Psico Wiki

Senso del sé, senso dell´altro

Il sé non è un dato che il bambino scopre, è una costruzione a cui lavora. Riconoscersi allo specchio, dire “io”, rifiutare un aiuto: sono tappe di uno stesso processo, quello con cui impariamo a essere insieme il soggetto che guarda e l’oggetto guardato. E mentre quel processo avanza, ne avanza un altro parallelo: la […]

Psicolab — Senso del sé, senso dell´altro
Il sé non è un dato che il bambino scopre, è una costruzione a cui lavora. Riconoscersi allo specchio, dire “io”, rifiutare un aiuto: sono tappe di uno stesso processo, quello con cui impariamo a essere insieme il soggetto che guarda e l’oggetto guardato. E mentre quel processo avanza, ne avanza un altro parallelo: la scoperta che anche gli altri sono un “io” per se stessi.

Il bambino come interprete della propria esperienza

I bambini elaborano attivamente le esperienze, e il loro comportamento è il tentativo di dare senso a ciò che accade. In ogni situazione acquisiscono dati, riflettono, analizzano le informazioni: la risposta che daranno è il risultato di questa valutazione, non un riflesso automatico.

Il concetto di sé svolge in tutto ciò una funzione precisa. Permette di adottare un punto di vista da cui osservare il mondo, di organizzare il comportamento, e di determinare le modalità con cui si costruisce la realtà e si cercano le esperienze utili a mantenere l’immagine che si ha di se stessi. È insieme una lente e un filtro: orienta ciò che vediamo e seleziona ciò che andiamo a cercare.

Questa doppia funzione spiega perché il sé tenda a confermarsi. Chi si percepisce capace cerca situazioni in cui la capacità possa mostrarsi, e ottenendo riscontri consolida la premessa da cui era partito. Il meccanismo funziona identico in direzione opposta, ed è questa simmetria a rendere le prime rappresentazioni di sé così importanti.

Io e me: la distinzione di William James

William James distinse tra io e me. L’io è il sé che apprende, che organizza e interpreta l’esperienza in modo soggettivo e continuo nel tempo: è il soggetto dell’atto conoscitivo, e per questo non può mai diventarne del tutto l’oggetto.

Il me è invece il sé come conosciuto, l’oggetto della nostra percezione quando contempliamo noi stessi. È il risultato degli sforzi di autoconsapevolezza, e comprende le categorie con cui ci descriviamo: l’età, il sesso, l’appartenenza. Ogni volta che pensiamo a noi stessi, l’io osserva il me, e l’osservatore rimane fuori dal quadro.

La distinzione non è un cavillo teorico. Nomina due operazioni psicologiche diverse, vivere l’esperienza e osservarsi mentre la si vive, e buona parte dello sviluppo infantile consiste nel far crescere la seconda accanto alla prima.

Sé esistenziale e sé categorico secondo Lewis

Su questa distinzione Lewis differenzia il sé esistenziale dal sé categorico. Il primo compare per primo e consiste nel sentirsi una persona distinta dalle altre e dotata di continuità nel tempo: io sono io, e sono lo stesso di ieri. Non richiede parole, né categorie: richiede soltanto la percezione di essere un centro di esperienza separato dal resto.

Il secondo è l’abilità di definirsi in termini categoriali, per età, sesso, dimensioni: io sono un bambino, sono piccolo, sono un maschio. Qui il bambino non si limita a sentirsi qualcuno, comincia a dire chi è.

Il passaggio dall’uno all’altro segna l’ingresso del sé nella dimensione sociale. Definirsi “grande” o “piccolo” significa già ricorrere a un vocabolario che appartiene al gruppo e non all’individuo: per collocarsi in una categoria bisogna sapere che esiste qualcun altro che sta nell’altra.

Come si riconosce il sé: le prove dello specchio

Se si osservano allo specchio, per riconoscersi i bambini possono ricorrere a due tipi di indizi. Gli indizi contingenti derivano dal fatto che l’immagine speculare si muove esattamente in sincronia con i propri movimenti: alzo la mano, la figura alza la mano. Gli indizi morfologici riguardano invece caratteristiche fisiche stabili, i lineamenti, l’aspetto.

I primi a essere usati sono naturalmente i contingenti, già a nove mesi, quando i piccoli manifestano un interesse maggiore per le proprie immagini. Il riconoscimento morfologico, che richiede di possedere una rappresentazione di come si è fatti indipendente dal movimento in corso, arriva più tardi ed è cognitivamente assai più impegnativo.

La sequenza dice qualcosa di preciso sull’ordine della costruzione: il bambino si scopre prima come agente e solo dopo come figura.

Il linguaggio e la disobbedienza come prove di sé

Dal secondo anno di vita il linguaggio diventa una fonte di prova del riconoscimento, attraverso l’uso degli autoriferimenti: “io”, “me”. Nominarsi richiede di essersi già distinti. Sono peraltro parole difficili, perché il loro riferimento cambia a seconda di chi parla: padroneggiarle implica aver capito che ciascuno è “io” per se stesso, e questa è già una conquista che riguarda tanto il sé quanto l’altro.

Vi è poi un indizio meno ovvio e più interessante. Il rifiuto dell’aiuto e la deliberata disobbedienza possono essere interpretati come segnali di autoaffermazione, e quindi come prova che un’organizzazione del sé è ormai presente. Il bambino che dice “faccio da solo” non sta soltanto ostacolando l’adulto: sta affermando l’esistenza di un soggetto capace di volere qualcosa di diverso.

Un sé costruito, e per questo parziale

Il sé emerge in forma implicita già nei primi mesi di vita, attraverso l’effetto dell’azione: la scoperta che il proprio comportamento può influire sugli oggetti e sugli altri. Se piango, qualcuno arriva; se spingo, l’oggetto si muove. Prima ancora di sapersi riconoscere, il bambino sperimenta di essere una causa, e questa esperienza di efficacia è la matrice di tutto il resto.

Il sé, però, rappresenta una nostra creazione, determinata da valori e preferenze personali. Ci permette di porre l’enfasi su alcuni aspetti più che su altri, e questo ci porta a un’immagine di noi stessi che risulta distorta se confrontata con quella che gli altri hanno di noi. La discrepanza non è un errore da correggere: è strutturale, perché nessuno vede se stesso dall’esterno.

Il concetto di sé implica aspetti cognitivi, è dinamico e viene continuamente modificato dall’autosservazione, dall’esperienza, dai successi e dai fallimenti. L’infanzia, a questo fine, rappresenta un periodo particolarmente sensibile: è allora che i materiali di quella costruzione vengono depositati, e che le prime distorsioni prendono forma stabile.

Il senso dell’altro: la faccia gemella dello stesso processo

Fin qui si è parlato del sé come se crescesse per conto proprio. Non è così. Riconoscersi come distinti implica riconoscere che esistono altri centri di esperienza, con punti di vista propri: le due consapevolezze avanzano insieme, e l’una è la condizione dell’altra.

Più il bambino coglie la propria prospettiva in quanto prospettiva, cioè come uno dei modi possibili di vedere le cose e non come la realtà stessa, più diventa capace di immaginare che altri ne abbiano una diversa. È il terreno su cui poggiano l’empatia e la competenza sociale. Il bambino che sa di essere un “io” può concepire che anche l’altro lo sia, e da lì muovere verso la comprensione degli stati mentali altrui.

Vista da questa angolatura, la disobbedienza del secondo anno smette di sembrare l’opposto della socialità e ne diventa il presupposto. Chi non ha un punto di vista non può decentrarsi da esso. L’opposizione e l’attenzione ai bisogni del compagno, che compaiono a distanza di anni, appartengono alla stessa storia evolutiva osservata da due lati.

Ne segue che il sé è, in un senso non retorico, socialmente costruito. Nasce dagli scambi, si alimenta del modo in cui gli adulti rispecchiano il bambino, e in nessun momento della vita può prescindere del tutto dal riferimento alle valutazioni altrui. Il rispecchiamento non è un dettaglio educativo tra i tanti: è un contributo diretto alla forma che il sé assumerà.

Domande frequenti

Qual è la differenza tra io e me secondo James?

L’io è il sé che conosce: organizza e interpreta l’esperienza in modo soggettivo e continuo. Il me è il sé conosciuto, cioè l’immagine che risulta quando contempliamo noi stessi, comprese le categorie di età, sesso e appartenenza.

Che cosa distingue il sé esistenziale dal sé categorico?

Il sé esistenziale compare per primo e consiste nel sentirsi una persona distinta dalle altre e continua nel tempo. Il sé categorico è la capacità, successiva, di definirsi attraverso categorie come l’età, il sesso e le dimensioni.

Come fa un bambino a riconoscersi allo specchio?

Dapprima attraverso indizi contingenti, cioè la corrispondenza tra i propri movimenti e quelli dell’immagine: accade già intorno ai nove mesi. Solo più tardi utilizza indizi morfologici, cioè caratteristiche fisiche stabili come i lineamenti.

Perché la disobbedienza è considerata un segno di sé?

Perché il rifiuto dell’aiuto e l’opposizione deliberata presuppongono un soggetto che vuole qualcosa di diverso da ciò che l’adulto propone. Sono forme di autoaffermazione, e come tali indicano che un’organizzazione del sé si è costituita.

Il senso di sé nasce prima come esperienza di essere una causa, poi come riconoscimento, infine come racconto. Ma resta sempre una costruzione parziale: essendo noi a costruirla, secondo i nostri valori e le nostre preferenze, l’immagine che ne ricaviamo non coincide con quella che gli altri hanno di noi. E poiché solo chi possiede un punto di vista può immaginare che ne esistano altri, il senso del sé e il senso dell’altro crescono insieme. L’infanzia è il periodo in cui questa costruzione è più malleabile, e quindi più esposta.
Resta aggiornato. Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere i prossimi approfondimenti via email. Presto saremo anche sui canali social: continua a seguirci.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *