Psicologia Clinica e Psicopatologia

La Dimensione Relazionale nella Professione Infermieristica

Essere infermiere non significa solo eseguire prestazioni tecniche. Al cuore della professione c’è la relazione con la persona assistita: ascoltarla, informarla, starle vicino quando soffre. È la “dimensione relazionale” della cura, riconosciuta come componente indispensabile per prendersi cura non di un corpo, ma di una persona nella sua interezza. Scopriamo perché. La cura è anche […]

Psicolab — La Dimensione Relazionale nella Professione Infermieristica
Essere infermiere non significa solo eseguire prestazioni tecniche. Al cuore della professione c’è la relazione con la persona assistita: ascoltarla, informarla, starle vicino quando soffre. È la “dimensione relazionale” della cura, riconosciuta come componente indispensabile per prendersi cura non di un corpo, ma di una persona nella sua interezza. Scopriamo perché.

La cura è anche relazione

Le funzioni dell’infermiere sono da sempre codificate in documenti fondamentali, come il Patto infermiere-cittadino e il Codice Deontologico. Colpisce un dato: gran parte degli impegni previsti riguarda esplicitamente la dimensione relazionale della professione. Presentarsi, chiamare la persona per nome, dare risposte chiare, rispettare i tempi e le abitudini, ascoltare con attenzione, e soprattutto starle vicino quando soffre, quando ha paura, quando la medicina e la tecnica non bastano.

L’infermiere, del resto, è al servizio della qualità della vita di una persona globale, non solo biologica. La sua prestazione non può quindi esaurirsi nella componente tecnico-sanitaria, ma si estende a quella relazionale ed educativa. Il Codice parla infatti di interventi “di natura tecnica, relazionale ed educativa”: tre dimensioni inseparabili.

Gli interventi relazionali

Gli interventi di natura relazionale sono, per definizione, ad personam: non standardizzabili, perché ogni relazione è diversa dalle altre. Entrambi i partecipanti entrano nella relazione con tutta la loro soggettività, in una logica di “pari dignità nel rispetto della diversità”.

L’infermiere è consapevole che quella con la persona assistita è una relazione d’aiuto, volta a valorizzare le risorse personali di entrambi. Attraverso una comunicazione efficace, cerca di trasmettere:

  • fiducia nella competenza, trasparenza e attendibilità delle sue prestazioni;
  • empatia, immedesimandosi profondamente nell’altro fino a sentire ciò che prova;
  • interesse sincero, senza pregiudizi, con un’accettazione incondizionata della realtà della persona;
  • autonomia e reciprocità, valutando e innalzando il grado di autonomia dell’assistito e coinvolgendolo nel raggiungimento degli obiettivi.

Questa relazione ha spesso un carattere informale, ma ciò non ne riduce l’efficacia: al contrario, rende il paziente più fiducioso e collaborativo, favorendo il suo benessere psicofisico. Tra gli interventi concreti ci sono l’ascolto attivo (attenzione ai messaggi verbali e non verbali), il potenziamento del coping (aiutare a fronteggiare lo stress) e il supporto emotivo (rassicurazione e incoraggiamento nei momenti difficili).

Gli interventi educativi

Tutti coloro che ricevono prestazioni infermieristiche hanno anche bisogni di apprendimento: capire come prepararsi a un esame diagnostico, come gestire una patologia. Per questo la pianificazione educativa (non l’estemporaneità di informazioni frettolose) è preziosa: trasforma la malattia in un momento di apprendimento e miglioramento della qualità della vita (empowerment), garantendo omogeneità e continuità dell’assistenza.

Si distinguono due categorie:

  • l’educazione alla salute: opportunità strutturate per sviluppare conoscenze e abilità utili alla salute individuale e collettiva, principale strumento di promozione della salute;
  • l’educazione sanitaria: iniziative informative che rendono i cittadini parte consapevole e attiva nel rapporto con i servizi.

Ascoltare, informare, coinvolgere

Il Codice indica una sequenza illuminante: ascoltare, informare, coinvolgere. Non a caso “ascoltare” viene per primo: nell’ascolto c’è il riconoscimento dell’altro, della sua unicità, senza giudizi né stereotipi (ascolto attivo ed empatico). Poi l’infermiere informa, fornendo le conoscenze effettivamente necessarie alla situazione, selezionate in modo mirato (comunicazione efficace). Infine coinvolge la persona nel processo assistenziale: perché solo dopo aver ascoltato e informato si pongono le basi del vero empowerment.

L’empowerment: dare potere alla persona

Il concetto di empowerment risponde alla necessità di accrescere la possibilità dei singoli di controllare attivamente la propria vita. La psicologia sociale ha mostrato che le persone svantaggiate accedono meglio alle risorse quando dispongono di informazione (conoscere le strategie per adattarsi e cambiare) e di organizzazione sociale (partecipazione nel definire i problemi e decidere).

La differenza è netta: l’individuo empowered ha un senso di controllo sul proprio destino; quello powerless manifesta apatia, passività o aggressività. Allo stesso modo, la persona malata che ha acquisito consapevolezza della propria situazione:

  • vede crescere la propria autostima e autonomia, riducendo la dipendenza dagli altri;
  • mobilita le parti migliori di sé, partecipando consapevolmente agli obiettivi;
  • può usare la propria esperienza per aiutare altri: come avviene nei gruppi di auto-mutuo-aiuto.

Un valore per il paziente e per l’infermiere

C’è, infine, una considerazione preziosa. Quando l’infermiere (al di là dei limiti strutturali entro cui spesso opera) riesce a mettere la propria umanità al servizio di questo progetto di aiuto, non solo migliora la condizione della persona assistita, anche in fase terminale, ma si eleva la sua stessa qualità di lavoro e di vita.

Vale infatti un principio che dovrebbe far riflettere ogni organizzazione sanitaria: dove c’è responsabilità e umanità nell’agire professionale, il burnout non attecchisce facilmente. La dimensione relazionale, insomma, non è un “di più” rispetto alla cura tecnica: è ciò che rende la cura davvero umana, e che protegge chi cura tanto quanto chi è curato.

Domande frequenti

Cosa si intende per “dimensione relazionale” nella professione infermieristica?

È l’insieme degli aspetti della cura che riguardano la relazione con la persona assistita: ascoltarla, informarla, empatizzare, sostenerla emotivamente. È riconosciuta dai documenti deontologici come componente indispensabile, perché l’infermiere si prende cura di una persona globale, non solo di un corpo.

Quali sono gli interventi relazionali dell’infermiere?

Tra i principali: l’ascolto attivo (attenzione ai messaggi verbali e non verbali), il potenziamento del coping (aiutare a fronteggiare lo stress) e il supporto emotivo (rassicurazione e incoraggiamento). Sono interventi ad personam, non standardizzabili, che trasmettono fiducia, empatia e accettazione.

Cos’è l’empowerment del paziente?

È il processo che accresce la capacità della persona di controllare attivamente la propria vita e la propria cura. Il paziente empowered, avendo acquisito consapevolezza e competenze, vede crescere autostima e autonomia, riduce la dipendenza e partecipa consapevolmente agli obiettivi di salute.

Perché la relazione aiuta anche l’infermiere?

Perché dove c’è responsabilità e umanità nell’agire professionale, il burnout attecchisce con più difficoltà. Mettere la propria umanità al servizio della cura non solo migliora la condizione del paziente, ma eleva anche la qualità di lavoro e di vita di chi assiste.

Essere infermiere non è solo eseguire prestazioni tecniche: al cuore della professione c’è la relazione con la persona assistita. I documenti deontologici riconoscono la dimensione relazionale come componente indispensabile, perché l’infermiere cura una persona globale, non solo biologica. Gli interventi relazionali (ascolto attivo, potenziamento del coping, supporto emotivo) trasmettono fiducia, empatia e accettazione. Quelli educativi puntano all’empowerment, seguendo la sequenza “ascoltare, informare, coinvolgere”: il paziente consapevole guadagna autostima, autonomia e partecipazione. La dimensione relazionale non è un “di più” rispetto alla cura tecnica: è ciò che la rende umana. E protegge anche chi cura, perché dove ci sono responsabilità e umanità, il burnout attecchisce con più difficoltà.
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