Personalità e Individuo

La presa in carico psicologica della paziente con tumore della mammella.

Nel percorso oncologico il sostegno psicologico viene spesso proposto tardi, quando qualcosa è già andato storto. Le raccomandazioni internazionali indicano il contrario: va integrato fin dall’inizio, perché i momenti critici sono prevedibili. Articolo divulgativo, non fornisce indicazioni cliniche ne terapeutiche. Ogni decisione di cura va presa con l’equipe curante. Emergenze: 112. Telefono Amico: 02 2327 […]

Psicolab — La presa in carico psicologica della paziente con tumore della mammella.
Nel percorso oncologico il sostegno psicologico viene spesso proposto tardi, quando qualcosa è già andato storto. Le raccomandazioni internazionali indicano il contrario: va integrato fin dall’inizio, perché i momenti critici sono prevedibili.
Articolo divulgativo, non fornisce indicazioni cliniche ne terapeutiche. Ogni decisione di cura va presa con l’equipe curante. Emergenze: 112. Telefono Amico: 02 2327 2327.

Cosa la ricerca ha stabilito

Il primo punto è quello che va detto con più chiarezza, perché il suo contrario circola molto.

I fattori psicologici (personalità, stress, atteggiamento) non causano il cancro, e le rassegne su ampi campioni non sostengono le affermazioni forti circolate per decenni. La cosiddetta personalità predisponente non ha supporto.

Allo stesso modo, l’idea che l’atteggiamento determini la sopravvivenza non è sostenuta. Il suo costo è concreto: attribuisce a chi peggiora la responsabilità di non aver combattuto abbastanza, e aggiunge colpa a una malattia.

Ciò che invece è documentato: il disagio psicologico nei percorsi oncologici è frequente, con quote consistenti di persone che presentano ansia o sintomi depressivi clinicamente rilevanti, e viene riconosciuto in una minoranza dei casi.

E ciò che il supporto psicologico produce: miglioramenti su ansia, depressione e qualità della vita, con effetti reali e di entità moderata. Non sulla sopravvivenza, e presentarlo diversamente sarebbe scorretto.

I momenti critici, che sono prevedibili

La ricerca ne ha identificati alcuni, e conoscerli consente di organizzare il sostegno anziché improvvisarlo.

La comunicazione della diagnosi, e il periodo di attesa fra sospetto e conferma, che è spesso quello con il disagio più intenso di tutto il percorso.

Le decisioni terapeutiche, in particolare quelle che coinvolgono il corpo e l’immagine di sé.

La fine dei trattamenti, che sorprende quasi tutti: viene attesa come sollievo e si accompagna invece a un aumento del disagio, per la perdita del contenimento dato dai controlli frequenti e per il timore della recidiva.

I controlli periodici, con l’ansia che li precede e che tende a persistere per anni.

E il rientro alla vita ordinaria, dove le aspettative altrui (che ora tutto sia risolto) non coincidono con l’esperienza.

Va aggiunto un elemento specifico e poco discusso: il timore della recidiva è fra le difficoltà più riportate a distanza di anni, e per esso esistono interventi psicologici mirati con evidenze.

Cosa serve, e cosa non aiuta

Le indicazioni pratiche sono definite.

Lo screening del disagio come parte ordinaria del percorso, non su segnalazione: è raccomandato internazionalmente e ancora applicato in modo disomogeneo.

La comunicazione con l’equipe, per la quale esistono protocolli strutturati: informazione graduale, verifica della comprensione, spazio per le domande, e attenzione a cosa la persona vuole sapere e quando.

Il coinvolgimento di partner e familiari, il cui disagio è documentato a livelli comparabili a quello dei pazienti e quasi mai considerato.

L’attenzione a immagine corporea e sessualità, che sono fra le aree più colpite e fra le meno affrontate nei colloqui, spesso per imbarazzo reciproco.

Va detto cosa non aiuta, perché è frequente: il registro della battaglia, con la sua richiesta implicita di essere forti; l’obbligo del pensiero positivo, che impedisce di esprimere paura; e le rassicurazioni generiche, che chiudono la conversazione anziché aprirla.

Ciò che chi sta vicino può fare è più semplice: esserci con costanza, offrire aiuto concreto e specifico anziché disponibilità generica, e tollerare il silenzio e la paura senza doverli correggere.

Domande frequenti

Lo stress o la personalita possono causare il cancro?

No: le rassegne su ampi campioni non sostengono queste affermazioni, e la cosiddetta personalita predisponente non ha supporto.

L’atteggiamento influenza la sopravvivenza?

Non e sostenuto dai dati, e sostenerlo attribuisce a chi peggiora la responsabilita di non aver combattuto abbastanza.

Cosa produce il supporto psicologico?

Miglioramenti documentati su ansia, depressione e qualita della vita, con effetti moderati. Non sulla sopravvivenza.

Qual e il momento piu difficile?

Oltre all’attesa della diagnosi, spesso la fine dei trattamenti: viene attesa come sollievo e si accompagna invece a un aumento del disagio.

I fattori psicologici non causano il cancro e l’atteggiamento non determina la sopravvivenza: sostenerlo aggiunge colpa. Cio che e documentato e la frequenza del disagio e il fatto che venga riconosciuto in una minoranza dei casi. I momenti critici sono prevedibili (attesa della diagnosi, decisioni, fine dei trattamenti, controlli) e per questo il supporto va integrato dall’inizio. E il registro della battaglia non aiuta.
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