Cosa la ricerca ha stabilito
Il primo punto è quello che va detto con più chiarezza, perché il suo contrario circola molto.
I fattori psicologici (personalità, stress, atteggiamento) non causano il cancro, e le rassegne su ampi campioni non sostengono le affermazioni forti circolate per decenni. La cosiddetta personalità predisponente non ha supporto.
Allo stesso modo, l’idea che l’atteggiamento determini la sopravvivenza non è sostenuta. Il suo costo è concreto: attribuisce a chi peggiora la responsabilità di non aver combattuto abbastanza, e aggiunge colpa a una malattia.
Ciò che invece è documentato: il disagio psicologico nei percorsi oncologici è frequente, con quote consistenti di persone che presentano ansia o sintomi depressivi clinicamente rilevanti, e viene riconosciuto in una minoranza dei casi.
E ciò che il supporto psicologico produce: miglioramenti su ansia, depressione e qualità della vita, con effetti reali e di entità moderata. Non sulla sopravvivenza, e presentarlo diversamente sarebbe scorretto.
I momenti critici, che sono prevedibili
La ricerca ne ha identificati alcuni, e conoscerli consente di organizzare il sostegno anziché improvvisarlo.
La comunicazione della diagnosi, e il periodo di attesa fra sospetto e conferma, che è spesso quello con il disagio più intenso di tutto il percorso.
Le decisioni terapeutiche, in particolare quelle che coinvolgono il corpo e l’immagine di sé.
La fine dei trattamenti, che sorprende quasi tutti: viene attesa come sollievo e si accompagna invece a un aumento del disagio, per la perdita del contenimento dato dai controlli frequenti e per il timore della recidiva.
I controlli periodici, con l’ansia che li precede e che tende a persistere per anni.
E il rientro alla vita ordinaria, dove le aspettative altrui (che ora tutto sia risolto) non coincidono con l’esperienza.
Va aggiunto un elemento specifico e poco discusso: il timore della recidiva è fra le difficoltà più riportate a distanza di anni, e per esso esistono interventi psicologici mirati con evidenze.
Cosa serve, e cosa non aiuta
Le indicazioni pratiche sono definite.
Lo screening del disagio come parte ordinaria del percorso, non su segnalazione: è raccomandato internazionalmente e ancora applicato in modo disomogeneo.
La comunicazione con l’equipe, per la quale esistono protocolli strutturati: informazione graduale, verifica della comprensione, spazio per le domande, e attenzione a cosa la persona vuole sapere e quando.
Il coinvolgimento di partner e familiari, il cui disagio è documentato a livelli comparabili a quello dei pazienti e quasi mai considerato.
L’attenzione a immagine corporea e sessualità, che sono fra le aree più colpite e fra le meno affrontate nei colloqui, spesso per imbarazzo reciproco.
Va detto cosa non aiuta, perché è frequente: il registro della battaglia, con la sua richiesta implicita di essere forti; l’obbligo del pensiero positivo, che impedisce di esprimere paura; e le rassicurazioni generiche, che chiudono la conversazione anziché aprirla.
Ciò che chi sta vicino può fare è più semplice: esserci con costanza, offrire aiuto concreto e specifico anziché disponibilità generica, e tollerare il silenzio e la paura senza doverli correggere.
Domande frequenti
Lo stress o la personalita possono causare il cancro?
No: le rassegne su ampi campioni non sostengono queste affermazioni, e la cosiddetta personalita predisponente non ha supporto.
L’atteggiamento influenza la sopravvivenza?
Non e sostenuto dai dati, e sostenerlo attribuisce a chi peggiora la responsabilita di non aver combattuto abbastanza.
Cosa produce il supporto psicologico?
Miglioramenti documentati su ansia, depressione e qualita della vita, con effetti moderati. Non sulla sopravvivenza.
Qual e il momento piu difficile?
Oltre all’attesa della diagnosi, spesso la fine dei trattamenti: viene attesa come sollievo e si accompagna invece a un aumento del disagio.
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