La figura dello psicologo scolastico
La presenza dello psicologo negli istituti scolastici è ancora avvolta in una certa indeterminatezza, non tanto perché non se ne riconosca l’utilità, quanto perché restano da regolamentare i suoi compiti, i suoi ambiti di azione e le sue modalità di movimento. Si è però affermata la necessità di un supporto psicologico preventivo, con una rivalutazione del ruolo rispetto all’età evolutiva: si è abbandonata la vecchia concezione che legava questa figura a situazioni di recupero, devianza o marginalità, per accostarla invece alla piena espressione del Sé.
I tentativi di regolamentazione non sono mancati. Sulla scia di progetti di legge e di protocolli d’intesa tra il Ministero della pubblica istruzione e i rappresentanti della categoria, le funzioni dello psicologo a scuola sono state individuate in: informazione sui temi dello sviluppo psicologico in età evolutiva; rapporto individuale con l’allievo a sostegno della formazione della sua personalità; individuazione e sostegno dei soggetti in difficoltà; collaborazione con gli insegnanti di sostegno; consulenza e informazione per gli insegnanti; consulenza psicologica per le famiglie. In sintesi, cinque aree di intervento, consulenza e counseling, formazione, orientamento e collegamento con le famiglie, organizzazione e valutazione, rivolte a tutti gli attori della scuola: allievi, genitori, insegnanti e istituzione.
Lo psicologo entra in classe
L’intervento pratico dello psicologo varia in base alle motivazioni e agli obiettivi: può essere un incontro singolo o una serie di incontri, condotto con l’intera classe o con il singolo studente. I cicli di intervento andrebbero costruiti sulla base delle indicazioni degli alunni stessi: può essere utile un primo incontro che li renda attivi e propositivi, così da concentrare il lavoro sui temi realmente percepiti come importanti da chi ne usufruirà, lasciando ai ragazzi la possibilità di scegliere se trattarli con tutta la classe o attraverso colloqui individuali.
Lo strumento più usato è la discussione di gruppo, detta guidata perché non improvvisata, ma condotta secondo una tecnica e su contenuti predisposti, pur mantenendo una notevole flessibilità. Cinque i principi da non abbandonare mai: la discussione deve essere subito coinvolgente, magari partendo dal racconto di situazioni concrete e problematiche; è utile una fase in cui lo psicologo svolge il ruolo dell’esperto, fornendo conoscenze e informazioni; segue la vera discussione, in cui coinvolgere via via tutti gli studenti; occorre evitare di scivolare nell’indottrinamento quando si pongono domande che richiedono una valutazione personale; ed è utile, di tanto in tanto, fare il punto e offrire una sintesi conclusiva.
Counseling, sostegno e segnali da non ignorare
Nella concezione moderna di salute, intesa non solo come assenza di malattia ma come benessere psicofisico, ci si può rivolgere allo psicologo per affrontare aspetti definiti della propria vita, non per ricevere consigli ma per acquisire nuove chiavi di lettura: come gestire l’emozione durante una prova, come affrontare una scelta importante. Lo strumento è il colloquio clinico, non in senso curativo ma perché aderente alla peculiarità del singolo: lo psicologo cerca di mettersi nei panni dell’altro, ne coglie le preoccupazioni e rassicura sulla segretezza di quanto viene detto. La relazione, inizialmente asimmetrica e non direttiva, tende ad attenuarsi quando lo psicologo entra nel vivo del counseling, aiutando la persona a interpretare in modo più adeguato le proprie esperienze.
Quando il counseling non basta, per esempio quando ripetuti insuccessi hanno fatto perdere fiducia in sé, generando depressione, aggressività o rinuncia, il compito diventa quello del sostegno: manifestare fiducia nelle potenzialità del soggetto, valorizzarne gli aspetti positivi e aiutarlo a individuare i motivi delle difficoltà e i modi per superarle. In questi casi può essere utile coinvolgere genitori e insegnanti, conciliando la promessa di riservatezza con il consenso del ragazzo. I problemi più seri riguardano l’apprendimento, come difficoltà di lettura, scrittura o comprensione, e il comportamento, come paure persistenti, disturbi alimentari, isolamento o percezioni distorte di sé e della realtà: qui la segnalazione a insegnanti e genitori è importante. Diverso è il tema della disabilità, per cui esiste l’insegnante di sostegno con cui lo psicologo collabora, mentre per le forme minori, prive di tale figura, serve la cooperazione con l’insegnante di classe. Un’attenzione particolare va infine agli adolescenti più complessi, che vivono in modo tormentato le proprie esperienze e mettono in discussione i valori della famiglia: per loro lo psicologo può diventare un punto di riferimento stabile, con colloqui periodici a cui rivolgersi per esprimere dubbi e convinzioni.
Il lavoro con i genitori
La seconda grande direzione dell’attività è il lavoro con i genitori, per sostenerli nella loro funzione, sensibilizzarli agli aspetti psicologici del rapporto con i figli e aiutarli ad affrontare i problemi educativi. Esiste infatti una competenza indispensabile per svolgere bene il ruolo genitoriale, anche se non istituzionalmente riconosciuta: essere stati bambini non basta a rendere buoni genitori, così come non basterebbe a insegnare nella scuola dell’infanzia.
Gli incontri con i genitori possono essere organizzati per fasce d’età. Nei primi tre anni si affrontano l’accettazione del bambino, la preparazione dell’ambiente fisico e sociale, la nascita psicologica, cioè la scoperta di avere un’individualità distinta dalla madre, e temi come il nido, spesso oggetto di pregiudizi ma in realtà luogo educativo. Nell’età della scuola dell’infanzia, dai quattro ai sei anni, si parla del distacco sereno da casa, del gioco simbolico, delle fiabe, delle paure e della rappresentazione del mondo. Nell’età della fanciullezza, dai sette ai dodici anni, emergono l’inserimento nella scuola elementare, la motivazione, il tempo libero, l’educazione sessuale, favorita dalla fase di latenza, e la gestione di litigi, separazioni e divorzi. Nell’adolescenza, infine, si affrontano lo sviluppo corporeo e puberale, il pensiero ipotetico-deduttivo, la scelta degli amici, il rischio della devianza e le grandi scelte di studio, lavoro e valori.
L’orientamento scolastico e professionale
Tra i compiti dello psicologo scolastico rientra anche l’orientamento. Il termine, dal latino oriens, richiama l’idea del sorgere e del trovare la direzione, e la scelta tra orientare e orientarsi non è casuale: segnala il passaggio da un’attività prescrittiva a una che valorizza il ruolo attivo del soggetto, riconosciuta anche a livello normativo come processo educativo continuo. Si distingue un orientamento informativo, o di primo livello, che si limita a informare sulla scelta, e uno formativo, o di secondo livello, che lavora sulle caratteristiche psico-attitudinali della persona. Un intervento orientativo completo si compone di tre aree: la conoscenza di sé, la conoscenza del mercato del lavoro e l’individuazione di un obiettivo formativo-professionale.
La figura dell’orientatore appartiene alle nuove professioni, nate quando un bisogno latente si è trasformato in domanda. Dovrebbe adottare una comunicazione non direttiva, astenersi dal dare consigli e limitarsi a portare la persona a un livello di autonomia e consapevolezza tale da scegliere in modo attivo: la difficoltà di una decisione, del resto, non sta tanto in ciò che si sceglie quanto in ciò che si lascia. Per questo l’orientatore ha bisogno di competenze psicologiche, sociologiche ed economiche, e può provenire da percorsi diversi; ma la competenza da cui non può prescindere è l’ascolto attivo, alla base di tutto il percorso orientativo.
Domande frequenti
Di che cosa si occupa lo psicologo scolastico?
Di un supporto psicologico preventivo rivolto a tutti gli attori della scuola. Le sue funzioni si raccolgono in cinque aree: consulenza e counseling, formazione, orientamento e collegamento con le famiglie, organizzazione e valutazione. Lavora quindi con gli allievi, con i genitori, con gli insegnanti e con l’istituzione.
Che cos’è la discussione guidata?
È lo strumento principale del lavoro in classe: una discussione di gruppo non improvvisata, condotta secondo una tecnica e su contenuti predisposti ma flessibile. Deve essere coinvolgente, prevedere una fase informativa e una di dibattito, evitare l’indottrinamento e chiudersi con una sintesi.
Qual è la differenza tra counseling e sostegno?
Il counseling aiuta la persona a leggere meglio situazioni ed esperienze definite, senza intento curativo. Il sostegno interviene quando il counseling non basta, cioè quando ripetuti insuccessi hanno minato la fiducia in sé: lì lo psicologo lavora per restituire fiducia, valorizzare gli aspetti positivi e individuare i modi per superare le difficoltà.
Perché lo psicologo lavora anche con i genitori?
Perché la funzione genitoriale richiede competenze che l’esperienza personale da sola non garantisce. Attraverso incontri organizzati per fasce d’età, dallo psicologo aiuta i genitori a comprendere gli aspetti psicologici dello sviluppo dei figli e ad affrontare i problemi educativi tipici di ogni fase.
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