Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Il mobbing

Il termine mobbing si è diffuso in Italia solo negli ultimi anni, ma il fenomeno è noto da tempo: si tratta di molestie, persecuzioni e violenze psicologiche sistematiche sul luogo di lavoro. Comprenderne le forme, gli studiosi che lo hanno descritto, le conseguenze sulla persona e sulla collettività e le possibili vie d’uscita è il […]

Psicolab — Il mobbing
Il termine mobbing si è diffuso in Italia solo negli ultimi anni, ma il fenomeno è noto da tempo: si tratta di molestie, persecuzioni e violenze psicologiche sistematiche sul luogo di lavoro. Comprenderne le forme, gli studiosi che lo hanno descritto, le conseguenze sulla persona e sulla collettività e le possibili vie d’uscita è il primo passo per affrontarlo, anche in un’ottica neuropsicofisiologica.

Che cos’è il mobbing

Dal punto di vista etimologico, il termine si fa risalire al latino “mobile vulgus”, movimento della gentaglia, e poi dall’inglese “to mob”, cioè assalire, aggredire. L’uso attuale deriva dagli etologi, gli studiosi del comportamento animale: Konrad Lorenz descriveva così il comportamento di aggressione del branco verso un animale isolato e di grossa taglia.

Il fenomeno a livello umano in realtà è noto da tempo e ora è stato identificato e studiato scientificamente. Si tratta di molestie, persecuzioni e violenze psicologiche sistematiche di uno o più colleghi (detti mobber) verso un loro collega (mobbed): in questo caso si parla di mobbing orizzontale. Quando invece la persecuzione viene dal capo verso un collaboratore si parla di mobbing verticale o bossing. Oggi si verifica anche il cosiddetto mobbing strategico od organizzativo, cioè usato dalle aziende per allontanare lavoratori in eccedenza o personale che crea problemi per vari motivi, inducendoli al licenziamento, alla malattia, all’isolamento.

Le forme del mobbing

Le forme che il mobbing assume sono diverse: si va dal demansionamento, con affidamento di mansioni inferiori a quelle stabilite, alla dequalificazione, cioè l’assegnazione di compiti che degradano la professionalità del lavoratore interessato, fino all’isolamento vero e proprio in locali appositi senza quasi alcun compito o con l’uso di scadenze continuamente rimandate con scuse di ogni genere. In altri casi si ricorre ad attacchi diretti o indiretti alla reputazione, a volte per invidia, rivalità, diversità di vedute, svalutazione dell’altro per rivalutare se stessi da parte di chi sente il bisogno di stare al di sopra degli altri, o per ottenere che la persona si stanchi o reagisca male, passando dalla parte del torto. Gli psicologi hanno identificato oltre 40 comportamenti diversi.

Gli studiosi e le ricerche

Heinz Leymann è stato il principale studioso internazionale sul tema e ha creato un questionario (LIPT) e un’enciclopedia presente su internet. Quest’autore ha configurato il mobbing come un disturbo che, per essere ritenuto patologico, deve durare almeno per 6 mesi e avvenire in media almeno una volta a settimana, dando luogo a conseguenze psicosomatiche o psicologiche e sociali notevoli.

Harald Ege, studioso tedesco che opera in Italia, ha fondato l’Associazione contro lo stress e il mobbing psicosociale (PRIMA) a Bologna e ha condotto la prima ricerca italiana sul mobbing (“I numeri del mobbing”, H. Ege, 1998), descrivendone 6 fasi: conflitto mirato, in cui si identifica la vittima; inizio del mobbing; primi sintomi psicosomatici; abusi dell’amministrazione; aggravamento della salute psicofisica; esclusione dal lavoro. Ege ha poi descritto il doppio mobbing, che avviene nella famiglia del mobbizzato: scaricando la tensione accumulata sulla famiglia, dopo un certo tempo si provoca una reazione di saturazione del sistema, che passa sulla difensiva e nella chiusura, con ulteriore sofferenza dell’interessato.

Diagnosi e conseguenze

In Italia la Clinica del Lavoro di Milano, negli ultimi anni sotto la direzione del dottor Gilioli, è divenuta il primo luogo istituzionale per le diagnosi di mobbing, mentre ora è possibile farle anche presso l’ASL RM/E di Roma, presso il centro anti-mobbing diretto dal dottor Pastore, dove pure molto numerose sono le richieste. Vengono riscontrate sintomatologie ansioso-depressive, disturbi dell’adattamento e disturbi psicosomatici. Altri studiosi descrivono casi più gravi, fino al disturbo post-traumatico da stress.

Naturalmente questo ha anche gravi conseguenze sociali ed economiche sulla collettività, oltre che sulla persona che lo subisce e sulla famiglia, costrette spesso a perdere un’entrata economica e ad aver bisogno di cure mediche o psicologiche e spesso di assistenza legale.

Iniziative istituzionali e associazioni

Il ministro della Sanità Veronesi aveva inserito il mobbing tra le emergenze nazionali principali e la stampa ne aveva dato ampio rilievo, ma poi non si era fatto molto di concreto oltre i convegni e alcuni numeri verdi sindacali. Diversi disegni di legge erano stati presentati nella scorsa legislatura, ma nessuno è stato approvato e il problema resta aperto. Da poco la Regione Lazio ha approvato una legge regionale sul mobbing, la prima in Italia, su proposta del presidente della Commissione Lavoro e Formazione Claudio Bucci. La legge istituisce un osservatorio regionale, promuove ricerche e formazione, prevede sportelli anti-mobbing con psicologi nelle ASL e la comunicazione al datore di lavoro. Hanno collaborato anche le altre associazioni dei mobbizzati, tra cui la MIMA, Movimento Italiano Mobbizzati.

Inoltre a Roma anche l’ISPESL, Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza sul Lavoro, ha da tempo attivato un numero di informazioni a cui numerosissime sono giunte le chiamate, creando gruppi di auto-aiuto con psicologi, curati dalla dottoressa Fattorini.

Una lettura neuropsicofisiologica

Dal punto di vista neuropsicofisiologico possiamo chiederci: è sufficiente tutto questo? Quali sono le cause e quali le possibili soluzioni, in un’ottica integrata del giusto possibile, via di mezzo tra un giusto ideale e l’attuale situazione, con 12 milioni di interessati in Europa e circa 2 milioni in Italia?

Per motivi evolutivi e ambientali si sviluppano all’interno del cervello meccanismi automatici, quali i condizionamenti, che in questo caso fanno sì che la persona abituata a comandare e ad abusare tragga da questo sicurezza ed energia per compensare carenze proprie. Dall’altra parte, chi subisce è condizionato dalla paura o dall’abitudine a reagire per sentirsi più sicuro, e non si valutano più oggettivamente le cose, chiedendosi cosa sia giusto o utile fare per tutti. Spesso non si agisce per tempo, chiarendo le cose o cercando un altro lavoro prima che la situazione degeneri, e i problemi eccessivi portano la persona a deprimersi e a cercare aiuto psicologico e assistenza legale con esiti incerti, essendo difficile portare prove del fatto e anche cercare lavoro in un’età spesso già avanzata.

Possibili vie d’uscita

Allora cosa si può fare? La conoscenza del cervello ci fa intravedere possibili vie d’uscita. Come tutte le grosse sofferenze, la perdita del lavoro può provocare un blocco dell’emisfero sinistro, veloce e schematico, e quindi aprire la possibilità all’emisfero destro, prima spesso latente perché più lento nell’elaborazione dell’informazione, che dà alla persona impulsi utili alla ricerca di soluzioni nuove, più creative e flessibili, e sviluppa sensibilità e comprensione. Questo processo è più facile se opportunamente aiutato da chi ne ha le competenze, con informazioni scientifiche e fisiologiche comunicate nel modo giusto, nel rispetto dell’attuale stato di evoluzione personale e della sofferenza vissuta.

Quindi anche la più difficile delle situazioni, se ben compresa e accettata, può dar vita a vie prima inaspettate, come la fuoriuscita o la riscoperta di talenti trascurati, di una nuova comprensione verso gli altri e di sensibilità, in persone prima spesso chiuse e portate a un giudizio veloce quando prevaleva l’emisfero sinistro del cervello, che cerca di primeggiare e avere il controllo di tutto. Altre volte si trattava di persone di valore, con prevalenza dell’emisfero destro ma con difficoltà a comunicare adeguatamente con chi detiene il potere, non conoscendo come funziona il cervello dell’altro e la comunicazione. Questo oggi può essere appreso da tutti grazie agli studi neuropsicofisiologici sulle funzioni superiori dell’encefalo (Trimarchi, 1982), sviluppando i lobi frontali nella loro capacità di valutazione e decisione cosciente e libera, e quindi un io cosciente in grado di guidare e gestire il comportamento della persona.

Domande frequenti

Che cosa significa esattamente mobbing?

Indica molestie, persecuzioni e violenze psicologiche sistematiche sul luogo di lavoro. Il termine deriva dall’inglese “to mob” (assalire) e fu usato dagli etologi per descrivere l’aggressione del branco verso un animale isolato. Si distingue tra mobbing orizzontale (tra colleghi), verticale o bossing (dal capo) e strategico od organizzativo (usato dall’azienda per indurre il lavoratore al licenziamento).

Quando il mobbing diventa un disturbo patologico?

Secondo Heinz Leymann, principale studioso internazionale del tema, il mobbing è considerato patologico quando dura almeno 6 mesi e si verifica in media almeno una volta a settimana, dando luogo a conseguenze psicosomatiche, psicologiche e sociali notevoli, come sintomatologie ansioso-depressive, disturbi dell’adattamento e, nei casi più gravi, disturbo post-traumatico da stress.

Quali sono le sei fasi del mobbing?

Secondo Harald Ege, autore della prima ricerca italiana sul tema, le fasi sono: conflitto mirato con identificazione della vittima, inizio del mobbing, primi sintomi psicosomatici, abusi dell’amministrazione, aggravamento della salute psicofisica ed esclusione dal lavoro. Ege ha inoltre descritto il doppio mobbing, che coinvolge anche la famiglia del mobbizzato.

Esiste una via d’uscita dal mobbing?

Sì. La conoscenza del cervello mostra come una situazione difficile, se compresa e accettata, possa attivare l’emisfero destro, più creativo e flessibile, aprendo a soluzioni nuove e alla riscoperta di talenti trascurati. Un aiuto competente, con informazioni scientifiche comunicate nel modo giusto, e lo sviluppo dei lobi frontali e di un io cosciente aiutano a guidare il proprio comportamento e a comunicare meglio anche con chi detiene il potere.

Il mobbing è una forma di violenza psicologica sistematica sul lavoro, oggi finalmente identificata e studiata: orizzontale, verticale o strategico, diventa patologico quando si protrae nel tempo e produce conseguenze psicosomatiche e sociali rilevanti. Accanto a diagnosi, associazioni e prime leggi regionali, la lettura neuropsicofisiologica indica una via d’uscita: comprendere il funzionamento del cervello permette di attivare risorse creative, sviluppare consapevolezza e trasformare anche la sofferenza in occasione di crescita.
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