Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

La Centralità della Persona nei Momenti Formativi

Perché la formazione è così importante, e quale ruolo svolge nella persona prima ancora che in azienda? Di solito si dice che formare significhi produrre un cambiamento nel formando. Ma una prospettiva più matura ribalta questa idea: con la formazione non si deve “cambiare” la persona, si devono aprirle nuove possibilità. Al centro c’è sempre […]

Psicolab — La Centralità della Persona nei Momenti Formativi
Perché la formazione è così importante, e quale ruolo svolge nella persona prima ancora che in azienda? Di solito si dice che formare significhi produrre un cambiamento nel formando. Ma una prospettiva più matura ribalta questa idea: con la formazione non si deve “cambiare” la persona, si devono aprirle nuove possibilità. Al centro c’è sempre l’individuo, con la sua identità, le sue emozioni e la sua motivazione. Vediamo perché la centralità della persona è la chiave di ogni percorso formativo davvero efficace.

Apprendere è un’esperienza soggettiva

L’apprendimento è un’azione fondamentale per l’individuo, per la sua evoluzione e per la crescita dei contesti in cui è socialmente inserito. Apprendere è un processo fortemente correlato con l’esperienza soggettiva e con il proprio modo di relazionarsi con la realtà. Il fascino dell’apprendere è umanamente elevato e storicamente antico, e si riflette anche sui meccanismi che la persona attiva per imparare ad apprendere in modo efficace, stabile e congruente con i propri valori e la propria identità.

Da qui derivano due concetti che rovesciano la visione tradizionale della formazione: con la formazione non si deve innescare un cambiamento nella persona, ma darle nuove possibilità. Ovunque si legge che il processo formativo porta a un cambiamento nel formando; qui si chiede di fare un passo avanti, superando questa visione per guardare alla complessità dell’interazione tra formatore e discente.

La persona è un “universo” indivisibile

Se partiamo dal presupposto che l’uomo è un “universo”, che racchiude ed elabora umori, emozioni e sensazioni diverse, interagire con lui diventa molto complesso. Dentro questo universo non esistono divisioni nette che separino la sfera lavorativa da quella affettiva, amicale e così via. La persona è una sola, e si manifesta sotto molteplici spoglie. Se le emozioni sono positive, influenzeranno la giornata in modo positivo; se sono negative, la influenzeranno altrettanto.

I problemi legati al contesto familiare non riusciamo a lasciarli fuori dalla porta dell’ufficio. Anche quando siamo convinti di indossare la maschera del perfetto lavoratore, depurata dalle preoccupazioni personali, i nostri sentimenti negativi finiscono per influenzare i rapporti nell’ambiente di lavoro. Progettare un percorso formativo significa tenere conto di tutto questo: la persona va considerata nella sua interezza, non come un “esecutore” a cui trasmettere nozioni.

La motivazione fa la differenza

Un principio fondamentale è che meno l’adesione dei partecipanti è spontanea, più scarsi saranno i risultati. Se una persona sente il bisogno di formarsi e sceglie liberamente di partecipare, la forte spinta motivazionale la porterà a un coinvolgimento attivo e a risultati notevoli. Al contrario, quando è l’azienda o l’ente a imporre la partecipazione, e i partecipanti aderiscono in modo forzato, i risultati saranno inevitabilmente meno efficaci.

L’obiettivo del formatore diventa allora quello di far nascere nel partecipante il bisogno o l’esigenza di cambiare. Come? Instaurando dei dubbi. Spesso le domande profonde che mettono in discussione la platea creano disagio. Ma le persone reagiscono in modi diversi: chi è ben disposto all’esperienza riflette consapevolmente sui quesiti; chi è scettico e vorrebbe non pensarci si trova comunque costretto ad affrontarli, quando quelle domande “esplodono” all’improvviso nel corso della giornata. In entrambi i casi la persona è spinta a un’autoanalisi, a rivalutare il proprio modo di essere per cercare risposte e soluzioni.

Creare possibilità, non imporre cambiamenti

Questo ci riporta al secondo concetto: la creazione di possibilità. Per far scaturire la voglia di cambiamento, occorre mostrare alla persona le sue numerose possibilità di sviluppo. Chi resta ancorato al proprio modo di essere e alle esperienze già vissute, senza provare a superarle e senza confrontarsi con i propri limiti, non solo non cambierà, ma finirà per intraprendere la via della regressione. Chi invece è convinto di avere davanti a sé molte possibilità è più forte, perché diventa responsabile e protagonista della propria vita, e non teme le difficoltà che una nuova strada comporta.

Valorizzare i successi, non solo correggere gli errori

C’è infine un’indicazione pratica preziosa, valida nel lavoro come nella vita: se si parte dal presupposto che “dagli errori si impara, dai successi di più”, e si sottolineano i comportamenti vincenti e le performance ottimali, si spingono le persone a dare il meglio. Se invece ci si ostina solo a correggere gli errori, si finisce per mortificarle, ottenendo risultati opposti a quelli desiderati. Rivivere le sensazioni positive provate durante un successo predispone a un atteggiamento più costruttivo. La formazione, in fondo, è mossa dall’emozione: ed è l’emozione che muove il mondo.

Domande frequenti

Cosa significa “centralità della persona” nella formazione?

Significa considerare il partecipante nella sua interezza, come un “universo” indivisibile fatto di emozioni, valori e identità, e non come un semplice destinatario di nozioni. La formazione efficace parte dalla persona e dal suo modo soggettivo di apprendere.

Perché la formazione non dovrebbe “cambiare” la persona?

Perché imporre un cambiamento è una visione limitata. L’approccio più maturo è offrire nuove possibilità: mostrare alla persona le sue potenzialità di sviluppo, così che sia lei a scegliere di crescere, diventando protagonista responsabile del proprio percorso.

Quanto conta la motivazione nell’apprendimento degli adulti?

Moltissimo. Chi partecipa spontaneamente, spinto da un bisogno reale, ottiene risultati notevoli; chi vi è costretto dall’azienda apprende molto meno. Il compito del formatore è far nascere l’esigenza di cambiare, spesso instaurando dubbi e domande profonde.

Meglio correggere gli errori o valorizzare i successi?

Valorizzare i successi. Sottolineare i comportamenti vincenti spinge le persone a dare il meglio, mentre ostinarsi a correggere gli errori tende a mortificarle. Rivivere le sensazioni positive di un successo predispone a un atteggiamento più costruttivo.

La formazione più efficace mette al centro la persona, intesa come un “universo” indivisibile in cui emozioni personali e lavoro non si separano mai. Il vero obiettivo non è imporre un cambiamento, ma aprire nuove possibilità: mostrare all’individuo le sue potenzialità, così che scelga di crescere come protagonista responsabile. La motivazione è decisiva, e il formatore la accende suscitando dubbi e domande profonde. Infine, un principio che vale ovunque: valorizzare i successi, più che correggere gli errori, spinge le persone a dare il meglio. Perché è l’emozione a muovere l’apprendimento.
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