Velocità e incidenti: un legame documentato
La velocità elevata è uno dei più grossi problemi del traffico. A promuoverla contribuisce indirettamente il progressivo miglioramento delle prestazioni delle autovetture, che forniscono all’uomo una potenza aggiuntiva sempre maggiore, esaltando i tratti di cui si sente deficitario. Così si comprano macchine che raggiungono i 220 km/h, quando ogni limite di velocità è ben più basso. È un dato di fatto che all’aumento della velocità corrisponda l’aumento del numero di sinistri stradali (Nilsson, 1981), quindi di feriti e di decessi. A questo si aggiungono effetti spiacevoli sull’ambiente, come l’inquinamento, compreso quello acustico.
Dal punto di vista del singolo, sebbene molti guidatori conoscano gli effetti dannosi dell’alta velocità, l’eccesso di velocità resta una delle infrazioni più comuni al Codice della Strada. È stato dimostrato (Ahlin, 1979) che i conducenti sanzionati una volta per eccesso di velocità si mostravano poi recidivi. In altre parole, non è la semplice paura del rimprovero a impedirci di fare ciò che ci è stato proibito.
La scelta di velocità è un fatto sociale
Una delle prime domande è perché ci siano persone che sembrano amare l’eccesso di velocità. Dagli studi sui guidatori e sul “sistema traffico”, inteso come un ambiente sociale in cui i guidatori interagiscono tra loro, è stato suggerito (Aberg et al., 1997) che i guidatori si influenzino a vicenda nella propria scelta di velocità. Le credenze che ciascuno ha sulla velocità tenuta dagli altri sono importanti per la velocità che decide di tenere lui stesso. È stato proposto (Connelly e Aberg, 1993) che la velocità scelta sia il risultato di un processo in cui la propria andatura viene comparata a quella degli altri. E benché ognuno sia condizionato dal proprio livello di accettazione dei limiti, questo livello è soggetto a distorsioni proprio a causa della scelta di velocità altrui.
Le motivazioni psicologiche
Per spiegare la velocità eccessiva, la tendenza a guidare più veloci è stata interpretata in termini di rapporto costi/benefici (cosa rischio in cambio di un guadagno di tempo?), di piacere (guidare veloce mi fa sentire libero), di ricerca di sensazioni o sensation-seeking (sto bene solo quando mi spingo all’estremo). Qualunque sia la motivazione reale, viene però spesso trascurato l’aspetto più importante: la possibilità di una collisione, dove è evidente che velocità maggiori conducono a danni maggiori.
L’aspetto cognitivo: attenzione e sovraccarico mentale
Oltre agli aspetti comportamentali, conta anche quello cognitivo. Il senso comune lega alta velocità e necessità di attenzione con una relazione semplice: più si va veloci, più bisogna stare attenti. Nel 1991 L. Harms ha mostrato che a un incremento di velocità è associato un alto rischio di sovraccarico mentale. Il conducente che si è spinto troppo in là, quando si trova in una condizione critica di traffico, tende a ridurre la velocità per compensare il sovraccarico; scampato il pericolo, però, tende spontaneamente ad accelerare di nuovo. In un esperimento in condizioni di guida reale (Recarte e Nunes, 2000) è stata analizzata la velocità durante un compito distraente, come eseguire mentalmente operazioni matematiche: si è osservata una riduzione della velocità durante la risoluzione del compito, a dimostrazione che l’attenzione è collegata alla velocità.
Quando la velocità percepita inganna
Il primo problema sorge già nella definizione stessa di “alta velocità”, perché la velocità percepita dal conducente spesso non è vicina a quella reale. A provocare questa discrepanza concorrono almeno due sensi: l’udito e la vista. È stato provato che i guidatori a cui erano state fatte indossare cuffie che li isolavano acusticamente tendevano a guidare più veloci e a sottostimare la velocità. Allo stesso modo, in base a ciò che vediamo intorno a noi, aumentiamo o diminuiamo l’andatura: quando percorriamo strade dal paesaggio povero o monotono, come in autostrada, tendiamo ad andare più veloci o a sottostimare la velocità (Costa, Corazza e Ricci Bitti, 2005). Non è forse capitato a molti di guardare il tachimetro in autostrada e accorgersi di essere oltre i cento pur avendo la sensazione di andare a cinquanta?
Un sistema in cui non siamo soli
Anche se molti studi si sono occupati e si occuperanno di spiegare la scelta di velocità elevata e le modificazioni psicofisiche ad alta velocità, resta il fatto che ciascuno dovrebbe fare appello al proprio senso civico. Come guidatore inserito in un sistema traffico non ci si trova da soli. E sebbene sia indiscutibile la facoltà di ciascuno di disporre delle proprie risorse, tra cui la vita, le conseguenze della velocità elevata spesso invadono il campo delle risorse dell’altro, che con buone probabilità considera la propria vita la più grande risorsa che gli sia mai stata regalata.
Domande frequenti
Perché all’aumentare della velocità aumentano gli incidenti?
Perché velocità maggiori riducono i margini di reazione e aumentano l’energia in gioco in caso di impatto: lo confermano dati come quelli di Nilsson (1981). A parità di errore, un urto a velocità più alta produce danni più gravi a persone e cose.
La scelta di velocità dipende solo dal singolo guidatore?
No. Studi come quelli di Aberg (1997) e Connelly e Aberg (1993) mostrano che i guidatori si influenzano a vicenda: la velocità che teniamo dipende anche da quella che crediamo tengano gli altri. È quindi un fenomeno sociale, non solo individuale.
Perché spesso non ci accorgiamo di andare troppo veloci?
Perché la velocità percepita non coincide con quella reale. Isolamento acustico e paesaggi monotoni, come in autostrada, portano a sottostimare l’andatura (Costa, Corazza e Ricci Bitti, 2005). Da qui la sensazione di andare piano pur superando i limiti.
Cosa spinge a guidare veloci nonostante i rischi?
Le motivazioni indicate sono il calcolo costi/benefici, il piacere e la ricerca di sensazioni forti. Spesso, però, in questo bilancio viene trascurato l’elemento decisivo: la possibilità di una collisione e la gravità dei danni che ne derivano.
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