato venivano proposti solo al 15% dei ragazzi, mentre crescevano i contratti a progetto.
Già allora emergeva una distorsione. “In Italia si fa un uso distorto dello stage”, denunciava un responsabile della formazione sindacale: “Lo stage viene spesso usato al posto dei contratti a termine, per rimpiazzare personale in ferie”. Un rischio che, a distanza di anni, resta attuale.
Che cos’è davvero un tirocinio formativo
Lo stage è un tirocinio formativo, all’epoca regolato dalla cosiddetta Legge Treu: una forma di collaborazione tra il giovane e l’azienda che rappresenta, per chi è al termine degli studi, la possibilità di svolgere un periodo di lavoro valido come solida esperienza, successivamente spendibile. Oltre a essere un momento in cui ci si mette in gioco e si cerca di imparare il più possibile, lo stage diventa un’occasione per fare marketing di sé stessi: ci si propone, ci si mette in vetrina, si mostrano le proprie caratteristiche migliori.
Soprattutto, dovrebbe favorire una conoscenza “intima” dell’azienda: la sua filosofia, il suo modus operandi, la gestione dei rapporti interni ed esterni. È un sapere che il lavoro a diretto contatto con il tutor trasmette e che lo studio teorico non può dare. Vivere l’azienda per entrare in azienda: questo è il grande valore aggiunto di un’esperienza di stage. Dal canto suo l’impresa, pur sostenendo dei costi iniziali per affiancare il giovane, potrà spesso contare, a costo quasi zero, su personale aggiuntivo.
Il paradosso dei requisiti
Oggi è molto difficile rispondere agli annunci di lavoro a causa dei requisiti richiesti: “Giovane, neolaureato, conoscenza di una, meglio due lingue straniere, con precedente esperienza lavorativa, meglio se internazionale”. Viene da chiedersi come uno studente possa disporre di tutto questo. Ecco che lo stage diventa, per molti, l’unica reale possibilità di costruirsi quell’esperienza che poi verrà richiesta.
Come dovrebbe funzionare (e come funziona)
La legge prevede un iter preciso per accogliere gli stagisti. Deve esserci un ente promotore (università, centro per l’impiego, provveditorato) che aiuti il diplomato o il laureato a trovare lo stage più adatto, anche se spesso è il futuro stagista a doversi cercare l’azienda e a metterla poi in contatto con la scuola. Lo stagista dovrebbe essere affiancato da due tutor: uno dell’ente promotore, preposto a verificare la validità dell’intervento formativo, e uno in azienda, che gli insegni le modalità operative per renderlo autonomo.
Nella realtà, però, i tutor sono talvolta figure fittizie: i controlli non vengono quasi mai effettuati e in azienda si finisce per richiedere le attività più disparate, senza un disegno preciso, comprese le classiche fotocopie. Lo stage può durare al massimo dodici mesi e gli stagisti possono essere inseriti in percentuale limitata rispetto ai dipendenti a tempo indeterminato. Va detto che, in una quota consistente di casi, il tirocinio si conclude comunque con un contratto di lavoro, spesso a progetto, a tempo determinato o interinale.
Quando lo stage diventa “patologico”
Il problema è che si può incorrere in uno stage “patologico”. In una fase economica all’insegna della flessibilità totale, non è raro veder rimbalzare un giovane da uno stage all’altro, talvolta nella stessa azienda, senza mai un vero sbocco. Lo “stagismo”, come è stato definito, rischia di diventare una condizione cronica che colpisce i giovani lavoratori in ogni campo.
Non a caso l'”esercito degli stagisti” è cresciuto ovunque. In Francia i giovani tirocinanti si sono coordinati su tutto il territorio attraverso un blog, arrivando persino a minacciare lo sciopero e a scendere in piazza a centinaia di migliaia. In Italia i ragazzi hanno dato vita in rete a iniziative ironiche ma eloquenti, come un sito pensato per calcolare le energie spese nelle ore non retribuite: poiché i soldi restano un miraggio, si poteva scoprire, compilando un modulo, a quante barrette di cioccolato si avrebbe “diritto” a fronte del proprio lavoro.
La formazione che manca
A fronte di questi aspetti negativi, va considerata anche la parte costruttiva dell’esperienza. La formazione a cui i giovani sono sottoposti riguarda però soprattutto le modalità operative: raramente si sviluppano competenze trasversali come il problem solving, la comunicazione interpersonale e il team building. È qui che emerge la scarsa interazione tra aziende e giovani: analizzando davvero i bisogni dei neolaureati, si scoprirebbe che è proprio su queste competenze che occorrerebbe lavorare.
Poiché la legge non obbliga le aziende a erogare un rimborso spese, una quota rilevante di stagisti non riceve alcun compenso. Dove viene corrisposto, si aggira su cifre modeste. I fattori che spingono i giovani ad accettare uno stage sono le prospettive di carriera e il contenuto del lavoro; ma quando in azienda non ci sono programmi formativi precisi né controlli, e mancano possibilità di crescita, i neolaureati se ne vanno altrove o, sempre più spesso, cercano esperienze all’estero. È bene ricordare, infine, che la formazione non coincide con il “corso di formazione”: il corso è solo lo strumento. Solo un processo strutturato di interventi, di cui sia ben chiara la finalità, porta vantaggi reali sia all’azienda sia allo stagista.
Domande frequenti
Che cos’è uno stage o tirocinio formativo?
È una forma di collaborazione tra un giovane e un’azienda, pensata per chi è al termine degli studi. Permette di svolgere un periodo di lavoro valido come esperienza concreta, a diretto contatto con un tutor, apprendendo ciò che lo studio teorico non può insegnare.
Lo stage porta davvero a un contratto?
In una quota significativa di casi sì: il tirocinio si conclude con un contratto, che può essere a progetto, a tempo determinato o interinale. Ma non è garantito, e in mancanza di crescita molti giovani cambiano azienda o cercano opportunità all’estero.
Cosa si intende per stage “patologico”?
È la situazione in cui un giovane viene fatto rimbalzare da uno stage all’altro, anche nella stessa azienda, senza mai ottenere un vero inserimento. Lo stage, in questi casi, diventa un modo per usare manodopera a basso costo invece che uno strumento formativo.
Gli stagisti hanno diritto a un compenso?
La normativa citata nell’articolo non obbligava le aziende a erogare un rimborso spese, e infatti molti stagisti non ricevevano nulla. Dove previsto, il compenso era modesto. La disciplina dei tirocini è poi cambiata nel tempo: è sempre bene verificare le regole attuali.
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