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Misurare l’Intelligenza

Gli studi sulla misurazione dell’intelligenza si interessano alle differenze individuali, focalizzando l’attenzione sul quanto dello sviluppo cognitivo piuttosto che sul che cosa, sul perché o sul come. Questo è stato storicamente il primo approccio allo studio dello sviluppo cognitivo, nato con i test che misuravano il quoziente intellettivo, che erano il rapporto tra età mentale, valutata in base alla difficoltà delle prove che il soggetto superava, ed età cronologica, moltiplicato 100. Un quoziente superiore a 100 indicava una prestazione superiore alla media (la norma stava fra 85 e 115). Attualmente tale modalità di misurazione non è più utilizzata, e ad essa si è sostituito il confronto tra prestazioni individuali e prestazioni di un gruppo di soggetti della stessa età. Uno strumento tutt’ora utilizzato è il Wechsler Intellingence Scale for Children, fatto di 10 sotto-test, verbali per la cultura generale e di adattamento per capacità specifiche.
Le critiche sui test riguardano la concezione di intelligenza sottostante, da questi vista come costrutto unitario e stabile, su cui non incide l’ambiente, e l’uso discriminativi che di tali test si può fare, i testi infatti sono un prodotto della cultura che ha assunto come riferimento un dato modello di intelligenza. H. Gardner ha tentato di evidenziare differenti tipi di intelligenza, quella linguistica, musicale, logico-matematica, spaziale, corporeo-cinestesica e personale. R. Sternberg propone invece un’intelligenza composta da 3 fattori: componenziale, esperienziale e contestuale; per questo non si può sottovalutare l’importanza della componente ambientale nell’influenzare il rendimento ai test di intelligenza.Esistono poi test che hanno finalità diverse, di diagnosi e prevenzione, come la Assessment in Infancy di Uzgiris e Hunt che misura il raggiungimento di competenze sensomotorie.

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