Psicologia Sociale e del Comportamento

Pirati della Strada

Ventimila episodi l’anno, un identikit impossibile da tracciare, pene spesso irrisorie: il fenomeno dei pirati della strada intreccia dati, giustizia e psicologia. Un’analisi che parte dalla cronaca e dalle statistiche per interrogarsi sul meccanismo interiore che può scatenare la fuga da uno scenario di cui si è responsabili, arrivando a una scomoda conclusione: quel pirata, […]

Psicolab — Pirati della Strada
Ventimila episodi l’anno, un identikit impossibile da tracciare, pene spesso irrisorie: il fenomeno dei pirati della strada intreccia dati, giustizia e psicologia. Un’analisi che parte dalla cronaca e dalle statistiche per interrogarsi sul meccanismo interiore che può scatenare la fuga da uno scenario di cui si è responsabili, arrivando a una scomoda conclusione: quel pirata, in fondo, appartiene alla stessa società di cui facciamo parte.

Un fatto criminale nuovo

C’è un fatto criminale nuovo. Un inedito, se vogliamo: non tanto per la tipologia di illecito penale, ma soprattutto per la diffusione incredibile che sembra avere. A sentire i giornali si direbbe che il fenomeno della fuga a seguito di incidenti stradali sia ormai uno dei reati più comuni. Sono mutati i tempi, senz’altro, ma ora si scappa davvero di più: si parla di ventimila pirati della strada che ogni anno colpiscono e fuggono, spesso dopo aver ferito, spesso dopo aver ucciso. Un comportamento che trae origine dal cattivo comportamento sulla strada, divenuta il Far West di tutti, al punto che diventa impossibile perfino tracciare un identikit sommario dell’individuo-conducente irrispettoso delle norme previste dal Codice della Strada. Così un sinistro stradale, che la nostra esperienza ci insegna essere nel 99% dei casi causato da infrazioni gravi ma purtroppo comuni, fatto colposo per eccellenza, diventa il trait d’union verso un successivo comportamento doloso: la fuga, l’omissione di soccorso, altre violazioni al codice, il tentativo di far perdere le proprie tracce. Abbiamo in passato cercato di tirarne le somme, ma l’evoluzione rapida di questo fenomeno ci consente soltanto di fissare situazioni alla stregua di un fotogramma, dandoci a stento il tempo di analizzare i dati in nostro possesso. E di dati, anche questo lo dobbiamo dire, ce ne sono davvero pochi: si parla di ventimila episodi l’anno, e nel susseguirsi di clamori strappati alle cronache terribili spiccano storie tragiche di ragazzi travolti e trascinati per chilometri, aggrappati al cofano di un’auto, come è successo a Seveso il 23 ottobre scorso, o di pensionati travolti più volte nel tentativo dell’assassino di scrollarseli di dosso, come recita il bollettino di alcuni giorni più tardi relativamente a un fatto accaduto a Gambettole, nel forlivese. Tale condotta, se operata da un serial killer, sarebbe definita over killing, volontà omicida che prosegue anche dopo l’atto letale. Bestie ferite, impaurite forse, ma sempre bestie, e i pirati devono pagare i crimini commessi. La loro impunità mette a rischio il concetto stesso di civiltà al quale sembriamo esserci tanto attaccati dal triste 11 settembre dello scorso anno. Un comportamento del genere sarebbe stato punito migliaia di anni fa già dall’efficiente e antica polizia egizia del deserto di Ramses, mentre oggi chi uccide e scappa, quando viene individuato, la passa puntualmente liscia. Esempi? Centinaia, forse migliaia. Uno per tutti: il 27 agosto 1995 Paolo Urbano percorre in sella al suo motorino via Colombina, a Campi Bisenzio, nell’hinterland fiorentino. Indossava regolarmente il casco, ma tanta prudenza non gli servì, perché una Panda a folle velocità gli passò sopra lasciandolo agonizzante. Lottò contro la morte per la vita, 27 interminabili giorni, prima di mollare, mentre il suo investitore, non visto da alcuno e individuato solo a distanza di tempo, stava accoccolato su una spiaggia di Ibiza a godersi la vita dopo averne cancellata una. Alla fine il pirata è stato condannato a cinque mesi e dieci giorni, pena ovviamente sospesa, mentre la patente gli è stata tolta per due mesi. Se non ci fosse di mezzo la vita di Paolo e il dolore di sua madre, che da allora non ha mai smesso di lottare contro questo clamoroso vuoto legislativo, verrebbe da ridere. Ma non c’è spazio per l’ironia. Il sottosegretario all’Industria Mauro Fabris, padre ispiratore della legge sul casco, ha dichiarato in un’intervista al Quotidiano Nazionale che per chi scappa dopo un incidente ci vuole la galera. Lo stesso Fabris, che dimostra di prendere sul serio i verbali di rilievo di sinistro della Polizia Stradale, nei quali si evince che l’evento infortunistico è causato in larga parte dall’incapacità di mantenere il controllo dei veicoli per la velocità troppo elevata o per l’assoluta inosservanza delle principali norme di comportamento, elenca in quella stessa intervista una lunga serie di mancanze, costituite da vuoti istituzionali e carenze legislative. Vediamo però di entrare nel dettaglio e di intraprendere un’analisi del fenomeno fuga, tentando di aggiornare l’identikit sociale del Pirata della Strada e di fornire anche alcune interpretazioni psicologiche del meccanismo interiore che potrebbe scatenare la fuga da uno scenario del quale si è sicuramente responsabili.

La tragedia quotidiana

I dati Asaps sarebbero già di per sé allarmanti, se è vero che in una società che intenda definirsi civile è inaccettabile rilevare che presso i soli reparti di Polizia Stradale sono state presentate nel corso del 2000 la bellezza di 2.592 denunce per omissione di soccorso. Partendo dal presupposto ormai assodato che la Polizia Stradale lavora praticamente solo in autostrada o su arterie di grande comunicazione, riteniamo attendibile la corrente che vuole fissati in circa 20.000 i casi di omissione consumati ogni anno in Italia: in quest’assurdo bollettino, “solo” 900 morti sono pedoni, massimi rappresentanti della cosiddetta Utenza Debole. Altre cifre non le vogliamo citare, perché non siamo un istituto demoscopico in lotta con altri e non possiamo improntare una ricerca di questo tipo solo sui numeri. I morti provocati dai Pirati della Strada sono tanti, nell’ordine delle migliaia, punto e basta. Poco ci interessa sapere se i pedoni, i ciclisti, i ciclomotoristi, quelli più classicamente alla mercé dei pirati, muoiono di più a Milano o a Palermo, se al momento dell’impatto indossavano il casco o se impegnavano un incrocio. Il loro sangue è per terra, a disposizione di tutti: basta voler guardare. E allora facciamoci coraggio e guardiamo. L’autunno caldo del pirata ha portato in prima pagina dieci casi eclatanti in poco più di un mese. Troppi, al punto che anche un celebre settimanale ha consultato la nostra associazione per sapere il nostro parere. Cosa ne pensiamo? Riteniamo che la legge sia blanda, che la pena prevista sia ridicola, che il deterrente non esista, come non esiste la vera educazione stradale: la norma la prevede, ma alla Pubblica Istruzione non ne vogliono sapere. Vediamo una cosa per volta: la semplice fuga dallo scenario del sinistro è sanzionata amministrativamente dal Codice della Strada, quando non vi sia concomitanza con fatti più gravi, lesioni o morte per dirla breve. In questo caso il colpevole rischia anche l’arresto, ma è più una questione di moralità per il poliziotto che mette le manette al killer suo malgrado che un’effettiva punizione. Dopo la convalida della misura precautelare l’indagato potrà tornarsene in giro, esibire la fedina che resta quasi immacolata e riprendersi la patente. A nostro modesto parere il Pirata della Strada è il risultato di una miscela di mancata educazione, di scarsa preparazione e conoscenze giuridiche, unite alla totale assenza di requisiti psicofisici. A questi soggetti che, tutto sommato, potrebbero essere considerati ancora in buona fede, aggiungiamo il campione offerto da delinquenti comuni, da ricercati, da persone prive di patente e da altri privi di copertura assicurativa, o più semplicemente da conducenti in stato di ebbrezza alcolica o da sostanze stupefacenti. Visto lo scenario, e qui, se ci viene consentito, parliamo da poliziotti, di soggetti continuamente in giro per le strade, il cocktail mortale è presto fatto. Quotidianamente persone corrispondenti al sommario identikit che abbiamo fornito investono qualcuno e poi scappano: di questi, più o meno solo uno su tre viene individuato. E anche se viene beccato? L’azione penale farà il suo corso, ma tra avvocati e leggi praticamente solo simboliche difficilmente si potrà dire giustizia è fatta. In effetti un pirata individuato, anche se dichiarato in arresto, trascorre in guardina non più di un paio di giorni, salvo che non abbia commesso altri reati più gravi; nonostante la norma preveda l’arresto, una multa e la sospensione della patente, al momento del dibattimento il reo preferisce nella stragrande maggioranza dei casi ammettere la propria colpa e beneficiare del rito abbreviato, con il risultato che quella pena massima sarà notevolmente diminuita e il condannato finisce col pagare una pena pecuniaria.

Giustizia è fatta?

Mai. Se si eccettuano alcuni casi anomali, come quello dell’investitore che uccise un ragazzino a Roma, fuggendo e commettendo in seguito ogni tipo di reato, e che trascorse in galera qualche mese, o il caso di chi, nei pressi di Pisa, mentre inseguiva ubriaco e a folle velocità un’altra persona, si scontrò con l’auto di tre ragazze, tutte morte sul colpo, finendo poi condannato a vent’anni, il resto è davvero ridicolo. Alla luce di fatti come questi è possibile affermare che praticamente solo in concomitanza di eventi in grado di suscitare forti emozioni, sdegno o allarme sociale, ci si può ritenere soddisfatti delle punizioni, ammesso che una punizione possa di per sé soddisfare. D’altro canto la cronaca, che ci viene puntualmente in aiuto, segnala anche altre tendenze: in generale le punizioni sono ridicole e in alcuni casi, se l’investito è una persona straniera e il pirata un italiano, si può arrivare a sentenze clamorose. È il caso di un cinquantenne che all’inizio dello scorso anno investì un giovane fuggendo: beccato, subì il peso di una giustizia che lo condannò a venti giorni di reclusione e a una modesta multa, pena ovviamente sospesa. Così, mentre in Parlamento ci si scanna neanche tanto onorevolmente su altre questioni, questo stillicidio continua. È forse l’aggettivo colposo che allontana così tanto il diritto di giustizia? Forse no. Proprio mentre scriviamo assistiamo all’ennesimo colpo di scena processuale nel triste calvario della famiglia di una giovane studentessa uccisa all’Università di Roma quattro anni fa. Quante famiglie dovranno subire analoga tortura prima che qualcuno si decida a oliare i meccanismi di un’amministrazione così lenta e a volte incomprensibile come quella della Giustizia? Criticherà, l’osservatore attento, il nostro chiaro atteggiamento di parte. Ma è nostro diritto, perché siamo noi a tracciare quei lugubri segni col gesso sull’asfalto attorno ai corpi straziati, vittime di killer senza nome, e siamo noi a bussare alle porte delle famiglie o a far trillare il telefono nella notte.

Identikit di un assassino

Sarebbe più corretto parlare di identikit degli assassini, perché se alla fine il risultato è sempre lo stesso, le energie che animano questi killer senza nome sono davvero tante, talmente tante che a questo punto sarebbe opportuno avviare un osservatorio specifico del fenomeno, composto da psicologi e sociologi, da legali ad analisti e gente di mestiere. Nel corso degli studi che abbiamo condotto si è stati in grado di rilevare che non esiste una semplice categoria di pirati della strada: è più corretto dire che una certa tipologia di reati, uniti nella loro commissione da una sorta di nesso di casualità, sono perpetrati da più categorie di utenti-conducenti. È come se tante strade venissero percorse per raggiungere la stessa località. E, a parer nostro, questa condotta criminale è solo uno dei mali di cui soffrono, senza distinzione di età, sesso o provenienza, i componenti della nostra società, perché sia chiaro che ci sono anche tante persone rette, che non fuggono davanti alle proprie responsabilità. Guardiamoci in faccia e tiriamo fuori il marcio. Scopriamo, a patto che la nostra possa essere una riflessione condivisa, che non è solo un problema di fare l’identikit del pirata della strada. La cronaca ci ha insegnato che il pirata è un giovane e un adulto, una persona povera in canna e un benestante, tanto per dirne quattro. Forse in prevalenza uomini sopra i 33 anni, ma non riusciamo a trovare riscontri statistici a questa media proposta da una trasmissione radiofonica, e poi le statistiche, lo abbiamo detto, non ci interessano. Non è che forse il male è quello di una società che alleva i suoi rampolli in confortevoli habitat fatti non di troppe parabole e computer, di belle auto e fiction surreali, ma soprattutto di troppi sì? Noi poliziotti, qualche anno fa, fermavamo i ragazzini in motorino e poteva scapparci un rimbrotto, o magari anche la multa, soprattutto quando andavano di moda i cinquantini che diventavano ottantini, con carburatore maggiorato e marmitte rumorose. Arrivava un padre o una madre e minimo ci scappava un urlo, a volte un ceffone. Senza entrare nel merito dell’opportunità di mollare uno schiaffo al figlio, di sicuro il ragazzino era davanti alle proprie responsabilità, senza altra difesa che la propria. Oggi, se fermi un ragazzo con lo scooter elaborato e il casco indossato in modo pericoloso, appoggiato alla base del rachide cervicale, la cui frattura comporta la tetraplegia, non hai diritto di sgridarlo, perché rischi di finire in tribunale. Né lo farà il genitore, che tirerà fuori una frase come “sono le compagnie”, o un più semplice “faccia quello che deve fare e rimproveri i suoi, di figli, al mio ci penso io”. Così, con una generazione dopo l’altra, il ragazzo cresce con la consapevolezza che è meglio tentare di farla franca. Certo, in generale il pirata fugge per paura delle conseguenze, ma paradossalmente, a nostro parere, non per la paura di affrontare il giudice, bensì solo perché avrebbe la patente sospesa, o perché ha preferito, pur di utilizzare l’automobile, andarsene in giro senza assicurazione, ubriaco o drogato. Che tristezza. È dunque un problema culturale? Sociologico? È davvero una questione di irresponsabilità diffusa? Abbiamo fallito nel cercare l’identikit del pirata della strada, perché non è possibile tracciarne i contorni. Questi stanno nella stessa società in cui viviamo e di cui facciamo parte. Tutti noi, ammettiamolo, corriamo in autostrada o in città. Tutti noi non mettiamo sempre le cinture, o lampeggiamo quando notiamo una pattuglia intenta a fare controlli. Sono atteggiamenti trasgressivi, che fanno di noi tanti piccoli pirati.

Domande frequenti

Chi è il pirata della strada?

Non esiste un unico profilo. La cronaca mostra che può essere giovane o adulto, povero o benestante, italiano o straniero. Più che una categoria omogenea, si tratta di più tipi di conducenti accomunati da una stessa condotta: causare un incidente e poi fuggire, omettendo il soccorso.

Perché chi provoca un incidente scappa?

Secondo l’analisi proposta, spesso non è la paura del giudice a spingere alla fuga, ma il timore di conseguenze immediate come la sospensione della patente, o il fatto di guidare senza assicurazione, in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze. La fuga trasforma un fatto colposo in un comportamento doloso.

Le pene per l’omissione di soccorso sono adeguate?

L’articolo sostiene di no. Le sanzioni vengono descritte come blande e il deterrente come inesistente: spesso, grazie a riti alternativi e pene sospese, il colpevole finisce per pagare solo una sanzione pecuniaria. Solo i casi che suscitano forte allarme sociale portano a condanne severe.

Quanti sono i casi di omissione di soccorso in Italia?

Nel testo si cita una stima di circa 20.000 episodi l’anno, a fronte di 2.592 denunce presentate ai soli reparti di Polizia Stradale nel 2000. Tra le vittime, circa 900 morti l’anno sarebbero pedoni, considerati i rappresentanti della cosiddetta utenza debole.

Il fenomeno dei pirati della strada sfugge a ogni identikit: non è una categoria, ma un insieme di condotte diffuse che nascono dalla stessa società di cui facciamo parte. Dietro la fuga c’è spesso il timore di conseguenze immediate più che della giustizia, favorito da pene percepite come blande e da un deterrente debole. La conclusione più scomoda del testo è anche la più utile: riconoscere i nostri stessi piccoli atteggiamenti trasgressivi è il primo passo per non alimentare quella cultura dell’impunità.
Resta aggiornato. Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere i prossimi approfondimenti via email. Presto saremo anche sui canali social: continua a seguirci.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *