Che cos’è il gioco simbolico
Il gioco simbolico fa il suo esordio intorno ai 12-15 mesi di vita e si sviluppa lungo tutta la prima infanzia. È il comportamento ludico caratterizzato dalla finzione: il celebre “facciamo finta che…”. Lungi dall’essere un semplice passatempo, è un’esperienza culturale e di crescita autentica e imprescindibile.
In questa grande categoria rientrano attività molto diverse tra loro:
- giochi di costruzione (mattoncini, meccano, puzzle);
- giochi di simulazione ed emulazione del mondo adulto (il “far finta di…”, i giochi di ruolo);
- oggetti transizionali, bambole, burattini.
Vygotskij: il gioco come motore del pensiero astratto
Uno dei contributi più importanti sul tema è quello dello psicologo Vygotskij, che sottolinea l’importanza del gioco soprattutto in età prescolare. A suo avviso il gioco offre al bambino la maggiore opportunità di compiere esperienze ricche e varie: attraverso la finzione ludica, il piccolo allarga il proprio campo d’azione e di conoscenza, esprimendo il bisogno di conoscere e adattarsi al mondo.
Per Vygotskij il gioco è addirittura l’attività più importante per lo sviluppo intellettivo nella prima infanzia, ed è il mezzo più efficace per sviluppare il pensiero astratto. Il bambino, infatti, crea situazioni immaginarie per superare i limiti delle sue possibilità di azione concreta.
Come il gioco favorisce l’astrazione
Per capire il meccanismo, Vygotskij parte dalla percezione infantile. All’inizio l’oggetto è totalmente associato all’azione che il bambino può compiere su di esso: la porta è “il potersi aprire e chiudere”, il cavallo è “il cavalcare”. Con il gioco di immaginazione, per la prima volta, il bambino separa un oggetto dalle sue azioni e proprietà.
Si tratta di un processo graduale: all’inizio il piccolo ha ancora bisogno di un oggetto concreto che renda possibile l’azione ed evochi realisticamente ciò che vuole rappresentare. Per questo l’oggetto usato nel gioco conserva sempre qualche proprietà di ciò che intende evocare, un bastone diventa cavallo perché ci si può stare “a cavalcioni”. È un ponte prezioso tra il concreto e l’astratto.
Il gioco di ruolo e l’autoregolazione
Tra le forme più ricche c’è il gioco di simulazione (il “facciamo finta che”) e il gioco di ruolo, particolarmente efficaci nello sviluppo dell’autoregolazione cognitiva e delle competenze prosociali. Impersonando un personaggio, il bambino attraversa diversi percorsi metacognitivi:
- l’avvicinamento empatico ad altri punti di vista (il bambino “diventa” il suo personaggio);
- l’osservazione dei comportamenti (come si comporterebbe questo personaggio?);
- l’automonitoraggio nel mantenere il ruolo (sono credibile?);
- la correzione del proprio comportamento in coerenza con il personaggio (questo personaggio agisce diversamente da me);
- la valutazione della performance, con parametri interni (ho recitato bene) ed esterni (gli applausi).
In pratica, giocando a “essere un altro”, il bambino impara a osservarsi, a mettersi nei panni altrui e a regolare le proprie azioni: competenze fondamentali per la vita sociale.
Uno spazio sicuro per sperimentare
Un altro autore importante, Bruner, aggiunge una prospettiva illuminante: il gioco è un modo per minimizzare le conseguenze delle azioni e quindi apprendere in una situazione a basso rischio. È l’occasione ideale per tentare nuove combinazioni comportamentali che non si potrebbero provare “sotto pressione” nella realtà. Nel gioco di finzione, il bambino segue inizialmente un impulso imitativo che lo aiuta a varcare i confini dell’infanzia e a proiettarsi nel mondo degli adulti, impersonandone i ruoli.
Come favorire il gioco simbolico
Perché questo prezioso processo si sviluppi, è utile offrire ai bambini alcune condizioni:
- uno spazio intimo e protetto, e un tempo dedicato tra le attività programmate, oltre a quello liberamente scelto dai bambini;
- materiali “neutri” e maneggevoli dal punto di vista simbolico, che possano trasformarsi in molte cose diverse;
- la presenza di coetanei vicini per capacità e interessi, con cui giocare e sviluppare insieme le abilità metacognitive.
In fondo, dare valore al gioco di finzione significa riconoscere che, mentre “fa finta”, il bambino sta costruendo la propria intelligenza, la propria empatia e la propria capacità di stare al mondo.
Domande frequenti
Cos’è il gioco simbolico e quando inizia?
È il gioco di finzione, il “facciamo finta che…”, che compare intorno ai 12-15 mesi e si sviluppa lungo tutta la prima infanzia. Comprende giochi di costruzione, di simulazione del mondo adulto, oggetti transizionali, bambole e burattini. È un’esperienza di crescita fondamentale.
Perché è importante per lo sviluppo?
Perché sviluppa il pensiero astratto: creando situazioni immaginarie, il bambino separa per la prima volta un oggetto dalle sue azioni e proprietà. Favorisce inoltre l’empatia, l’autoregolazione cognitiva e le competenze sociali, permettendo di apprendere in una situazione a basso rischio.
Cosa dicono Vygotskij e Bruner sul gioco?
Vygotskij considera il gioco l’attività più importante per lo sviluppo intellettivo nella prima infanzia e il mezzo più efficace per il pensiero astratto. Bruner sottolinea che il gioco permette di apprendere minimizzando le conseguenze delle azioni e di sperimentare nuovi comportamenti senza pressione.
Come si può favorire il gioco simbolico?
Offrendo uno spazio intimo e protetto e un tempo dedicato, materiali “neutri” e maneggevoli che possano assumere molti significati simbolici, e la presenza di coetanei vicini per interessi e capacità di gioco. Così il bambino può sviluppare anche le proprie abilità metacognitive.
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