Che cosa sono i contesti educativi
I contesti sono educativi quando producono insegnamento e apprendimento. Nel corso della vita ne incontriamo principalmente tre: prima la famiglia, poi la scuola e infine l’ambiente lavorativo. I contesti educativi formali, dedicati all’insegnamento ufficiale ed esplicito, comprendono tutti i tipi di scuola, con la loro natura laica o religiosa, pubblica o privata, e con origini e finalità molteplici. I contesti informali sono invece le varie tipologie di famiglia, da quelle tradizionali a quelle monoparentali: qui non ci sono orari di lezione, test, insegnanti o contenuti disciplinari strutturati, eppure la famiglia svolge un’attività educativa costante e continua, tanto che alcuni studiosi hanno sottolineato l’importanza delle conversazioni a tavola, in cui il linguaggio diventa strumento per insegnare e apprendere.
I contesti di lavoro, definiti di educazione aziendale, non vanno intesi come corsi di formazione, ma come luoghi in cui, prima di diventare esperti, occorre imparare le pratiche, i ruoli e le interazioni con i colleghi per agire come membri attivi di una comunità. Accanto a questi esistono infine i gruppi spontanei, altra fonte di apprendimento informale. Riconoscere questa pluralità di contesti aiuta a non ridurre l’educazione alla sola aula scolastica.
La dinamica tra apprendimento e insegnamento
Per sopravvivere, l’individuo deve adattarsi al proprio ambiente modificando continuamente il comportamento: in un certo senso, questo è l’apprendimento. Non tutto però si apprende nello stesso modo: contano il contenuto, la situazione, la cultura, il contesto relazionale e l’attività che si impara, tanto che l’apprendimento non è riconducibile a un’unica teoria. L’apprendimento, in fondo, è ciò che resta: un processo che ha avuto luogo quando qualcosa che abbiamo letto, detto o scritto permane nella memoria e può essere recuperato e rielaborato in seguito. La prova del suo buon esito è proprio la traccia in memoria e la possibilità di riattivarla.
Ma che cosa spinge ad apprendere? Se apprendere significa cambiare, passare da uno stato presente a uno desiderato, allora ciò che muove verso il cambiamento deve essere un’esperienza significativa: si è disposti ad apprendere solo se si pensa di poter raggiungere dei risultati, cioè se si è motivati. E poiché un percorso di apprendimento può durare anni, la spinta motivazionale deve mantenersi nel tempo. Il rischio della scuola è mettere in primo piano l’obbligo, la prestazione e la valutazione, lasciando in ombra proprio la motivazione, che dovrebbe esserne la vera molla. Negli ultimi tempi, del resto, si è prestata poca attenzione all’intima natura dell’apprendere, con un interesse quasi esclusivo per prestazioni e voti a scapito di contenuti, contesti, rapporti e interazioni.
Che cosa caratterizza un buon insegnante
La pratica dell’insegnare, cioè del far imparare gli altri, fa talvolta dimenticare che anche gli insegnanti hanno bisogno di imparare e di rinnovare la propria competenza. Poiché i docenti sono trasmettitori del sapere e uno degli strumenti con cui i ragazzi si orientano nel mondo, conta non solo la loro professionalità, ma anche la capacità relazionale e di costruzione di significati. Per questo la formazione non dovrebbe coinvolgere solo i singoli, ma l’intera struttura scolastica, con attività continue di sperimentazione e ricerca, senza dimenticare il contatto con esperti esterni per le situazioni che esulano dalle competenze del docente.
Sul piano dei contenuti, Engeström ha coniato l’espressione conoscenza incapsulata per indicare quel fenomeno per cui le acquisizioni scolastiche restano isolate e non più utilizzabili, come chiuse in una capsula; da qui l’invito a riconsiderare i saperi alla luce della loro connotazione storico-culturale, per superarne la scarsa trasferibilità. Il primo compito dell’insegnante è allora potenziare un apprendimento costruttivo e attivo, stimolando la discussione fin dalla scuola dell’infanzia. Bruner delineava così i requisiti di chi guida bene una discussione: saper porre buone domande, avere la pazienza di aspettare le risposte e trattenersi dalla voglia di valutare. Troppo spesso, invece, gli insegnanti pongono domande chiuse a funzione valutativa, che soffocano il dialogo anziché alimentarlo.
La scuola dell’autonomia e le tecnologie
La legge sull’autonomia scolastica del 1997 ha introdotto molti mutamenti che riguardano soprattutto insegnanti e studenti. Sviluppare l’autonomia negli studenti significa renderli protagonisti attivi del proprio sapere, coinvolgerli nella costruzione delle conoscenze e responsabilizzarli verso il proprio apprendimento. Per gli insegnanti non si tratta più solo di applicare il programma ministeriale, ma di sviluppare un progetto di lavoro condiviso e rappresentativo di ogni specifica comunità-scuola, collaborando alla costruzione di quelle che, in prospettiva neovygotskiana, si chiamano comunità di pratiche, così da comunicare e mettere in comune competenze e innovazioni prodotte dai singoli.
In questo quadro si inserisce l’introduzione della multimedialità, nata dall’esigenza di integrare la didattica con metodi più congeniali agli studenti e di ridurre il divario tra scuola e realtà giovanile. Il personal computer, diffusosi nelle scuole italiane dagli anni Ottanta, è diventato uno strumento flessibile per fare ricerche, comunicare con altre scuole o costruire il giornalino scolastico. Con il termine multimedialità si intende oggi un ambiente informatico capace di gestire audio, video, testi e immagini, che consente una maggiore interattività rispetto alla comunicazione tradizionale; una didattica che usa media e linguaggi differenti può favorire lo sviluppo di più aspetti dell’apprendimento, a patto che agli insegnanti sia richiesta una nuova professionalità.
La relazione tra insegnante e alunno
Istruire i bambini garantendo un corretto sviluppo delle loro competenze, in contesti che spesso li espongono a stress, è tra le sfide più difficili della scuola contemporanea. Le relazioni tra bambini e adulti sono una risorsa fondamentale per lo sviluppo: nei primi anni quelle con i genitori costituiscono l’infrastruttura su cui poggeranno tutte le attività scolastiche; negli anni della scuola tale infrastruttura viene ampliata, ma può essere ostacolata da eventi come il divorzio o la depressione di un genitore. È qui che l’insegnante entra in scena, perché la sua relazione con il bambino diventa una potenziale risorsa per migliorare gli esiti evolutivi.
Ogni docente possiede uno stile educativo legato alla propria personalità e alle proprie convinzioni, e ogni alunno è un universo di caratteri, aspirazioni e disagi. Il racconto di una maestra alle prese con un bambino di otto anni, chiuso e rabbioso perché segnato dall’assenza dei genitori, mostra bene come dietro un comportamento difficile ci sia spesso una sofferenza da accogliere prima che da correggere. L’incomprensione delle motivazioni e dei sentimenti dell’alunno, al contrario, rischia di danneggiarne la crescita e la qualità dell’apprendimento. Alcuni autori osservano criticamente che troppi docenti o non riescono a occuparsi davvero degli allievi o li strumentalizzano per fini narcisistici, e sostengono che a fare la differenza non sia solo la formazione dei singoli, ma il contesto istituzionale in cui l’insegnamento si svolge. L’insegnante dovrebbe porsi in sintonia con le parti più autentiche della personalità degli allievi, rispettandone l’individualità e lasciandoli liberi di esprimersi.
Il nodo della valutazione
Un comportamento diffuso e problematico è quello dell’insegnante che si costruisce una propria scala dei voti, dichiarando per esempio di non dare mai più di sette. Restringere la scala rispetto a quella prevista dalla normativa è un’azione discutibile sul piano psicopedagogico: il voto è un simbolo socialmente condiviso, che dovrebbe esprimere un giudizio universalmente interpretabile, e soggettivarne l’uso significa farne uno strumento personale anziché pubblico, legando l’alunno a una relazione asimmetrica in cui il docente si erge a giudice unico del suo valore. In questo clima prospera l’abitudine a etichettare: ed è bene ricordare che sia l’etichetta negativa sia quella positiva sono pregiudizievoli per l’autostima dell’allievo, perché lo imprigionano in un’immagine rigida di sé.
L’ascolto al centro dell’educazione
Che cosa tiene insieme tutti questi aspetti? La centralità della relazione e dell’ascolto. Un documentario ambientato in una piccola scuola elementare a classe unica, che segue per un anno un maestro rigoroso e appassionato, coglie con efficacia i dettagli che danno forma all’insegnamento: il maestro chiede sempre conto dei comportamenti scorretti, non si accontenta mai del silenzio e induce i bambini a riflettere e a raccontare il proprio agire. Ne emerge un’idea semplice e potente: l’apprendimento non è solo questione di metodi e contenuti, ma trova la sua specificità nelle capacità relazionali di chi insegna. Insegnare non significa decidere quali informazioni trasmettere, ma saper ascoltare, ed è nell’ascolto che si gioca il cuore dell’azione educativa.
Domande frequenti
Quali sono i principali contesti educativi?
La famiglia, la scuola e l’ambiente di lavoro, a cui si aggiungono i gruppi spontanei. La scuola è il contesto formale, con insegnamento esplicito e strutturato; la famiglia e il lavoro sono contesti informali, senza programmi né voti, ma capaci di un’educazione costante e continua.
Che cos’è la conoscenza incapsulata?
È l’espressione con cui Engeström indica il fenomeno per cui le acquisizioni scolastiche restano isolate e non utilizzabili al di fuori dell’aula, come chiuse in una capsula. Per superarla occorre riconsiderare i saperi nella loro dimensione storico-culturale e promuovere un apprendimento attivo e costruttivo.
Perché la motivazione è così importante per apprendere?
Perché apprendere significa cambiare, e si è disposti a cambiare solo se un’esperienza è significativa e si pensa di poter raggiungere dei risultati. Quando la scuola mette in primo piano obbligo, prestazione e voto, rischia di spegnere proprio la motivazione, che è la vera molla dell’apprendimento e deve mantenersi nel tempo.
Perché la relazione insegnante-alunno conta così tanto?
Perché le relazioni con gli adulti formano l’infrastruttura dello sviluppo del bambino. Quando le relazioni familiari sono in difficoltà, l’insegnante può diventare una risorsa preziosa per migliorare gli esiti evolutivi, a patto di comprendere i sentimenti dell’alunno e di mettersi in ascolto, invece di limitarsi a giudicare.
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