Psicologia del Lavoro e Organizzazioni

Il Fattore Resilienza: dal Rugby all´Azienda

Cosa hanno in comune un giocatore di rugby che affronta un infortunio e un’azienda che attraversa una crisi? La capacità di uscire rinforzati dalla difficoltà: la resilienza. Non è una dote innata che alcuni hanno e altri no, si impara. Ecco cosa significa davvero, e come il rugby può insegnarla anche fuori dal campo. Cos’è […]

Psicolab — Il Fattore Resilienza: dal Rugby all´Azienda
Cosa hanno in comune un giocatore di rugby che affronta un infortunio e un’azienda che attraversa una crisi? La capacità di uscire rinforzati dalla difficoltà: la resilienza. Non è una dote innata che alcuni hanno e altri no, si impara. Ecco cosa significa davvero, e come il rugby può insegnarla anche fuori dal campo.

Cos’è la resilienza

La resilienza è un termine che assume significati diversi a seconda del contesto, e vale la pena partire dalle origini per non ridurlo a una parola di moda, svuotata di senso.

  • In ingegneria e fisica, è la capacità di un materiale di resistere a urti improvvisi senza spezzarsi; il suo contrario è l’indice di fragilità.
  • In informatica, è la qualità di un sistema che continua a funzionare nonostante anomalie o difetti di alcuni suoi elementi, adottando nuovi comportamenti quando i precedenti non funzionano.
  • In ecologia e biologia, è la capacità di auto-ripararsi dopo un danno.
  • In psicologia, è la capacità umana di affrontare le avversità, superarle e uscirne rinforzati o addirittura trasformati.

La resilienza psicologica è più della semplice resistenza: non è proteggere l’io dalle circostanze difficili, ma reagire positivamente, costruire, usare l’esperienza nata dalle situazioni dure per edificare il futuro. Etimologicamente il termine deriva dal latino resalio, iterativo di salio: saltare, rimbalzare. E, soprattutto, non è una caratteristica innata: i comportamenti resilienti si imparano, e si possono creare ambienti resilienti.

Dal rugby all’azienda

Perché proprio il rugby come modello? Perché non è la solita metafora. Il rugby ha una caratteristica essenziale: perché la squadra funzioni serve una leadership fluida, e per questo ogni giocatore deve essere prima di tutto leader di sé stesso, costruendo una solida fiducia nelle proprie competenze e una profonda conoscenza di sé.

Il rugbista costruisce la propria competenza sulla sostanza: non può “fare finta”, perché il confronto fisico non lo permette. Chi vive questo percorso con consapevolezza non ha paura di condividere le conoscenze importanti, quelle che servono perché la squadra (o l’azienda) funzionino e migliorino. Ed è proprio questo uno degli aspetti più preziosi anche in impresa, soprattutto nei periodi di forte cambiamento: qualcuno che rende la propria esperienza condivisibile e disponibile per gli altri è una risorsa impagabile. Il vissuto, da solo, non basta: diventa risorsa solo quando incontra la competenza per rendersi trasmissibile.

La crisi come passaggio

Ad accomunare ciò che accade a un atleta e a un manager nei momenti difficili c’è una parola: crisi. Nello sport la crisi è un momento di crescita, se ben affrontata con gli strumenti giusti, perché la buona volontà da sola non basta.

Anche qui l’etimologia illumina. La parola crisi deriva dal greco krisis, da krino, “separo”: il momento che separa un modo di essere da un altro. È un passaggio, e in questa idea erano già comprese quella di problema e quella di superamento del problema. Non a caso, in cinese, la parola crisi si compone di due ideogrammi: uno che indica il problema e uno che indica l’opportunità. Sta a noi scegliere su quale aspetto concentrarci: la rassegnazione o la crescita.

Consapevolezza dei limiti: l’altra faccia della resilienza

C’è un punto controintuitivo ma fondamentale. Chi pratica sport ad alto livello sviluppa spesso una forte autoefficacia, quasi una percezione di invincibilità. È utile per competere, ma può diventare un rischio di fronte a eventi che minano la salute o l’integrità fisica. Il vero passo di consapevolezza è riconoscere l’altra faccia della medaglia: la fragilità.

Chi affronta una prova senza avere coscienza dei propri limiti rischia un effetto devastante. Chi invece è consapevole dei propri limiti possiede un’arma: la possibilità di ridurli con la perseveranza, di diventare attore principale della propria vita, abbandonando la “cultura dell’alibi”. Comprendere che possiamo essere soggetti a eventi traumatici, e che un indice di fragilità esiste ma può essere modificato dal nostro atteggiamento, trasforma la difficoltà in una sfida, non contro un avversario visibile sul campo, ma contro un avversario oscuro, da affrontare preparati.

Prepararsi alla sfida: il “game plan”

Una sfida si prepara, come si prepara una finale: si elabora un piano di gioco. Un metodo utile, trasferito dallo sport e dal mondo aziendale, è l’analisi SWOT: prendere consapevolezza dei propri punti di forza e di debolezza, raccogliere informazioni sull'”avversario” (che sia un infortunio, una malattia, una crisi), valutare il terreno migliore e i rischi. Riempire i quadranti dell’analisi con sincerità (senza mascherare le debolezze con inesistenti punti di forza) significa iniziare a darsi le prime risposte.

Entra qui in gioco la disciplina, intesa non come rigidità ma come capacità di porsi dei limiti, e la volontà di agire invece di subire: il vincente anticipa gli eventi con l’iniziativa, il perdente si limita a reagire.

Le sette caratteristiche della resilienza

Secondo l’approccio psicologico, la resilienza si articola in sette caratteristiche:

  1. Insight (introspezione): la capacità di esaminare sé stessi, porsi domande difficili e rispondersi con sincerità.
  2. Indipendenza: mantenere una certa distanza fisica ed emotiva dai problemi, senza isolarsi.
  3. Interazione: stabilire rapporti soddisfacenti con gli altri, confrontarsi per comprendere e fare proprio il vissuto altrui.
  4. Iniziativa: affrontare i problemi, capirli e controllarli, agendo in anticipo.
  5. Creatività: creare ordine, bellezza e obiettivi partendo dal caos e dal disordine.
  6. Allegria: la disposizione a ridere, che permette di allontanarsi dal punto focale della tensione, relativizzando gli avvenimenti.
  7. Morale: l’insieme dei valori che una persona interiorizza nel corso della vita.

Su alcune di queste vale la pena soffermarsi. L’interazione, per esempio, è preziosa: confrontarsi con chi ha vissuto esperienze simili non è “appoggiarsi”, ma raccogliere strumenti per elaborare il proprio piano personale. L’allegria, poi, la capacità di riderci sopra insieme agli altri, è un modo concreto per allentare la pressione e prendere le distanze dalla preoccupazione.

La resilienza come processo

Più che una dote statica, la resilienza è un processo: la dinamica con cui l’individuo interagisce attivamente con le circostanze. La persona non si riduce mai ai suoi problemi, ma va guardata considerando le sue potenzialità; e anche l’esperienza dolorosa può diventare occasione di apprendimento. Non invulnerabilità, dunque, ma flessibilità: nel momento della difficoltà non si tratta solo di resistere, ma di ricostruire un percorso.

Le tappe di questo processo sono quattro: l’evento negativo, la sua valutazione, la risposta all’evento e la ricostruzione di un percorso personale. In tutto questo può essere prezioso un percorso di mentoring o di coaching: essere seguiti da chi “ce l’ha fatta”, confrontandosi su risorse e strumenti e prendendosi la responsabilità delle scelte, proprio come fa un rugbista, che ci mette la faccia.

La teoria, in fondo, è come la forma di cui vestire la sostanza: serve a rendere consapevole, esplicito e condivisibile il vissuto. E la resilienza, per chi si chiede “di che colore sia”, ha tutti i colori che ci fanno uscire dal grigio della rassegnazione.

Domande frequenti

La resilienza è una dote innata?

No. La resilienza non è una caratteristica che qualcuno possiede e altri no: si impara. Si possono apprendere comportamenti resilienti e creare ambienti resilienti. In psicologia è la capacità di affrontare le avversità, superarle e uscirne rinforzati o addirittura trasformati.

Perché il rugby è un buon modello per la resilienza?

Perché richiede che ogni giocatore sia leader di sé stesso, costruisca competenza sulla sostanza (non può “fingere”) e condivida le conoscenze utili alla squadra. Sono gli stessi principi che rendono un’azienda capace di affrontare i momenti difficili e di crescere.

Cosa significa che la crisi è un’opportunità?

L’etimologia lo mostra: crisi deriva dal greco “krisis”, separazione, un passaggio che contiene già l’idea di problema e di superamento. In cinese la parola unisce gli ideogrammi di problema e opportunità. Sta a noi scegliere se focalizzarci sulla rassegnazione o sulla crescita.

Quali sono le caratteristiche della persona resiliente?

Sette: insight (introspezione), indipendenza, interazione, iniziativa, creatività, allegria e morale. Insieme, permettono di conoscere sé stessi, mantenere relazioni, agire con iniziativa, trovare ordine nel caos e allentare la tensione, trasformando la difficoltà in un percorso di ricostruzione.

La resilienza è la capacità di affrontare le avversità e uscirne rinforzati o trasformati. Non è invulnerabilità ma flessibilità, e non è innata: si impara. Il rugby è un modello efficace perché richiede che ogni giocatore sia leader di sé stesso, costruisca competenza sulla sostanza e condivida le conoscenze, principi validi anche in azienda. La crisi, etimologicamente, è un passaggio che contiene già problema e superamento: un’opportunità. Punto chiave è la consapevolezza dei propri limiti, l’altra faccia della resilienza, che trasforma la difficoltà in una sfida da preparare (utile l’analisi SWOT). Le sette caratteristiche (insight, indipendenza, interazione, iniziativa, creatività, allegria, morale) la sostengono. È un processo in quattro tappe, dall’evento negativo alla ricostruzione di un percorso personale.
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