Personalità e Individuo

Le nuove linee guida diagnostiche OMS non definiscono più la non-conformità di genere come un “disordine mentale”. Aspetti psicologici e normativi.

L’OMS ha spostato la disforia di genere fuori dall’elenco dei disordini mentali, collocandola nel capitolo della salute sessuale. Non è una sottigliezza da classificatori: cambia il peso dello stigma, incide sull’autodeterminazione della persona e si intreccia con una normativa italiana, la legge 164/82, che la giurisprudenza ha modificato in profondità. Qui vediamo perché l’OMS ha […]

Psicolab — Le nuove linee guida diagnostiche OMS non definiscono più la non-conformità di genere come un “disordine mentale”. Aspetti psicologici e normativi.
L’OMS ha spostato la disforia di genere fuori dall’elenco dei disordini mentali, collocandola nel capitolo della salute sessuale. Non è una sottigliezza da classificatori: cambia il peso dello stigma, incide sull’autodeterminazione della persona e si intreccia con una normativa italiana, la legge 164/82, che la giurisprudenza ha modificato in profondità. Qui vediamo perché l’OMS ha scelto così, perché la disforia resta comunque codificata nell’ICD-11, e come funziona davvero l’iter di transizione in Italia, passo per passo.

Il genere: tra pregiudizi e false credenze

Si intende identità di genere la proiezione del proprio essere che l’individuo ha verso il genere maschile piuttosto che verso quello femminile, si definisce genere sessuale il sesso fenotipico presente alla nascita, si definisce sesso genetico il sesso espresso a livello cromosomico, si definisce infine orientamento sessuale la pulsione verso un genere o entrambi i generi che il soggetto avverte.

I motivi della scelta dell’OMS

Lo spostamento della disforia di genere dall’elenco dei disordini mentali alla tematica della salute sessuale ha lo scopo di eliminare lo stigma che grava su queste persone e di agevolare la possibilità di autodeterminazione ad esempio sulla scelta del nome da usare, situazione che, ad oggi, in molti stati, è ancora legata alla necessità di ottenere certificazioni di tipo sanitario.
Contemporaneamente il mantenimento della disforia di genere nell’Icd-11 è teso ad assicurare le cure, psicologiche, ormonali e chirurgiche che possono essere indicate per gli individui con disforia di genere.

La norma in Italia

La legge 14 aprile 1982, n. 164, recante la disciplina per la rettificazione dell’attribuzione di sesso, ha costituito, per il diritto italiano, un esempio positivo di integrazione e di rispetto per la salute psicofisica.
Per quanto attiene alla rettificazione dei dati anagrafici, la norma stabilisce che questa possa essere attuata attraverso sentenza del tribunale passata in giudicato. Con questo atto è possibile attribuire, un nome diverso da quello trascritto nell’atto di nascita. Tale sentenza non ha effetti retroattivi (il nome resta tale fino alla pronuncia della sentenza) e provoca la cessazione degli effetti civili del matrimonio.
legge sulle unioni civili (c.d. legge Cirinnà, n. 76/2016), al comma 27 dell’art. 1, ha stabilito che “alla rettificazione anagrafica di sesso, ove i coniugi abbiano manifestato la volontà di non sciogliere il matrimonio o di non cessarne gli effetti civili, consegue l’automatica instaurazione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso”.

L’iter di cambiamento

Quello che è conosciuto come “transizione” è un percorso molto lungo e costoso per l’individuo che decide di intraprendere questo “viaggio”. In Italia la legge 164/82 regolamenta i vari passaggi di questo cambiamento.
Sono identificati una serie di punti fondamentali che la persona deve toccare per poter raggiungere lo status definitivo dell’altro sesso:

La consapevolezza del disagio

Il primo passo è sicuramente la consapevolizzazione del disagio che viene provato verso il proprio corpo e con il ruolo che viene ricoperto nella società.

L’incontro con gli specialisti

In secondo luogo, dopo che l’individuo ha concretato l’idea sul proprio sesso e conseguenti dubbi a riguardo, si ha l’approccio della persona con professionisti. L’invio agli specialisti, che possono essere di stampo medico o psicologico, può avvenire direttamente o tramite associazioni che accompagnano l’individuo in questo percorso.

I colloqui psicologici

Il terzo step riguarda i colloqui psicologici volti in primis alla diagnosi di disforia di genere e quindi alla formalizzazione della condizione dell’individuo. Successivamente hanno un ruolo di supporto alla terapia durante tutto il percorso di transizione. Questa serie d’incontri psicologici è molto importante per il benessere dell’individuo, sia per quanto riguarda l’accettazione della propria condizione sia per la comprensione della sua situazione da parte delle persone a lui/lei vicine; o anche solo più semplicemente per sostenere la persona durante aspetti difficili della transizione.

La terapia ormonale

La terapia ormonale è indubbiamente uno dei passaggi più conosciuti quando si parla di transizione, può essere intrapresa solo dopo aver iniziato un percorso psicologico e consiste nella somministrazione di ormoni che provocano un’involuzione delle caratteristiche del sesso biologico di appartenenza e un’evoluzione delle strutture coerenti con l’identità psichica. Quindi femminilizzare o mascolinizzare quelle parti del corpo caratteristiche di un sesso specifico. Inoltre ha la funzione di inibire le funzioni del sesso d’origine come erezione nell’uomo o ciclo mestruale nella donna. La terapia ormonale è una componente che accompagnerà per tutta la vita l’individuo, questo perché è necessario, anche dopo la conversione chirurgica, un livello di ormoni, estrogeni o androgeni, che solo la terapia farmacologica ha la capacità di sostenere.

Il Real Life Test

Quasi parallelamente alla terapia ormonale, e sempre affiancato da un terapeuta, l’individuo può cominciare a sperimentarsi nel quotidiano, iniziando a vivere situazioni sociali, immedesimandosi nel sesso opposto. Questa sperimentazione iniziale è anche detta RLT Real Life Test ovvero test di vita reale dove appunto la persona può approcciarsi e interfacciarsi al mondo con il sesso a cui si sente di appartenere. Un aspetto di questo tipo è molto saliente per l’individuo perché è utile per comprendere appieno la scelta che sta intraprendendo.

Gli aspetti legali e la riattribuzione chirurgica

L’aspetto interessante è che la modificazione del sesso di una persona ne va a toccare tutti gli aspetti: sociali, psicologici, medici e anche legali. Gli aspetti legali riguardano e regolamentano aspetti più tecnici legati alla ri-attribuzione chirurgica del sesso (RCS) o Sex Reassignment Surgery (SRS), la quale deve essere autorizzata esclusivamente attraverso una sentenza da parte del giudice poiché comporta l’asportazione degli organi riproduttivi che, in assenza di patologie organiche che la giustifichino, il medico non può in nessun modo svolgere poiché lesiva dell’integrità della persona. Quindi la sentenza verrà stilata dal giudice a seguito di perizie e relazioni da parte di consulenti tecnici d’ufficio CTU nominati dal giudice e/o da consulenti tecnici di parte CTP nominati dalla persona interessata. È interessante notare gli sviluppi anche dal punto di vista legale avvenuti in questi ultimi anni laddove per ottenere la rettificazione dell’attribuzione di sesso nei registri dello stato civile non sia più obbligatorio l’intervento chirurgico demolitorio o modificativo dei caratteri sessuali anatomici primari. Quindi la rettifica dei dati anagrafici e la correzione di tutti i documenti che ne conseguono non è più legata alla modificazione chirurgica (Sentenza n.180 del 2017).

Tuttavia alcune persone desiderano intraprendere anche il percorso di RCS (Riconversione Chirurgica di Sesso) quindi dopo aver ottenuto l’autorizzazione all’intervento, il soggetto può affidarsi ai centri chirurgici specializzati per queste tipologie di operazioni. L’operazione di vaginoplastica o di falloplastica possono essere svolte sia privatamente sia nel pubblico poiché l’intera operazione di RCS è coperta dal SSN (Sistema Sanitario Nazionale). Sono invece escluse le operazioni che riguardano migliorie estetiche che esulano i caratteri sessuali secondari extragenitali.

Il reinserimento e il follow up

A questo punto il percorso sembrerebbe finito tuttavia la persona si trova a dover affrontare il mondo con un aspetto ed una consapevolezza nuova e non sempre è una condizione priva di problematiche per questo è importante considerare il delicato aspetto del reinserimento sociale, relazionale, lavorativo o scolastico. L’individuo va accompagnato nella creazione di una nuova routine quotidiana, nella creazione di nuovi progetti e nella sua autoaffermazione come persona.

L’ultimo aspetto da considerare è il follow up, una serie d’incontri a lungo termine mirati al monitoraggio delle condizioni sociali e personali del soggetto. Questi momenti sono utili sia per la persona stessa che potrebbe affrontare momenti di disagio nell’arco della vita e per le persone che affronteranno questo iter negli anni avvenire. Ovviamente oltre ad un follow up più psicologico è importante anche un follow up di tipo medico/endocrinologico finalizzato alla valutazione della componente ormonale somministrata che andrebbe controllata costantemente per tutto l’arco di vita.

Domande frequenti

Perché l’OMS non considera più la non-conformità di genere un disordine mentale?

Per togliere lo stigma che grava su queste persone e per agevolarne l’autodeterminazione. Un esempio concreto è la scelta del nome da usare: in molti stati è ancora subordinata all’ottenimento di certificazioni sanitarie, e la riclassificazione punta a rendere quel passaggio meno dipendente da un’etichetta psichiatrica.

Se non è più un disordine mentale, perché la disforia di genere resta nell’ICD-11?

Perché la codifica è ciò che garantisce l’accesso alle cure. Mantenere la disforia di genere nell’ICD-11, ma nel capitolo della salute sessuale, serve ad assicurare i trattamenti psicologici, ormonali e chirurgici che possono essere indicati per queste persone. Si toglie lo stigma senza togliere il diritto alla presa in carico.

In Italia serve l’intervento chirurgico per cambiare i dati anagrafici?

No. La sentenza n. 180 del 2017 ha stabilito che per ottenere la rettificazione dell’attribuzione di sesso nei registri dello stato civile non è più obbligatorio l’intervento chirurgico demolitorio o modificativo dei caratteri sessuali anatomici primari. La rettifica dei dati anagrafici e la correzione dei documenti non sono più legate alla modificazione chirurgica.

Che cos’è il Real Life Test?

È la fase in cui la persona, affiancata dal terapeuta e quasi parallelamente alla terapia ormonale, comincia a sperimentarsi nel quotidiano vivendo le situazioni sociali nel genere in cui si riconosce. Serve a comprendere appieno la scelta che si sta intraprendendo, prima dei passaggi irreversibili.

La decisione dell’OMS separa due cose che per decenni erano state tenute insieme: la sofferenza legata alla disforia, che va curata, e l’idea che la non-conformità di genere sia di per sé una malattia mentale, che non regge. La disforia resta nell’ICD-11 proprio per garantire le cure, non per etichettare. In Italia il quadro si è mosso nella stessa direzione: dal 2017 la rettifica anagrafica non passa più obbligatoriamente dal bisturi. Resta un percorso lungo, costoso e presidiato da più figure professionali, in cui la parte psicologica non si esaurisce con la diagnosi ma accompagna reinserimento e follow up per tutto l’arco della vita.
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