Il punto debole: la valutazione
Le prassi migliori prevedono misurazioni prima e dopo il training, con test d’ingresso e test finali, più un monitoraggio a medio e lungo termine per controllare i risultati diversi mesi dopo la conclusione del programma. Partendo però dall’assunto che nessuna misura di valutazione è perfetta e che tutte sono soggette a distorsioni di varia natura, va rilevato che nella maggior parte dei casi questi sistemi o non vengono applicati completamente, oppure lo sono su presupposti discutibili.
La fonte più comune è il test di gradimento compilato dai partecipanti ai vari moduli. È un buon indice della riuscita del corso sotto diversi profili, compresa la competenza emotiva dei docenti, ma dice poco o nulla sulla modificazione della prestazione lavorativa prima e dopo il training. Anzi, la ricerca dimostra che tra la soddisfazione espressa dai partecipanti e il loro effettivo miglioramento professionale non esiste alcuna correlazione.
Sapere non è saper fare
C’è una distinzione importante, ripresa da Daniel Goleman, tra conoscenza dichiarativa, cioè conoscere un concetto e i suoi dettagli tecnici, e conoscenza procedurale, cioè essere in grado di tradurre quei concetti in azione. La comprensione intellettuale di una competenza è probabilmente necessaria, ma da sola non basta a produrre un cambiamento del comportamento: il suo effetto sul reale miglioramento della prestazione è minimo. Come sintetizza Goleman, “un cambiamento profondo esige la riorganizzazione di abitudini di pensiero, sentimento e comportamento ben radicate”.
Questo vale in modo particolare per l’apprendimento delle competenze emotive, dove le abilità cognitive, su cui si basa il nostro comune sistema di acquisizione delle conoscenze, non bastano più. L’apprendimento emotivo richiede un cambiamento più profondo, anche a livello neurologico: l’indebolimento dell’abitudine preesistente, un processo di estinzione, e la sua sostituzione con una migliore.
Che cos’è l’intelligenza emotiva
Il concetto di competenze emotive si rifà a quello di intelligenza emotiva, elaborato dai ricercatori statunitensi Peter Salovey e John D. Mayer, che nel 1990 pubblicarono uno studio fondamentale intitolato proprio “Emotional Intelligence”. Si fonda su alcune competenze cardine, imprescindibili anche nel mondo del lavoro:
- Autoconsapevolezza
- Dominio di sé
- Motivazione
- Empatia
- Gestione delle relazioni
L’intelligenza emotiva descrive quindi abilità complementari ma distinte dall’intelligenza accademica, cioè dalle capacità puramente cognitive misurate dal QI. I due tipi di intelligenza esprimono l’attività di parti diverse del cervello: quella intellettuale si basa sulle elaborazioni della neocorteccia, gli strati superficiali e di più recente evoluzione; i centri emotivi si trovano invece in profondità, nelle regioni sottocorticali più antiche. L’intelligenza emotiva comporta il funzionamento integrato di questi centri con quelli intellettuali. Emozioni e pensieri, in realtà, non sono affatto separati come si crede: la cosa più importante è stabilire un equilibrio tra queste due parti di noi.
Non è dare sfogo alle emozioni
Secondo Salovey, l’intelligenza emotiva può essere vista come la capacità di percepire, comprendere e regolare i propri stati d’animo e le proprie emozioni, e le competenze emotive possono essere apprese tramite l’allenamento, l’approfondimento di casi pratici e la riflessione su esempi tratti dall’esperienza altrui. Studi recenti indicano che le capacità relazionali possono essere definite da un quoziente emotivo (QE) e che una parte molto rilevante della nostra performance ed efficacia personale è determinata proprio dall’intelligenza emotiva. Il che non significa dare libero sfogo alla propria emotività, ma essere consapevoli delle proprie emozioni e reazioni per ottenere più informazioni e prendere con maggiore lucidità decisioni importanti e complesse.
Verso un vero bilancio di competenze
Tornando al training, lo stesso “bilancio di competenze” dovrebbe rappresentare un percorso di valutazione della situazione attuale e potenziale del partecipante che non si limiti agli aspetti cognitivi appresi, ma diventi una tecnica di orientamento: uno strumento per aiutare a fare il punto su se stessi, rilevando capacità acquisite ed esperienze maturate anche in un’ottica relazionale ed emozionale.
Dato che la formazione è, o dovrebbe essere, una componente centrale e strategica della gestione del personale, la sua valutazione diventa altrettanto importante. Non è un compito facile, vista la natura sistemica e composita delle competenze cognitive e relazionali da sviluppare. Un punto di partenza è l’adeguatezza dei risultati agli obiettivi iniziali dell’intervento, sia per le organizzazioni sia per gli individui. Da lì si può passare a un’analisi obiettiva dell’impatto del processo sulla prestazione lavorativa, prima e dopo il training. Non è né facile né semplice, ma è di sicuro la strada migliore da percorrere.
Domande frequenti
Perché il test di gradimento non basta a valutare un corso?
Perché misura la soddisfazione dei partecipanti, non il loro reale miglioramento. La ricerca mostra che tra gradimento espresso e effettivo cambiamento della prestazione lavorativa non c’è correlazione: un corso può piacere molto e cambiare poco il comportamento.
Qual è la differenza tra conoscenza dichiarativa e procedurale?
La conoscenza dichiarativa è sapere un concetto e i suoi dettagli tecnici; quella procedurale è saperlo tradurre in azione. La prima è necessaria ma non sufficiente: da sola non modifica il comportamento, che richiede la riorganizzazione di abitudini radicate.
Cos’è l’intelligenza emotiva?
È la capacità di percepire, comprendere e regolare i propri stati d’animo ed emozioni. Elaborata da Salovey e Mayer nel 1990, si fonda su autoconsapevolezza, dominio di sé, motivazione, empatia e gestione delle relazioni, e integra centri cerebrali emotivi e intellettivi.
Le competenze emotive si possono imparare?
Sì, ma non come una nozione teorica. Richiedono un apprendimento più profondo, che indebolisce le abitudini emotive preesistenti e le sostituisce con altre migliori, attraverso allenamento, casi pratici e riflessione sull’esperienza.
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