Cosa significa misurare l’intelligenza
La misurazione dell’intelligenza è stato storicamente il primo approccio allo studio dello sviluppo cognitivo. Nasce con i test che calcolavano il quoziente intellettivo come rapporto tra età mentale, stimata dalla difficoltà delle prove superate, ed età cronologica, moltiplicato per cento. Un valore superiore a cento indicava una prestazione sopra la media, con la norma collocata tra 85 e 115. Oggi questo calcolo non è più in uso: al suo posto si confronta la prestazione individuale con quella di un gruppo di soggetti della stessa età.
Misurare l’intelligenza in pratica
Uno strumento tuttora impiegato è la Wechsler Intelligence Scale for Children, composta da dieci sotto-test, in parte verbali e in parte legati alle capacità di adattamento. Le critiche principali riguardano la concezione di intelligenza sottostante, vista come costrutto unitario e stabile su cui l’ambiente non inciderebbe, e il possibile uso discriminatorio dei test, che restano un prodotto di una cultura e di un modello di riferimento. Esistono anche strumenti con finalità di diagnosi e prevenzione, come la Assessment in Infancy di Uzgiris e Hunt, che misura il raggiungimento delle competenze sensomotorie.
Termini correlati
Howard Gardner ha proposto diversi tipi di intelligenza: linguistica, musicale, logico-matematica, spaziale, corporeo-cinestesica e personale. Robert Sternberg ha descritto invece un’intelligenza a tre fattori: componenziale, esperienziale e contestuale. Concetti collegati sono quoziente intellettivo, intelligenze multiple e competenza sensomotoria.
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