Cosa è cambiato, con precisione
Nella revisione più recente della classificazione internazionale dell’Organizzazione mondiale della sanità, la condizione precedentemente inclusa fra i disturbi mentali è stata ridenominata e ricollocata in un capitolo dedicato alla salute sessuale.
La ragione dichiarata è duplice: da un lato riconoscere che l’identità di genere non conforme non è di per sé un disturbo mentale; dall’altro mantenere una voce in classificazione per garantire l’accesso ai percorsi sanitari e alla loro copertura.
Va precisato l’elemento che spesso si perde: la depatologizzazione non equivale alla cancellazione. Se una condizione esce completamente dalle classificazioni, in molti sistemi sanitari escono con essa i diritti di accesso alle prestazioni.
Nel manuale diagnostico statunitense la formulazione è diversa e si concentra sulla disforia, cioè sul disagio, e non sull’identità in sé: anche lì il criterio richiede sofferenza o compromissione, e la sua assenza esclude la diagnosi.
Perché il cambiamento conta
Le conseguenze sono state studiate.
La classificazione come disturbo mentale è associata a stigma, che a sua volta si associa a ritardo nella richiesta di aiuto e a peggiori esiti di salute.
Il modello con più supporto in questo ambito è quello dello stress delle minoranze: i tassi più elevati di ansia, depressione e comportamenti autolesivi documentati nelle persone transgender e non binarie sono associati a discriminazione, rifiuto familiare e violenza subita, non all’identità in sé.
Ne segue la conseguenza pratica più solida: i fattori protettivi identificati sono il sostegno familiare, l’uso del nome scelto nei contesti di vita, e l’accesso a servizi competenti. Sono variabili modificabili, e la loro presenza si associa a riduzioni consistenti del disagio.
Cosa serve al professionista e a chi chiede aiuto
Alcuni punti sono ormai condivisi dalle indicazioni professionali internazionali.
Le pratiche finalizzate a modificare l’identità di genere o l’orientamento sessuale di una persona non hanno efficacia, sono associate a danni documentati, e sono considerate inaccettabili dalle principali associazioni professionali.
La valutazione psicologica, quando richiesta, non serve a stabilire se l’identità sia autentica, ma ad accompagnare, informare e verificare la presenza di condizioni che richiedano attenzione.
Va segnalato che il dibattito clinico sui percorsi in età evolutiva è aperto e non concluso: le raccomandazioni variano fra paesi e alcune sono state riviste. Su questo è corretto riportare l’esistenza di posizioni diverse anziché presentare un consenso che non c’è.
Ciò che invece non è in discussione riguarda il piano relazionale: il rifiuto familiare è fra i predittori più forti di esiti negativi, e il sostegno fra i più forti di esiti positivi. È l’informazione più utile per una famiglia.
Sul linguaggio, e sul contesto italiano
- Usare il nome e i pronomi indicati dalla persona: non è una concessione, ed è associato a minore disagio negli studi disponibili.
- Distinguere identità di genere e orientamento sessuale, che sono dimensioni indipendenti e vengono regolarmente confuse.
- Evitare il lessico patologizzante e le domande sul corpo, che in ambito non clinico non hanno alcuna funzione.
- In Italia esiste una normativa che disciplina la rettificazione anagrafica, e la giurisprudenza ha chiarito che non è necessariamente subordinata a interventi chirurgici. Per gli aspetti legali occorre rivolgersi a professionisti competenti.
Un ultimo criterio, valido oltre questo tema: quando una condizione esce dalle classificazioni dei disturbi mentali, ciò che cambia non è la persona. Cambia il modo in cui le istituzioni la trattano, e quello, i dati lo mostrano, incide sulla sua salute.
Domande frequenti
Cosa ha stabilito l’Organizzazione mondiale della sanita?
Che l’identita di genere non conforme non e di per se un disturbo mentale: la voce e stata ricollocata in un capitolo dedicato alla salute sessuale.
Perche non e stata eliminata del tutto?
Perche in molti sistemi sanitari l’uscita completa dalle classificazioni comporterebbe la perdita del diritto di accesso alle prestazioni.
Da cosa dipendono i maggiori tassi di disagio?
Dal modello dello stress delle minoranze: discriminazione, rifiuto familiare e violenza subita, non dall’identita in se.
Le terapie che mirano a modificare l’identita funzionano?
No: non hanno efficacia, sono associate a danni documentati e sono considerate inaccettabili dalle principali associazioni professionali.
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