La “stanza dei giochi”: il bambino in terapia
Con i bambini la metafora manifesta tutta la sua efficacia proprio nella spontaneità. È un linguaggio di comunicazione naturale, che aiuta a costruire capacità di problem solving, favorisce la consapevolezza delle emozioni e accresce l’intelligenza emotiva. Attraverso storie e immagini, il bambino può acquisire esperienze e abilità utili nella vita reale.
Il setting terapeutico con un bambino è diverso da quello con soli adulti: la stanza diventa una vera e propria “stanza dei giochi”, un luogo dove il piccolo può manifestarsi senza paura. Giochi, colori e oggetti, uniti a un buon rapporto terapeutico, costituiscono il punto di partenza. L’obiettivo del terapeuta è entrare in contatto con il pensiero del bambino, esplorare insieme la stanza per conoscersi, dialogare attraverso elementi giocosi per affrontare anche i temi più delicati.
Perché la comunicazione sia efficace, il terapeuta deve “accomodarsi” al piccolo paziente: coordinarsi sui tempi, le pause, il tono e il ritmo del suo linguaggio. E, soprattutto, deve saper rivivere il bambino che ha dentro (le fantasie, le gioie, la spontaneità dell’infanzia) perché è su questo che si costruisce il rapporto terapeutico.
A cosa serve la metafora con i bambini
Le ricerche sull’uso terapeutico della metafora con i bambini hanno individuato molte funzioni. La metafora può servire a:
- catturare l’attenzione e stimolare il desiderio di apprendere;
- preparare a ciò che verrà e suscitare aspettativa;
- far conoscere e riconoscere le emozioni;
- evitare il confronto diretto con argomenti potenzialmente angoscianti;
- ravvivare l’immaginazione e arricchire le conoscenze del bambino.
Un’avvertenza importante: non tutti i bambini rispondono al “potere” delle metafore. Per età o sviluppo cognitivo, alcuni pensano in modo molto concreto e poco astratto. Sta al terapeuta essere un ottimo osservatore e conoscere il più possibile l’universo del piccolo, per rendere la metafora davvero efficace.
Fantasia e metafore: il mondo naturale del bambino
I bambini sono, in genere, molto ricettivi alle metafore e, seppure inconsciamente, hanno grande dimestichezza nell’usarle. Preferiscono ascoltare storie, raccontarle, rappresentarle. Gran parte dell’identità infantile è costellata di metafore: fiabe, cartoni, eroi dei film sono il “cibo quotidiano” di bambini e adolescenti. Persino imparare a comportarsi “come se” fosse il genitore è, per il bambino, un procedimento metaforico.
Alla base c’è la fantasia: un processo naturale e innato attraverso cui il bambino impara a dare senso al mondo. Come è stato osservato, esistono due giochi fondamentali per la crescita: il gioco per imitazione, in cui il piccolo riproduce ciò che vede, e il gioco simbolico o di fantasia, in cui un oggetto viene trasformato in qualcosa di diverso dalla sua realtà. Questa “metafora di creazione” rappresenta il processo interiore di apprendimento del bambino, che intreccia fantasia e creatività.
Le diverse letture della fantasia
Sul valore della fantasia si sono confrontate teorie diverse. Freud sosteneva che nascesse dalla privazione ed esprimesse il bisogno di appagare un desiderio. Bettelheim ne ha ampliato il ruolo, sottolineando come la fantasia aiuti spesso i bambini ad affrontare i problemi emotivi tipici di certe fasi dello sviluppo. Piaget ne ha valorizzato l’importanza per lo sviluppo cognitivo e senso-motorio, considerando i giochi simbolici strumenti di crescita. Studi più recenti indicano che la fantasia può funzionare in due modi: compensatore (per cambiare situazioni spiacevoli e appagare bisogni) e creativo (per sviluppare nuove capacità).
Un principio guida resta valido: il terapeuta deve saper viaggiare nella fantasia del bambino “senza porvi ordine” per dargli un senso adulto. Ciò che per un bambino è significativo e terapeutico, troppo spesso appare insignificante agli occhi di un adulto. Attraverso la fantasia, il piccolo può esprimere paure velate, descrivere desideri silenziosi e “agire” i propri problemi.
Conoscere il mondo dei piccoli: l’arte di osservare
A Milton Erickson, maestro della psicoterapia basata sulle metafore, si attribuisce una risposta memorabile sulla variabile più importante della terapia: “osservare, osservare, osservare”. Prima di usare le metafore, bisogna guardare il bambino: cosa tiene desta la sua attenzione, come interagisce, quali sono le sue minime risposte comportamentali. I bambini, fortunatamente, sono più espressivi e meno vincolati alle convenzioni degli adulti.
Come tutti, però, non comunicano solo a parole: moltissimo passa dal non verbale, attraverso quelli che si chiamano segnali minimi, indicatori delle esperienze familiari del bambino. Sono la base per costruire metafore a lui familiari e facilmente accettabili.
La lezione dei genitori
Tutti noi abbiamo l’esperienza per riconoscere i segnali minimi: i genitori ne sono l’esempio migliore. Nei primi giorni di vita imparano un assortimento complesso di segnali (capire quando il bambino ha fame, quando è sazio, quando vuole dormire) pur non possedendo ancora, il piccolo, alcun linguaggio verbale. In ogni stadio dello sviluppo emerge spontaneamente questo “accomodamento” reciproco.
La capacità di rispondere ai segnali minimi è uno degli strumenti terapeutici più efficaci. Adeguarsi al linguaggio del bambino aiuta il terapeuta a costruirsi un’esperienza interiore delle sensazioni del piccolo; e il bambino, a sua volta, sente il terapeuta più simile a sé e si predispone a condividere il proprio mondo. Non a caso Erickson, che sviluppò l’attenzione ai minimal cues, attingeva proprio alla curiosità e all’osservazione minuziosa tipiche dell’infanzia.
Il sintomo come messaggio
Un contributo importante di Erickson è l’approccio di “utilizzazione”: accettare i sintomi presentati dal paziente e inserirli nella strategia del trattamento. Una metafora efficace si costruisce su tutte le informazioni offerte dal bambino, consce e inconsce, sintomi compresi.
Esistono diverse letture dell’origine dei sintomi: c’è chi li vede come manifestazioni di esperienze traumatiche passate, chi come frutto di un apprendimento carente, chi ne dà una lettura psiconeurofisiologica (fattori genetici, biochimici e ambientali insieme), e chi (come Erickson) li considera messaggi dell’inconscio, utilizzabili per la loro stessa risoluzione. In quest’ultima prospettiva il sintomo può addirittura essere trasformato nella soluzione, con grande elasticità terapeutica. Il principio di fondo è che sono i bisogni e i sintomi del paziente a stabilire il tipo di intervento: per alcuni sarà più utile un approccio cognitivo, per altri un’esperienza catartica, per altri ancora una tecnica comportamentale.
In una cornice vicina alla visione sistemica, la terapia infantile legge i sintomi non come patologia, ma come “risorse bloccate”: capacità e potenzialità del bambino ostacolate da un sovraccarico di pressioni, familiari, scolastiche, relazionali. Quando il bambino non riesce a essere se stesso, le risorse interne della sua personalità non sono disponibili. Il sintomo, allora, è una comunicazione simbolica che non solo segnala una sofferenza, ma la descrive. Ogni disturbo, in questo senso, è una metafora che contiene la storia del problema, e, spesso, la traccia della sua possibile soluzione. La metafora, in fondo, è essa stessa il messaggio.
Domande frequenti
Perché la metafora funziona così bene con i bambini?
Perché i bambini sono naturalmente ricettivi al linguaggio simbolico: fiabe, giochi e fantasia sono parte della loro identità. La metafora permette di affrontare temi seri senza confronto diretto, riducendo l’angoscia, stimolando l’immaginazione e favorendo la consapevolezza delle emozioni.
Cos’è la “stanza dei giochi” in terapia?
È il setting terapeutico pensato per il bambino: un luogo con giochi, colori e oggetti dove il piccolo può manifestarsi senza paura. Qui il terapeuta si “accomoda” ai suoi tempi e al suo linguaggio, dialogando attraverso elementi giocosi per affrontare anche argomenti delicati.
Cosa sono i segnali minimi?
Sono i messaggi non verbali attraverso cui il bambino comunica esperienze e sensazioni. Come fanno i genitori fin dai primi giorni di vita, il terapeuta impara a riconoscerli e a rispondervi: è così che si apre una finestra sul mondo interiore del piccolo e si costruiscono metafore a lui familiari.
Come vengono interpretati i sintomi nella terapia infantile?
Spesso come “risorse bloccate”: capacità del bambino ostacolate da pressioni familiari, scolastiche o relazionali, non come patologia. Il sintomo diventa una comunicazione simbolica che descrive il problema. Nell’approccio ericksoniano può persino essere utilizzato e trasformato nella soluzione.
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