Perché proprio il rugby?
Quando si parla di formazione esperienziale e gestione delle risorse umane, spesso si teme che tutto si riduca a un momento aggregativo che “non lascia strumenti concreti”. Il rugby risponde proprio a questa esigenza: andare oltre il fare gruppo. Significa valorizzare ogni singola competenza e arrivare al risultato attraverso il miglioramento continuo dei singoli, la condivisione degli obiettivi e la sinergia.
Nel rugby, del resto, il risultato deriva dalla qualità del gioco, non è un fine in sé: arriva perché il gioco è di qualità. Ed è per questo che il rugby non è solo una metafora per “far passare” i soliti paradigmi manageriali. È azione: non si può “fare finta”, non si può temporeggiare, si vince solo se “ci si mette la faccia”. Per questo va inteso non come metafora, ma come modello da cui adottare strumenti concreti.
C’è bisogno di tutti (e tutti devono pensare)
Un principio affascinante: nel rugby c’è posto per tutti. Basti pensare alla enorme differenza fisica tra i quindici giocatori in campo, nessun altro sport valorizza così tanto la diversità. E c’è bisogno di tutti: nessuno può estraniarsi, sia quando ha la palla sia quando non ce l’ha, perché in ogni fase (conquista, possesso, avanzamento) serve l’intera squadra per andare in meta.
Ma non basta la presenza fisica: serve che tutti pensino. Gioco fisico, testa e cuore vanno di pari passo. È lo stesso principio dei modelli aziendali evoluti. Come sosteneva un maestro della Qualità, la sola intelligenza dei manager non basta più: occorre mobilitare tutte le risorse, anche intellettuali, di tutto il personale, perché le capacità umane si estendono quando ogni persona comincia a pensare. L’azienda moderna è modellata su leggerezza, rapidità, precisione e flessibilità, dove ognuno (dal direttore all’operaio) è il massimo esperto della propria attività e se ne assume la responsabilità.
Lezioni dal campo per l’azienda
Come la squadra di rugby, l’azienda lavora per processi. L’allenatore progetta il modello di gioco, coordina i giocatori per realizzarlo, osserva la performance (il feedback), la valuta e riprogetta. È esattamente così che squadre e organizzazioni continuano a migliorare. Diamo allora spazio ad alcuni principi che dal rugby si trasferiscono direttamente al mondo del lavoro.
I valori: viverli, non elencarli
L’allenatore, come il manager, è responsabile dei valori e della cultura attorno a cui il gruppo converge. E qui una distinzione cruciale: un conto è elencare i valori, un altro è viverli. Bisogna lavorarci costantemente, perché la parte fondante dei valori non è mai completamente acquisita. Nel modello aziendale integrato, esattamente come in una squadra, i valori condivisi sono la leva strategica delle potenzialità individuali e di gruppo.
Forma e sostanza: il momento tattico
Il rugby è fatto di forma e sostanza: la forma è l’organizzazione del gioco, la sostanza è l’essenza, il cuore tattico. E la forma non porta da nessuna parte se non è sorretta dalla sostanza: può solo essere al suo servizio. Il momento tattico è “fare la cosa giusta al momento giusto”, e saper cambiare strategia quando serve.
Questo tocca un punto cruciale anche in azienda: il momento tattico implica la decisione. L’allenatore fa i piani, ma in campo è il giocatore a decidere in base alla situazione. E decidere significa assumersi la responsabilità, anche dell’errore. Per i rugbisti è normale ammettere di aver sbagliato: l’assunzione di responsabilità è una caratteristica di chi cresce, ed è riconosciuta come naturale.
L’errore come apprendimento
Nel rugby, come nelle organizzazioni migliori, si può anche sbagliare: la crescita passa attraverso prove ed errori. Anzi, alcune aziende non solo tollerano l’errore, ma lo usano come meccanismo per imparare, riconoscendo che per progredire spesso bisogna sbagliare. Cresce di più chi corregge la propria condotta davanti all’errore.
Essere protagonisti “in prima persona”
In azienda si sente spesso dire: “io farei, ma dall’alto…”. Il rugby offre un’altra prospettiva. Anche quando la “strategia alta” non è chiara, c’è un momento in cui io devo decidere di essere attore. Se gli obiettivi non vengono condivisi, cosa posso fare? Semplice: fare al meglio il mio lavoro, dare l’esempio, agire come “sfera di influenza” anche dal basso. Come insegna lo sport, impegno uguale risultato: quando manca il supporto dall’alto, tocca a noi essere motore di cambiamento.
Il “cliente interno” e il sostegno
Un concetto organizzativo spesso astratto è quello del “cliente interno”: chi riceve e utilizza per il proprio lavoro il risultato del lavoro di un collega. Nel rugby questo è concretissimo: quando un giocatore passa la palla al compagno in sostegno, deve dargli la miglior palla possibile, valutando posizioni e condizioni. Svolgere bene il proprio “pezzo di lavoro” e dare al compagno un pallone giusto (un “buon prodotto al cliente interno”) è fondamentale per l’efficacia dell’azione, e a volte per l’incolumità stessa.
Infine, il principio più profondo: il sostegno. Che è diverso dall’aiuto. Nell’aiuto c’è sempre qualcuno superiore e qualcuno inferiore. Il sostegno significa essere alla pari, sullo stesso piano. Sul campo, il sostegno si sente fisicamente: si va dove serve senza nemmeno stare a guardare se il compagno arriva, perché si sa che arriva, o è già arrivato. Non è un concetto astratto: è un modo di stare insieme. Ed è forse questa la lezione più grande che il rugby offre all’azienda e a ogni gruppo: costruire relazioni di sostegno, tra persone “alla pari”, capaci di mettere la faccia le une per le altre. Persone, non personaggi. E non è retorica.
Domande frequenti
Perché il rugby è un “modello” e non solo una metafora per l’azienda?
Perché non serve solo a far passare concetti astratti, ma offre strumenti concreti da trasferire nel contesto aziendale. Il rugby è azione: non si può fingere, si vince solo con qualità e coinvolgimento reale. Come modello, permette di adottare principi operativi tangibili.
Cosa insegna il rugby sull’assunzione di responsabilità?
Che decidere significa assumersi la responsabilità, anche dell’errore. Nel rugby ammettere di aver sbagliato è normale e riconosciuto. L’errore diventa apprendimento: cresce di più chi corregge la propria condotta. È un principio prezioso anche per le organizzazioni.
Qual è la differenza tra “sostegno” e “aiuto”?
Nell’aiuto c’è sempre qualcuno superiore e qualcuno inferiore; il sostegno significa invece essere alla pari, sullo stesso piano. Sul campo il sostegno è concreto: si va dove serve sapendo che il compagno arriva. È un modello di relazione tra persone alla pari, applicabile a ogni gruppo.
Cosa significa essere “sfera di influenza”?
Significa essere protagonisti in prima persona anche quando la strategia dall’alto non è chiara o gli obiettivi non sono condivisi. Invece di lamentarsi, si fa al meglio il proprio lavoro, si dà l’esempio e si agisce come motore di cambiamento dal basso, con correttezza e qualità.
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