Le parole vogliono silenzio
Le parole vogliono silenzio, vogliono cura, attenzione, premura. Le parole sono come l’aria e il verde: chiedono la stessa attenzione, la stessa premura, la stessa empatia nel dialogo.
I pesci non hanno casa, la loro casa è il mare. Da questa constatazione nasce la domanda di Cecilia: “Sì, ma per esempio, una balena può andare ovunque, ma poi quando va a dormire, fa attenzione a non schiacciare sotto il suo peso gli altri pesci?”.
È una domanda che nessun adulto formulerebbe. Presuppone che la balena abbia doveri verso chi le sta accanto, e che il posto in cui si vive sia abitato anche da altri. In una sola frase, una bambina ha posto il problema ecologico nei termini in cui gli adulti faticano a porlo.
L’esperienza non è ciò che accade
Se alla domanda “Cosa hai fatto oggi?” una bambina si permettesse di rispondere: “Andando a scuola ho notato che l’erba lungo il ciglio della strada in questa stagione ha quattro diverse sfumature di verde”, si troverebbe accolta da sguardi diffidenti, preoccupati, impazienti. Perché mai riferisce una cosa del genere? Cosa vorrà realmente intendere? Starà male?
Quella bambina dovrà quindi darsi da fare a giustificarsi, cioè a gettare la luce della normalità sulla propria osservazione anomala. Per esempio: “Era un compito per l’insegnante di scienze”. Adesso va bene, perché così si comportano normalmente gli studenti.
Questo tragico e terribile destino discende direttamente da una premessa implicita, data da tutti per ovvia e scontata: che l’esperienza sia qualcosa di relativo a “ciò che accade”, e non ai modi di ascoltare e di osservare. Se l’esperienza è solo ciò che accade, notare quattro sfumature di verde non è esperienza, è distrazione. Se invece l’esperienza è un modo di prestare attenzione, allora quella bambina ha vissuto, quel mattino, più di chiunque altro.
Le domande che censuriamo
I bambini, molto più degli adulti, si interrogano sul rapporto tra uomo, ambiente e natura. Noi adulti censuriamo le loro domande: accogliamo soltanto quelle per le quali avevamo già le risposte, come nei quiz televisivi, dove vale la risposta decisa dal notaio.
È difficile porre domande, è più facile dare risposte. Eppure uno sguardo critico, capace di elaborare ipotesi, e una mente progettuale, capace di prospettare scenari possibili di fronte a un problema, passano attraverso l’interrogazione esistenziale, cioè attraverso la domanda. E ancor prima attraverso la meraviglia, lo stupore.
Scansiamo le domande dei bambini. La verità è che non abbiamo risposte.
Il fumo di sigaretta è buono o cattivo?
Maria: “Una signora se fuma, il suo bimbo fa la tosse e non respira più”.
Francesco: “Se fumi ti sporchi i dentini”.
Alfonso: “Se fumi, il fumo uccide”.
Sabatino: “Se fumi, fai lo stomaco nero come il buio”.
Miriam: “Mia mamma fuma sempre e poi ha la tosse”.
Simone: “Sopra il pacchetto c’è scritto: il fumo uccide. Perché continuano a vendere le sigarette, perché la gente continua a fumare anche se sa che fa male?”.
Miriam: “Mio nonno fuma e quando gli diciamo che non si fa, lui risponde: Mi piace!”.
Perché continuano a vendere le sigarette. La domanda di Simone non ha una risposta che un adulto possa dare senza mettere in discussione qualcosa di più grande del fumo. È una domanda sul rapporto tra ciò che una società sa e ciò che una società fa.
Perché, se tutti parlano di pace, c’è sempre la guerra?
La domanda è di Luca, e appartiene alla stessa famiglia.
Occorrerebbe avere il coraggio di spiegare che dire pace significa negare il sistema della società odierna, fondato su una continua e crescente militarizzazione; un’industria delle armi che è industria di fame e di morte in quei paesi dove si alimentano le lotte tribali per assicurarsi un uso sicuro delle armi.
Si avviano nelle scuole progetti di educazione alla pace. Ma la guerra, come l’inquinamento, è un problema degli adulti. I bambini vivono naturalmente la pace.
Lasciarli pensare
Il compito della scuola è promuovere il dialogo filosofico attorno a queste tematiche, perché il bambino viva sulla pelle la costruzione di concetti come la difesa ambientale, la pace, la responsabilità del vivere.
I bambini vogliono che sia loro consentito di pensare da se stessi e di trovare da soli delle risposte. Non è che rifiutino le nostre risposte in sé: rifiutano piuttosto il metodo con cui pretendiamo di fargliele acquisire. Non vogliono che pensiamo per loro, vogliono pensare per se stessi. Non hanno sposato definitivamente le proprie spiegazioni, ma vogliono partecipare alla ricerca e condividere l’esperienza di scoprire come funzionano le cose.
È familiare a tutti l’insofferenza dei bambini riguardo all’aiuto: “Lasciami! Lasciami!”, insistono. E questo è tutto ciò che chiedono. Non dobbiamo temere che stiano tentando di sostituirci. Vogliono soltanto appartenere, insieme a noi, alla comunità di ricerca.
Domande frequenti
Perché si dice che il problema ambientale è degli adulti?
Perché appartiene al loro stile di vita, e sono loro a farsene carico quando ne rilevano le deficienze e tentano di promuovere maggiore cura e rispetto dell’ambiente. I bambini non lo vivono come un problema gestionale, ma come uno scandalo.
Che cosa significa che l’esperienza non è “ciò che accade”?
Che l’esperienza dipende dai modi di ascoltare e osservare, non solo dagli eventi. È la premessa opposta a quella implicita nella nostra cultura, ed è la ragione per cui un bambino che nota quattro sfumature di verde viene guardato con sospetto anziché con interesse.
Perché gli adulti censurano le domande dei bambini?
Perché accolgono soltanto quelle di cui possiedono già la risposta. È più facile rispondere che interrogare, e molte domande dei bambini, come quella sul perché si continuino a vendere sigarette, non hanno risposte che non mettano in causa gli adulti stessi.
Che cos’è il dialogo filosofico a scuola?
Una pratica in cui il bambino non riceve concetti già formati come difesa ambientale, pace o responsabilità, ma li costruisce partecipando alla ricerca. Non gli si consegnano risposte: gli si consente di pensare.
Lascia un commento