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Le strategie di problem solving

Prosocialità e aggressività possono essere considerate strategie opposte di problem solving, apprese presto dal bambino. La differenza tra un bambino che aiuta e uno che colpisce non sta nel temperamento, ma nel modo in cui ciascuno dei due elabora l’informazione sociale prima di rispondere. Rispondere è l’ultimo passo, non il primo La questione non è […]

Psicolab — Le strategie di problem solving
Prosocialità e aggressività possono essere considerate strategie opposte di problem solving, apprese presto dal bambino. La differenza tra un bambino che aiuta e uno che colpisce non sta nel temperamento, ma nel modo in cui ciascuno dei due elabora l’informazione sociale prima di rispondere.

Rispondere è l’ultimo passo, non il primo

La questione non è quali comportamenti un bambino sia capace di mettere in atto, ma come seleziona le risposte e come elabora le informazioni che precedono quella selezione. Tra ciò che accade e ciò che il bambino fa si interpone una catena di operazioni mentali, ed è lungo quella catena che si decide l’esito.

Il punto ha una conseguenza pratica immediata. Correggere il comportamento finale, che è l’unico visibile, significa intervenire sull’ultimo anello. Se l’errore si è prodotto tre passi prima, la correzione non tiene.

Le fasi dell’elaborazione dell’informazione sociale

La codifica

Tutto comincia con una prima codifica dell’informazione. È un processo influenzato dai segnali sociali presenti nella situazione, ma anche da eventi simili conservati in memoria e dagli obiettivi generali che il bambino persegue in quel momento. Già qui si opera una selezione: nessuno registra tutto ciò che accade, e ciascuno registra soprattutto ciò che si aspetta di trovare.

L’interpretazione

Segue l’interpretazione, cioè il dare senso a ciò che si è visto. È la fase decisiva, e quella in cui gli errori di attribuzione giocano un ruolo importante. Il bambino aggressivo avrà maggiori probabilità di percepire intenzioni ostili nelle azioni altrui: una spinta accidentale in fila verrà letta come una provocazione, uno sguardo come una sfida.

Vale la pena soffermarsi su questo bias, perché ribalta la spiegazione ingenua dell’aggressività. Il bambino che reagisce con violenza a una spinta involontaria non sta reagendo in modo sproporzionato a ciò che è accaduto: sta reagendo in modo proporzionato a ciò che crede sia accaduto. Dal suo punto di vista, la risposta è giustificata. Ed è per questo che ammonirlo sul fatto che “non l’ha fatto apposta” raramente funziona: gli si chiede di rinunciare a una conclusione che a lui appare evidente.

La ricerca di una risposta

Interpretata la situazione, il bambino cerca una risposta possibile. Qui emerge una seconda differenza sostanziale. Il bambino socialmente più capace dispone di una gamma più ampia di reazioni: può ignorare, chiedere spiegazioni, protestare, negoziare, allontanarsi, chiamare un adulto. Il bambino aggressivo può disporre di una sola risposta, nella quale si impegna in modo stereotipato.

La povertà del repertorio è un problema autonomo, e va distinta dal bias interpretativo. Un bambino può leggere correttamente una situazione e tuttavia non sapere che cosa fare, se l’unica strategia che conosce è la forza.

La decisione e l’emissione

Segue una decisione, basata sulla risposta considerata più appropriata. Più il bambino riesce a considerare le possibili conseguenze delle diverse opzioni, più la scelta sarà accurata: valutare in anticipo che cosa accadrà se colpisce, e che cosa se protesta, è precisamente ciò che gli permette di scartare la prima opzione.

Infine avviene l’emissione della risposta, cioè il comportamento che gli altri osservano e giudicano. È l’unico anello visibile di una catena lunga.

Perché questo modello è utile

La scomposizione in fasi ha un valore che va oltre la descrizione. Permette di individuare, per ciascun bambino, dove esattamente il processo si inceppa: se nella codifica, perché coglie solo i segnali minacciosi; se nell’interpretazione, perché attribuisce intenzioni ostili; se nella ricerca, perché conosce una sola risposta; se nella decisione, perché non anticipa le conseguenze.

Interventi diversi corrispondono a punti diversi. Ampliare il repertorio di risposte non serve a chi ha un problema di attribuzione, e lavorare sulle attribuzioni non serve a chi le formula correttamente ma non sa che alternative abbia. È la ragione per cui i programmi di competenza sociale efficaci cominciano da una valutazione di dove il processo si interrompe, e non da un elenco generico di buoni comportamenti.

Domande frequenti

Quali sono le fasi dell’elaborazione dell’informazione sociale?

Codifica dell’informazione, interpretazione di ciò che si è visto, ricerca di una risposta possibile, decisione su quale sia la più appropriata, emissione del comportamento.

Perché il bambino aggressivo percepisce ostilità dappertutto?

Perché commette errori di attribuzione nella fase interpretativa: tende ad assegnare intenzioni ostili alle azioni altrui, anche quando sono accidentali. La sua reazione, dal suo punto di vista, è proporzionata a ciò che crede sia accaduto.

Che differenza c’è tra un bambino socialmente capace e uno aggressivo?

Il primo dispone di una gamma ampia di reazioni possibili e considera le conseguenze di ciascuna. Il secondo può disporre di una sola risposta, nella quale si impegna in modo stereotipato, e tende a interpretare le situazioni ambigue come ostili.

A che cosa serve scomporre il processo in fasi?

A capire in quale punto specifico si inceppa per un determinato bambino. Interventi diversi corrispondono a fasi diverse: ampliare il repertorio di risposte non aiuta chi ha un problema di attribuzione, e viceversa.

Prosocialità e aggressività sono due soluzioni allo stesso problema, scelte al termine di una catena di operazioni che comincia molto prima del comportamento. Il bambino aggressivo spesso non reagisce in modo eccessivo: reagisce a un mondo che ha letto come ostile, con l’unica risposta che possiede. Per cambiare l’ultimo anello bisogna sapere quale si è spezzato.
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