Cosa proponeva il testo
L’autore, un professionista con lunga esperienza, riferiva di aver elaborato una serie di indici diagnostici ricavati dai punteggi della scala Wechsler per adulti nella versione allora in uso, informatizzandone il calcolo per l’impiego in valutazioni cliniche e peritali.
Gli indici elencati erano numerosi: disturbo borderline di personalità, schizofrenia, disturbo distimico, differenziazione tra disturbi dell’umore e psicotici, disturbo autistico, malattia di Alzheimer, deterioramento mentale, stima del livello intellettivo precedente a un evento e indice di possibile simulazione nei casi di trauma cranico.
Venivano inoltre richiamate la distinzione tra abilità fluide e cristallizzate e la ponderazione dei punteggi per fascia d’età.
Cosa lo strumento misura davvero
Le scale Wechsler sono strumenti validi e ampiamente usati per ciò per cui sono costruiti: stimare il funzionamento cognitivo confrontandolo con quello di un campione di riferimento della stessa età.
Il punteggio complessivo ha buone proprietà psicometriche: è stabile nel tempo e predice ragionevolmente alcuni esiti scolastici e lavorativi.
Alcuni degli elementi citati sono peraltro legittimi. La stima del funzionamento precedente a un evento (ricavata da variabili demografiche e da prove poco sensibili al danno) è una procedura riconosciuta in neuropsicologia. E la distinzione tra abilità fluide e cristallizzate ha solide basi teoriche.
Il problema: l’analisi del profilo
Gli indici descritti si basano su un procedimento noto come analisi del profilo: si osservano le differenze tra i punteggi ai singoli sottotest e si interpreta la loro configurazione come indizio di uno specifico quadro clinico.
È il punto su cui la ricerca psicometrica ha espresso un giudizio molto chiaro, e vale la pena spiegare perché.
L’attendibilità delle differenze
Ogni punteggio contiene un errore di misura. Quando si calcola la differenza tra due punteggi, gli errori non si annullano: si sommano.
Ne consegue che la differenza tra due sottotest è sempre meno attendibile di ciascuno dei due presi singolarmente. Costruire un indice su più differenze combinate significa moltiplicare quell’instabilità.
In pratica: la stessa persona, riesaminata a distanza di settimane, può mostrare un profilo diverso senza che nulla sia cambiato in lei.
La frequenza delle differenze
Il secondo problema è ancora più decisivo. Gli studi condotti sui campioni normativi (cioè su persone senza alcun disturbo) mostrano che ampie differenze tra sottotest sono comuni, non eccezionali.
Una differenza percepita come anomala è, in realtà, un fatto ordinario in buona parte della popolazione generale. Se un segno è tanto frequente in chi sta bene, non può distinguere chi non sta bene.
La verifica diretta
Il terzo elemento è quello conclusivo: le configurazioni di profilo associate a specifici quadri clinici sono state testate direttamente in numerosi studi e in rassegne sistematiche, e non hanno mostrato capacità discriminativa utile.
Il giudizio della letteratura psicometrica su questo procedimento è tra i più concordi della disciplina.
Perché l’idea sopravvive comunque
Merita una spiegazione, perché non si tratta di malafede.
Un clinico esperto vede molti casi e nota regolarità. Il problema è che nota soprattutto le corrispondenze: quando un profilo particolare compare in una persona con un certo quadro, l’associazione resta impressa; quando lo stesso profilo compare in qualcuno che non ha quel quadro, il caso non viene registrato come smentita.
Si aggiunge il fatto che chi somministra il test conosce quasi sempre altri elementi della storia della persona, e questo orienta l’interpretazione del profilo senza che se ne abbia consapevolezza.
È esattamente per superare questi limiti che esistono gli studi controllati, ed è ciò che li rende più affidabili di trent’anni di esperienza, per quanto ampia.
Il caso più delicato: l’uso peritale
Il testo dichiara di impiegare questi indici in valutazioni peritali. È l’aspetto che richiede maggiore fermezza.
In sede giudiziaria le conclusioni di un professionista incidono su decisioni che riguardano la libertà, la responsabilità e i diritti delle persone. Lo standard richiesto agli strumenti è quindi più severo, non meno.
Un indice privo di validazione può produrre entrambi gli errori: attribuire un disturbo a chi non ce l’ha, o escluderlo in chi ne ha bisogno.
Particolarmente critici sono due punti dell’elenco. La simulazione va valutata con strumenti costruiti e validati appositamente, che esistono, e non con indici ricavati da un test di intelligenza: sostenere che una persona stia fingendo, sulla base di una misura non validata, è un’affermazione dalle conseguenze pesanti. E la diagnosi di demenza richiede una valutazione neuropsicologica specifica, integrata con esami clinici e strumentali.
Come si arriva davvero a una diagnosi
Nessuna condizione psichica si diagnostica con un test cognitivo.
La diagnosi si fonda su un colloquio clinico condotto secondo criteri definiti, sulla storia della persona, sull’osservazione del funzionamento in più contesti e (quando servono) su strumenti specifici per quel quadro, oltre agli accertamenti medici necessari a escludere altre cause.
Il test cognitivo ha in tutto questo un ruolo reale e utile: descrive il profilo di funzionamento, indica dove una persona incontra difficoltà, orienta il sostegno. È un’informazione preziosa, e non ha bisogno di essere trasformata in altro.
Una nota sulla versione
Va infine ricordato che la versione descritta è superata: la scala è stata rivista due volte, e i punteggi calcolati su norme obsolete tendono a sovrastimare il funzionamento, un fenomeno noto legato all’innalzamento dei punteggi medi nel tempo.
Domande frequenti
Un test di intelligenza può diagnosticare un disturbo psichico?
No. Misura il funzionamento cognitivo rispetto a un campione di riferimento. La diagnosi si fonda su colloquio clinico, storia della persona, osservazione in più contesti e strumenti specifici.
Perché l’analisi delle differenze tra sottotest non funziona?
Per tre ragioni: gli errori di misura si sommano nelle differenze, ampie differenze sono comuni anche in chi sta bene, e le configurazioni proposte sono state testate senza mostrare capacità discriminativa.
Perché molti clinici esperti ci credono comunque?
Perché si notano le corrispondenze e non le smentite, e perché chi somministra il test conosce già altri elementi della storia, che orientano l’interpretazione senza consapevolezza.
A cosa serve allora un test cognitivo?
A descrivere il profilo di funzionamento: dove una persona incontra difficoltà e dove ha risorse. È un’informazione utile per orientare il sostegno, e non ha bisogno di essere trasformata in una diagnosi.