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Rugby e Azienda: non solo Metafora

Breve Estratto

Cominciamo a parlare di rugby e azienda, sulla base di articoli precedenti e sviluppando alcuni temi del libro sull’argomento che uscirà presto, scritto da Paolo Mulazzi, Riccardo Paterni e da me, edito dalla Guerini & Associati.
Se qualcuno ancora si chiedesse “perché proprio il rugby?”. Perché il rugby ha tutte le caratteristiche per essere lo sport più indicato per portare strumenti in azienda strumenti! Non solo esperienze, valori e filosofia.
Quando si parla di formazione esperienziale, di gestione delle risorse umane, accade spesso che ci si senta dire: “non vorrei che tutto questo si traducesse in una “scampagnata”, in un momento aggregativo che poi non lascia strumenti concreti al di là del fare gruppo”. Oltre il gruppo, quindi! E’ questo uno dei concetti chiave. Andare oltre il fare squadra significa valorizzare ogni singola competenza e far si che sia attraverso il miglioramento continuo a livello individuale, la condivisione di obiettivi e la sinergia che si arriva al risultato.
Il risultato nel rugby deriva dalla qualità del lavoro svolto, più che dalla quantità, talvolta. L’obiettivo non è il risultato fine a se stesso: il risultato arriva perché il gioco è di qualità.
Il rugby non può essere considerato solo una metafora per far “passare” i soliti concetti, i soliti paradigmi manageriali e aziendali. Il rugby è e può essere solo azione.
Il rugby è fatto del sentire, del vivere il momento, nel rugby non si può “fare finta”, non si può “fare melina” perché si può giocare e vincere solo se “ci si mette la faccia”.
Il rugby dunque non come metafora ma come modello. Che in quanto modello ci permette di prendere a prestito, di adottare strumenti concreti da trasferire nel contesto aziendale.
Cominceremo, in questo articolo, a prendere alcuni di questi aspetti che hanno un immediato parallelo con l’azienda, con il sistema azienda, perché il rugby non è solo (o almeno non vuole esserlo nella nostra visione) strumento per manager. Sarebbe snaturarlo, sarebbe privarlo di una caratteristica fondamentale: nel rugby c’è posto per tutti: pensate solo alla grande differenza fisica dei 15 uomini in campo….nessun altro sport valorizza così tanto questa differenza! E nel rugby c’è bisogno di tutti, nessuno può permettersi di estraniarsi dal gioco, quando ha la palla ovviamente, ma anche quando la palla non ce l’ha, perché a rugby si gioca sull’uomo e sullo spazio, perché il rugby è un gioco d’anticipo e perché in ogni azione e fase di gioco: conquista, possesso, avanzamento, c’è bisogno di tutti se si vuole andare in meta! C’è bisogno di tutti, non solo fisicamente, ma c’è bisogno che tutti pensino! Nel rugby gioco fisico, testa e cuore vanno di pari passo……non puoi lasciare nessuna di queste componenti negli spogliatoi se vuoi che la tua performance sia vincente. Vi sembra solo rugby? Certamente no!
Nel pensare, anche “visivamente” a questo principio del rugby e alla squadra che si muove e pensa “tutta insieme”, mi viene subito in mente un parallelo con l’azienda. Da tempo, anche in Italia è approdato un modello di riferimento organizzativo per le aziende che è quello della Qualità Totale e del miglioramento continuo.
Il modello della Qualità Totale è stato superato da quello che possiamo definire “Approccio Integrato”. Senza voler fare troppa teoria, citiamo semplicemente il caso Toyota.
Tralasciando l’uso e le applicazioni che sono state fatte dell’approccio della Qualità Totale, più o meno positive e riprendendone invece le origini e quindi la radice, trovo questo approccio organizzativo, nei suoi principi di base e nella sua filosofia molto “rugbystico” . Il guru giapponese della Qualità Taiichi Ohno sosteneva che la sola intelligenza dei manager e dei dirigenti non basti più a garantire il successo dell’azienda e che sia invece necessario mobilitare le risorse, tutte le risorse, anche intellettuali di tutto il personale e che “le capacità delle risorse umane possono estendersi illimitatamente quando ogni persona comincia a pensare”.
L’approccio integrato ci parla dell’Azienda come un’organizzazione modellata sui principi della leggerezza, della rapidità, della precisione, della flessibilità.
Di obiettivi condivisi, di squadra, ma anche di miglioramento continuo dei singoli individui perché tutti gli operatori: direttori generali, manager, operai, impiegati…… sono i massimi esperti delle attività loro affidate, delle attività che svolgono. E questo vuol dire che ognuno deve anche assumersi la responsabilità in prima persona di quello che fa!
Il gruppo e il singolo dunque, le decisioni prese basandosi su dati di fatto, i processi caratterizzati da un’elevata efficienza riducendo al massimo il margine di errore.
Vi sembra solo azienda?
Nel rugby in ogni momento tu sai che devi fare qualcosa di utile che tu abbia o che tu non abbia la palla. La squadra di rugby, come l’azienda, lavora per processi. Tra i compiti dell’allenatore e dello staff tecnico per la gestione efficace della squadra c’è:
• Progettare il modello di gioco (il processo).
• Coordinare i giocatori allo scopo di implementarlo.
• Lo staff tecnico e in modo particolare l’allenatore devono osservare e monitorare la performance (il feedback), valutarla, riprogettare il processo e far migliorare o rimuovere i giocatori.
Solo in questo modo le squadre e così le organizzazioni, continuano a migliorare.
Nell’ottica di superare la metafora e utilizzare il rugby come modello credo che la cosa migliore sia sempre lasciare la parola ai rugbysti.
Condividerò con voi quindi (anticipando una parte dei quello che troverete nel libro) alcune considerazioni di Massimo Mascioletti. Massimo certamente non ha bisogno di presentazioni né per gli addetti ai lavori, né per i non addetti ai lavori, ma troverete una nota finale che lo racconta in poche parole.
Flessibilità: ecco cosa ci dice in proposito Massimo“L’allenatore per far crescere le persone deve lavorare continuamente sulla sensibilità e sui valori e anche sulla flessibilità nel fare le cose.”
Lavorare quindi costantemente anche sui valori, fondamentale per una squadra di rugby. Fondamentale nel modello di miglioramento continuo aziendale, dove i valori fanno parte delle forze integratrici.
Nel rugby, nello sport, l’allenatore è (e quindi lo è il manager in azienda) responsabile dei valori e della cultura attorno ai quali gli altri membri del gruppo, dai dirigenti ai giocatori, convergono per raggiungere gli obiettivi.
“La forma nel rugby è la tecnica. La sostanza è far capire i principi e i valori. Attenzione: i valori un conto è elencarli e un conto è viverli!”
Continua Massimo…..
“Bisogna costantemente lavorare sui valori perché la parte fondante dei valori non è mai completamente acquisita.”
E tornando all’immediato parallelo con il modello organizzativo integrato dell’azienda i valori condivisi sono la leva strategica delle potenzialità individuali e di gruppo. Proprio come in una squadra di rugby!
Il rugby è gioco di forma e sostanza. Forma e Sostanza. Cosa vuol dire?, Di nuovo la parola a Massimo:
: “il rugby è fatto di forma e sostanza. La forma è l’organizzazione del gioco,la sostanza è l’essenza, è il momento tattico, il cuore del gioco del rugby”.
”La forma non ti porta da nessuna parte se non è sorretta dalla sostanza….la forma può essere solo al servizio della sostanza!”.
Cos’è il momento tattico?
“ Il momento tattico è: fare la cosa giusta al momento giusto.Che significa anche: cambiare la strategia quando è necessario.”
E questo ci porta ad un altro punto cruciale del miglioramento continuo in azienda che può essere mutuato dal rugby: il momento tattico implica la decisione. Nel rugby l’allenatore fa i piani di gioco, ma in campo nel “momento tattico” il giocatore decide cosa fare in base alla situazione. Prendere le decisioni significa assumersi la responsabilità e farsi anche carico dell’errore quando questo avviene.
Per i giocatori sul campo da rugby è normale assumersi la responsabilità, e assumersi la responsabilità vuol dire anche che i rugbysti, in campo, quando sbagliano ammettono l’errore.
Lasciamo ancora la parola a Massimo:
“L’assunzione di responsabilità è una caratteristica delle persone che crescono. Nel rugby non c’è neanche bisogno di porsi il problema. Nel rugby l’assunzione di responsabilità è normale, perché è riconosciuta!. “
“Un esempio di assunzione di responsabilità, per esempio, in Nazionale è Sergio Parisse”.
Continuando in questo “ping pong” del parallelo fra il rugby e l’azienda e all’approccio integrato possiamo prendere spunto proprio dal caso Toyota dove non solo si tollera l’errore ma si utilizza come un meccanismo per imparare riconoscendo che per progredire spesso si deve sbagliare.
Massimo: “Si può anche sbagliare. La crescita passa attraverso prove ed errori. Cresce di più chi corregge la sua condotta davanti all’errore.”
Un altro principio importante che va a legarsi al concetto di assumersi la responsabilità ,“di indossare la maglia”, è quello di essere protagonisti “in prima persona”. Succede spesso in azienda che si senta dire che è dall’alto che non vengono fatte le cose. E allora si sente la solita frase:”io farei, noi faremmo….ma dall’alto….” Posto anche che questo talvolta o spesso sia vero prendiamo ancora esempio dal rugby e facciamoci raccontare ancora da Massimo come funziona nel mondo della palla ovale:
“Anche se a volte non è chiara la “strategia alta” c’è un momento in cui io sono attore, io devo decidere di essere attore, fosse anche solo per dire che facciamo?”
“E’ importante in una squadra condividere gli obiettivi e le modalità per realizzarli. Ricordarsi anche che l’obiettivo è solo un passaggio:l’importante è la direzione. Non sempre però gli obiettivi vengono condivisi, soprattutto in azienda. E allora cosa posso fare? Semplice: fare al meglio il mio lavoro. Dare un esempio per agire come sfera di influenza. Trasferire delle sensibilità. Fai quello che puoi fare tu! E fallo al meglio!. Essere corretti con se stessi e con gli altri. Fare le cose di qualità!”
“Il nostro sport ci insegna che Impegno=Risultato. Quando non si ha supporto dall’alto a volte dobbiamo essere noi ad agire da sfera d’influenza dal basso “.
C’è un altro parallelo fra azienda e rugby che mi balza all’occhio e che si inserisce nell’ottica del miglioramento continuo, e nella filosofia dell’approccio integrato. C’è un concetto che è considerato (a ragion veduta!) fondamentale quando si parla di organizzazione, ma che spesso sembra rimanere un concetto astratto: il famoso “cliente interno”.
Per capire di cosa stiamo parlando, prima di passare la palla (rigorosamente ovale”) di nuovo al rugby, concedetemi una definizione da vocabolario:
“ Il cliente interno è la persona che riceve, utilizza per il proprio lavoro, il risultato del lavoro di un altro dipendente dell’azienda che ne risulta perciò in “fornitore”. Qualunque sia il risultato di un lavoro (un pezzo, un documento, un’informazione, un servizio) quello è un prodotto, e chi riceve quel prodotto è un cliente.”.
Nel rugby la squadra si muove tutta insieme e va in meta tutta insieme passandosi il pallone rigorosamente all’indietro. Nel rugby quando un giocatore passa la palla ad un compagno che arriva in sostegno deve cercare di dargli la miglior palla possibile, deve valutare la posizione e la condizione sua, del compagno e degli avversari. Lo svolgere al meglio il suo “pezzo di lavoro” e dare al compagno un pallone “giusto”, per parafrasare il linguaggio aziendale “un buon prodotto al suo cliente interno” è fondamentale per la riuscita e l’efficacia dell’azione….e talvolta anche per l’incolumità fisica , la propria e quella dei compagni.
I giocatori in campo devono ragionare soppesando le conseguenze di una mossa con le possibili reazioni dell’avversario.
Nel rugby c’è un principio fondamentale che si chiama “sostegno” e non è solo filosofia.
Facciamocelo raccontare da Massimo perché nella sua visione del sostegno ci dà un punto di vista fondamentale anche per l’applicazione in azienda dei principi del rugby:
Massimo:”nel rugby si parla di sostegno, che è diverso, molto diverso dall’aiuto. Nell’aiuto c’è sempre qualcuno che è superiore e qualcuno che è inferiore. Sostegno significa essere a pari. Sullo stesso piano. Se aiuti qualcuno vuol dire che in quel momento è inferiore a te o almeno non è in grado di fare una certa cosa. Sul campo da rugby il sostegno si sente proprio anche fisicamente (è uno dei primi esercizi che massimo fa fare sul campo nei corsi di formazione outdoor sul campo da rugby! N.d.r.). Sul campo io metto la faccia dove gli altri non metterebbero neanche i piedi e non mi pongo nemmeno il problema di guardare se il mio compagno viene…….io vado perché so che l’altro viene o è già andato! Sul campo da rugby il sostegno non è un concetto astratto….si sente fisicamente…..e non può essere diverso!”
Il rugby è davvero molto di più del semplice fare squadra…. E molto più di una metafora aziendale!
Una nota finale “per i non addetti ai lavori” credo sia giusto presentare brevemente Massimo Mascioletti: Rugbysta. Per tutta la carriera tre quarti ala dell’Aquila Rugby e 54 volte internazionale per l’Italia. Da allenatore ha guidato la Nazionale, L’Aquila rugby e la Rugby Capitolina. E’ attualmente responsabile dell’area tecnica dell’Aquila Rugby.
La scelta di chiamarlo solo per nome è una forma di rispetto per il suo desiderio di essere “persona e non personaggio” e, per questo già da giocatore voleva essere chiamato Massimo e non Mascioletti!
Persone e non personaggi ….. sono così gli uomini di rugby che abbiamo incontrato nel percorso che ci porta a scrivere questi articoli e che ci ha portato a scrivere il libro…e non è retorica!

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