Psicoterapia e Psicoanalisi

Professione Psicoanalista

Quando pensiamo allo psicoanalista, l’immagine è quasi sempre la stessa: due persone, un lettino, uno studio elegante. Ma la realtà della professione è molto più ampia e variegata dello stereotipo. Diventare psicoanalisti richiede un percorso lungo e complesso, che non si esaurisce con la specializzazione, e apre a sbocchi diversi: la clinica, la ricerca, il […]

Psicolab — Professione Psicoanalista
Quando pensiamo allo psicoanalista, l’immagine è quasi sempre la stessa: due persone, un lettino, uno studio elegante. Ma la realtà della professione è molto più ampia e variegata dello stereotipo. Diventare psicoanalisti richiede un percorso lungo e complesso, che non si esaurisce con la specializzazione, e apre a sbocchi diversi: la clinica, la ricerca, il lavoro con i gruppi, lo studio storico e teorico. Vediamo come si diventa analisti e cosa significa davvero esercitare questa professione.

Dopo la laurea in Psicologia

Il punto di partenza è la laurea in Psicologia. Superato l’Esame di Stato e ottenuta l’iscrizione all’Albo, ci si trova di fronte a una scelta: in cosa specializzarsi? Le strade principali sono due, l’area del lavoro e delle organizzazioni e l’area clinica. Entrambe rappresentano percorsi impegnativi, come del resto quasi tutti i settori oggi: sono lontani i tempi in cui uno studente veniva assunto da una grande azienda ancor prima di laurearsi.

Esistono numerose specializzazioni che permettono di diventare esperti in ambiti specifici, dal counseling alla psicologia giuridica, dalla neuropsicologia alla psicologia dello sviluppo. Ma chi sceglie la strada della clinica per eccellenza opta di norma per un percorso quadriennale di specializzazione in psicoterapia. Ed è qui che si incontrano i diversi modelli terapeutici.

Le grandi scuole della psicoterapia

I modelli di psicoterapia sono molti, alcuni in netto contrasto tra loro, altri più affini. Le principali macro-aree sono tre: la psicoterapia cognitivo-comportamentale, l’area umanistica ed esperienziale, e la psicoanalisi. Quest’ultima resta, pur nelle sue molteplici forme e “scuole”, l’approccio più conosciuto e culturalmente diffuso, in Italia come a livello internazionale, tanto da essere quasi sinonimo, nell’immaginario comune, di “terapia della parola”.

Scegliere un orientamento non è un dettaglio: significa decidere il quadro teorico e tecnico all’interno del quale si lavorerà per tutta la carriera. E la psicoanalisi, dopo i primi decenni, si è ramificata in indirizzi diversissimi, alcuni tra loro incompatibili e talvolta più vicini, per certi aspetti, alle scuole cognitivo-comportamentali che alle origini freudiane.

Cosa significa “fare lo psicoanalista”

Per lo studioso Giorgio Antonelli, fare lo psicoanalista significa “fare anima”. È una definizione che restituisce la profondità di un mestiere che non si riduce a una tecnica. Quello dell’analista è un percorso complesso e lungo, che non termina certo con la specializzazione: la formazione, in senso profondo, dura tutta la vita professionale.

Lo stereotipo hollywoodiano, lo studio in centro a New York, la bella macchina, i pazienti facoltosi, e magari un analista più disturbato dei suoi clienti, è lontanissimo dalla realtà. Basta allontanarsi dalle colline di Los Angeles perché il quadro cambi radicalmente. Non tutti i pazienti sono ricchi, non tutti gli analisti usano il celebre lettino: dipende dall’orientamento scelto. Molti approcci contemporanei lavorano vis-à-vis, seduti uno di fronte all’altro.

Non solo lettino: i molti percorsi dell’analista

Uno dei fraintendimenti più comuni è ridurre la psicoanalisi alla sola seduta individuale in studio. In realtà gli sbocchi professionali sono diversi:

  • La clinica individuale: il lavoro con il singolo paziente, nelle sue diverse forme e setting.
  • L’analisi di gruppo: un ambito con una propria tradizione e tecnica, molto diverso dal lavoro individuale.
  • La ricerca psicoanalitica: applicata non solo alla clinica, ma anche all’arte, alla letteratura e ai fenomeni culturali.
  • La ricerca storica e teorica: lo studio della storia della psicoanalisi e la sistematizzazione della teoria. Un autore come David Rapaport si dedicò proprio a organizzare il corpus teorico psicoanalitico, lasciando contributi oggi considerati dei classici.

La professione, insomma, è molto più larga dell’immagine del “lettino”: comprende dimensioni cliniche, di ricerca e culturali che si intrecciano.

Come e dove specializzarsi

Le scuole di specializzazione post-laurea in psicoterapia sono numerose e distribuite su tutto il territorio, con una concentrazione maggiore nelle grandi città. Il percorso dura quattro anni: quattro anni intensi, fatti di studio, tirocinio, seminari, convegni e, elemento distintivo, un’analisi personale.

L’analisi personale, o analisi didattica, è infatti obbligatoria per chi voglia esercitare come psicoanalista. È un aspetto che rende questo percorso peculiare: non si può accompagnare un altro nell’esplorazione del proprio mondo interno senza aver prima attraversato il proprio. La formazione, oltre alla pratica supervisionata, avviene sui testi classici di Freud e dei suoi allievi.

Alcuni centri italiani vantano una tradizione quasi secolare. Va ricordato, però, che molti tra coloro che conobbero o collaborarono con Freud furono costretti a emigrare in Inghilterra o negli Stati Uniti durante le persecuzioni razziali degli anni Trenta, privando l’Italia dell’humus promettente che si era visto all’inizio del Novecento.

I testi di riferimento

Per chi intraprende questo cammino, la base di studio resta l’opera dei padri fondatori e dei grandi autori del Novecento. In Italia l’opera completa di Freud è stata tradotta dall’editore Bollati Boringhieri, in una raccolta curata da Cesare Musatti, insieme ai carteggi di Freud con altre personalità di spicco e agli scritti dei principali psicoanalisti del secolo scorso. Un patrimonio testuale imponente, che accompagna l’analista ben oltre gli anni della scuola.

Domande frequenti

Che percorso serve per diventare psicoanalisti?

Occorre la laurea in Psicologia (o Medicina), il superamento dell’Esame di Stato e l’iscrizione all’Albo, seguiti da una scuola di specializzazione quadriennale in psicoterapia a orientamento psicoanalitico. È inoltre obbligatoria un’analisi personale, oltre a tirocinio e supervisione.

Tutti gli psicoanalisti usano il lettino?

No. Il lettino è legato a un immaginario e ad alcuni orientamenti, ma molti approcci contemporanei lavorano vis-à-vis, con analista e paziente seduti uno di fronte all’altro. Dipende dalla scuola e dal setting scelto.

La psicoanalisi si esercita solo in studio?

No. Oltre alla clinica individuale, esistono l’analisi di gruppo, la ricerca psicoanalitica applicata all’arte e alla cultura, e la ricerca storica e teorica sulla disciplina. Gli sbocchi professionali sono più ampi dello stereotipo del solo colloquio in studio.

Perché è obbligatoria l’analisi personale?

Perché non si può accompagnare un’altra persona nell’esplorazione del proprio mondo interno senza aver prima attraversato il proprio. L’analisi didattica è considerata parte integrante e distintiva della formazione dell’analista.

Diventare psicoanalisti è un percorso lungo che va ben oltre lo stereotipo del lettino: dalla laurea in Psicologia all’iscrizione all’Albo, fino alla specializzazione quadriennale in psicoterapia, con l’analisi personale come elemento obbligatorio e distintivo. La professione, poi, non si esaurisce nella clinica individuale: comprende l’analisi di gruppo, la ricerca applicata all’arte e alla cultura, lo studio storico e teorico. “Fare lo psicoanalista”, come scrive Antonelli, significa “fare anima”, e la formazione, in senso profondo, non finisce mai.
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