Psicologia dello Sviluppo ed Educazione

“One, Chew, Tree…”

I bambini sono come spugne: assorbono le informazioni con una facilità che da adulti sembriamo perdere. Ma proprio per questo, chi insegna loro una lingua straniera ha una responsabilità speciale. Il titolo di questo approfondimento (“One, chew, tree…”) nasce da un errore reale: tanti bambini pensano di saper contare fino a tre in inglese, ma […]

Psicolab — “One, Chew, Tree…”
I bambini sono come spugne: assorbono le informazioni con una facilità che da adulti sembriamo perdere. Ma proprio per questo, chi insegna loro una lingua straniera ha una responsabilità speciale. Il titolo di questo approfondimento (“One, chew, tree…”) nasce da un errore reale: tanti bambini pensano di saper contare fino a tre in inglese, ma in realtà dicono “Uno, mastica, albero”. Il punto non è la quantità, ma la qualità nella quantità.

La scoperta di una lingua nuova

Come scrivono gli esperti di glottodidattica, ai bambini non si “insegna” una lingua straniera: li si guida nella scoperta del fenomeno linguistico, accompagnandoli con dolcezza verso l’idea che al mondo esistono molte lingue e che si possono imparare. Quando un bambino incontra per la prima volta una lingua sconosciuta, nei suoi occhi affiora la meraviglia della scoperta.

Le reazioni sono diverse: c’è chi manifesta subito curiosità e prova a riprodurre i suoni con spirito “avventuroso”; chi è curioso ma insicuro e ha bisogno di tradurre tutto in italiano; chi assimila in silenzio per un lungo periodo silente, prezioso momento di ascolto, prima di produrre; e chi appare spaventato e ripete di non capire. In tutti i casi, se la lingua diventa solo lo strumento per accedere a un gioco o a un racconto coinvolgente, l’ansia si abbassa e l’ascolto partecipativo si attiva.

Perché conviene imparare da piccoli

Un vecchio mito, duro a morire, sosteneva che apprendere una seconda lingua interferisse con la lingua madre. La ricerca lo ha smentito da tempo: la capacità di imparare una lingua non viene mai meno, ma nel bambino l’acquisizione è più rapida e stabile che nell’adulto. Anzi, la presenza di due lingue arricchisce il cervello, rendendo l’organizzazione del linguaggio più flessibile.

Il periodo che va dalla nascita agli 8-9 anni è descritto come il “periodo critico”, in cui il meccanismo di acquisizione linguistica è al massimo della sua potenza neurologica. Dopo, il cervello sembra perdere parte della sua plasticità e una seconda lingua non si acquisisce più con la stessa naturalezza. Per questo sarebbe utile che i bambini incontrassero una lingua straniera già in età prescolare.

Che cosa si impara meglio da bambini

Superato il periodo critico si può comunque imparare benissimo una lingua, ma con uno sforzo diverso, che riguarda soprattutto la fonetica e la sintassi. Non è un’osservazione nuova: già Quintiliano, nel I secolo, rifletteva su ordine e tempi con cui accostare due lingue nell’educazione di un ragazzo. Gli studi neuroscientifici hanno poi mostrato che aspetti fonologici e molti aspetti sintattici vengono appresi, in modo inconsapevole, già intorno ai tre anni, mentre il patrimonio lessicale si costruisce più lentamente e si completa in età adulta.

Il motivo è che le strutture nervose legate alla memoria implicita (quella di fonologia e sintassi) maturano molto presto, mentre quelle legate al lessico maturano più tardi. La conseguenza pratica è chiara: il lessico si può imparare a qualunque età, ma chi si avvicina a una lingua dopo il periodo critico tende a trattarne per sempre la grammatica in modo più faticoso. L’insegnamento precoce, quindi, non dovrebbe puntare solo a far memorizzare parole, ma a sfruttare il vantaggio dell’età stimolando l’assimilazione inconscia delle strutture e dei suoni.

Come acquisiamo le lingue: la teoria di Krashen

Da bambini impariamo la lingua madre attraverso ascolto, imitazione e continui stimoli degli adulti. Secondo il linguista Stephen Krashen, autore della teoria dell’acquisizione della seconda lingua, il processo per una lingua straniera è simile: per impararla davvero occorre ripercorrere lo stesso cammino della prima lingua. Krashen distingue due processi:

  • l’acquisizione (Acquisition): un processo naturale e inconscio, che fissa la lingua in modo permanente;
  • l’apprendimento (Learning): lo studio conscio e formale di regole e vocaboli, che resta superficiale e temporaneo e serve solo a “controllare” ciò che si dice.

Perché scatti l’acquisizione, l’insegnante deve fornire (come fa una madre) un input comprensibile, ricco e supportato da elementi extralinguistici (oggetti, immagini, gesti, espressioni del volto, azioni) che aiutino a intuire il significato. Tre condizioni sono fondamentali:

  • l’input deve essere comprensibile;
  • deve contenere strutture solo leggermente superiori al livello attuale (la formula “I + 1”);
  • lo stato emotivo conta moltissimo: ansia, paura o imbarazzo alzano un “filtro affettivo” che impedisce alle informazioni di trasformarsi in acquisizione.

Il gioco come contesto autentico

Perché il bambino attivi l’acquisizione serve un contesto naturale e autentico. E qui c’è un ostacolo: i bambini, pragmatici, trovano innaturale parlare una lingua straniera nel proprio paese, con altri bambini e magari con un insegnante connazionale. Con l’adulto il bisogno di imparare basta a superare questa “inautenticità”; con il bambino no.

La soluzione è il gioco. Le sue regole sono per definizione arbitrarie: usare la lingua straniera può diventare una di queste regole, giustificata agli occhi del bambino. Attenzione, però: il gioco è un’arma a doppio taglio. Va strutturato in modo professionale, così che l’insegnante resti un “facilitatore linguistico” e non venga scambiato per un semplice animatore. Fatto bene, il gioco abbassa anche il filtro affettivo tipico dei contesti scolastici.

Coinvolgere tutti i sensi

Ogni persona ha un proprio stile di apprendimento e privilegia certi canali sensoriali. La teoria delle intelligenze multiple di Howard Gardner ci ricorda che l’intelligenza non è un blocco unico, ma una combinazione personale di molte capacità (linguistica, musicale, logico-matematica, spaziale, corporea, e altre) e che queste si possono sviluppare. Ne deriva una responsabilità per chi insegna: offrire un ambiente che stimoli tutte le abilità.

In pratica, non basta puntare sui canali uditivo e visivo: alcuni bambini apprendono meglio attraverso il movimento o la musica. Con i più piccoli, in particolare, un approccio multisensoriale è indispensabile, perché è difficile individuarne lo stile cognitivo. Bisogna poi rispettare i tempi personali di ciascuno nel passaggio dalla comprensione alla produzione: mai forzare, per non generare ansia e alzare il filtro affettivo.

Quantità e qualità: le due chiavi

La quantità di lingua è centrale. Troppo spesso, a scuola, i bambini sono esposti a poca lingua e in modo formale, perché l’insegnante propone solo ciò che vuole venga appreso (il verbo essere, l’elenco dei colori). Così però il bambino non attiva l’apprendimento “incidentale” né le proprie strategie. Al contrario, va immerso in grandi quantità di lingua autentica (non semplificata) perché il suo dispositivo linguistico interno inizi a formulare e verificare ipotesi. Condizione essenziale è la ridondanza: incontrare lo stesso input più volte, in contesti diversi, come accade con la lingua madre.

Riassumendo, per creare un ambiente stimolante l’insegnante dovrebbe: evitare il più possibile la lingua madre (salvo quando il filtro affettivo si alza), non selezionare a priori ciò che va imparato offrendo lingua autentica, e ripetere il messaggio più volte in contesti diversi.

La quantità, però, senza qualità diventa un semplice rumore di fondo. La qualità dell’input dipende da alcune variabili:

  • comprensibilità: tanto centrale che Krashen ha ribattezzato la sua “ipotesi dell’input” come “ipotesi della comprensione”. Aiuta il motherese, il modo in cui una madre parla al bambino: ritmo rallentato, tono più alto, intonazione enfatizzata, input associato a gesti e oggetti;
  • correttezza fonologica: per evitare l’effetto “One, chew, tree”, l’insegnante deve offrire suoni corretti, enfatizzare l’articolazione e mostrare le differenze rispetto alla lingua madre;
  • significatività: l’input deve essere vicino al mondo del bambino. Giochi, canzoni, filastrocche, favole, animali e natura sono i linguaggi più adatti;
  • codici culturali: chi insegna deve conoscere e trasmettere anche i gesti e i riferimenti culturali appropriati alla lingua, non quelli della propria.

È in questo equilibrio (molta lingua, ma di qualità) che sta il segreto per esporre efficacemente i bambini a una lingua straniera.

Domande frequenti

È vero che imparare una seconda lingua da piccoli conviene?

Sì. La ricerca ha smentito il mito dell’interferenza con la lingua madre: nel bambino l’acquisizione è più rapida e stabile. Tra la nascita e gli 8-9 anni c’è un “periodo critico” in cui il cervello è più plastico, ideale per assimilare in modo naturale fonetica e sintassi.

Qual è la differenza tra “acquisizione” e “apprendimento”?

Secondo Krashen, l’acquisizione è un processo naturale e inconscio che fissa la lingua in modo permanente; l’apprendimento è lo studio conscio di regole e vocaboli, superficiale e temporaneo. Con i bambini serve puntare sull’acquisizione, offrendo input comprensibile in contesti autentici.

Perché il gioco è così importante?

Perché crea un contesto autentico: le sue regole arbitrarie giustificano l’uso della lingua straniera agli occhi del bambino e abbassano il filtro affettivo. Deve però essere strutturato con professionalità, così che l’insegnante resti un facilitatore linguistico e non un semplice animatore.

Cosa significa “qualità nella quantità”?

Che ai bambini va offerta molta lingua autentica (quantità), ma anche di qualità: comprensibile, foneticamente corretta, significativa e culturalmente appropriata. Solo così l’immersione diventa vera acquisizione e non un rumore di fondo indecifrabile.

Insegnare una lingua straniera ai bambini significa guidarli nella scoperta, non riempirli di regole. Da piccoli l’acquisizione è più rapida e stabile: il “periodo critico” fino agli 8-9 anni è ideale per assimilare in modo naturale fonetica e sintassi, mentre il lessico si impara a ogni età. Secondo Krashen conta l’acquisizione naturale e inconscia, non lo studio formale: serve un input comprensibile, poco sopra il livello attuale, in un clima sereno che non alzi il filtro affettivo. Il gioco offre il contesto autentico ideale, e un approccio multisensoriale raggiunge i diversi stili di apprendimento. La chiave è “qualità nella quantità”: molta lingua autentica, ma comprensibile, foneticamente corretta, significativa e culturalmente appropriata.
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