Il nucleo documentato
La teoria della definizione degli obiettivi è stata sviluppata a partire dagli anni Sessanta e testata su centinaia di studi in contesti lavorativi, sportivi e scolastici. I risultati sono stabili.
- Gli obiettivi specifici producono prestazioni migliori delle esortazioni generiche a fare del proprio meglio. È il risultato più replicato dell’intero filone.
- Gli obiettivi difficili producono più di quelli facili, a due condizioni: che la persona li accetti e che si ritenga in grado di raggiungerli.
- Gli obiettivi intermedi sostengono quelli lontani, perché forniscono verifiche ravvicinate.
- Il riscontro sull’andamento è necessario: senza informazione su dove si è arrivati, l’obiettivo non produce effetto.
La correzione all’apertura
Il testo originale si apre affermando che immaginare ripetutamente di raggiungere un obiettivo aumenta le possibilità di successo. Va precisato, perché la formulazione è quella meno efficace.
Immaginare il risultato (vedersi vincere, vedersi arrivato) ha effetti modesti e in alcuni studi controproducenti: la rappresentazione dell’esito riduce l’attivazione necessaria a perseguirlo, producendo un anticipo di soddisfazione.
Immaginare il percorso (le fasi, gli ostacoli, le azioni) produce invece effetti consistenti.
Anche la testimonianza sportiva citata, letta con attenzione, descrive una prefigurazione ripetuta accompagnata da anni di lavoro quotidiano: è quest’ultimo l’elemento che spiega il risultato.
Due strumenti che il testo non nomina
Sono le aggiunte più utili degli ultimi decenni, e sono entrambe praticabili in pochi minuti.
Il primo è il contrasto mentale: immaginare in modo vivido il risultato desiderato e subito dopo, con altrettanta concretezza, l’ostacolo interno che si frappone. Il confronto fra i due produce impegno quando l’obiettivo è raggiungibile e disimpegno quando non lo è, ed è un vantaggio, perché evita di spendere risorse su obiettivi irrealistici.
Il secondo sono le intenzioni di attuazione: formulare in anticipo la risposta a una situazione nella forma «se accade questo, allora faccio quello».
Il secondo ha effetti misurati notevolmente superiori a quelli di un obiettivo formulato in modo generico, e la ragione è che il comportamento non deve più essere deciso nel momento in cui serve, cioè quando le risorse per decidere sono minime.
Un esempio
«Voglio allenarmi di più» è un’intenzione. «Il martedì e il giovedì alle 18 esco di casa con la borsa già pronta dalla sera» è un’intenzione di attuazione.
La differenza di efficacia fra le due formulazioni non è di grado.
Obiettivi di risultato e di prestazione
La distinzione più importante nella pratica sportiva, e quella più trascurata.
Un obiettivo di risultato dipende dagli altri: vincere, classificarsi, superare un avversario. Non è sotto il proprio controllo, e questo ha una conseguenza precisa, si può fare la gara migliore della propria vita e mancarlo.
Un obiettivo di prestazione riguarda il proprio rendimento misurabile: un tempo, una percentuale, una precisione.
Un obiettivo di processo riguarda l’esecuzione: come impostare la partenza, dove guardare, cosa fare nel momento difficile.
Gli obiettivi di risultato aumentano l’ansia precompetitiva e sono associati a esiti peggiori quando usati da soli. Quelli di processo sono i più efficaci nel momento della prestazione, perché indicano cosa fare adesso.
L’indicazione pratica è di usare il risultato come direzione a lungo termine, e la prestazione e il processo come obiettivi operativi.
Quando fissare obiettivi fa danno
Va detto, perché la letteratura divulgativa lo omette sistematicamente.
Gli obiettivi restringono l’attenzione: ciò che non è misurato tende a essere trascurato. Chi persegue un solo indicatore lascia degradare gli altri.
Producono comportamenti opportunistici quando la misura diventa l’unico criterio: si migliora l’indicatore anziché la cosa che l’indicatore dovrebbe rappresentare.
Aumentano la persistenza in corsi d’azione perdenti, perché rinunciare a un obiettivo dichiarato viene vissuto come fallimento.
E, nel caso specifico del peso corporeo citato nel testo, gli obiettivi numerici richiedono cautela particolare: in presenza di un rapporto problematico con il cibo o con il corpo, la fissazione di traguardi ponderali può alimentare comportamenti dannosi, e il riferimento appropriato è una valutazione professionale.
L’abbandono di un obiettivo
Un ultimo punto, poco praticato: la capacità di rinunciare a un obiettivo diventato irraggiungibile è associata a un benessere migliore, purché sia accompagnata dall’individuazione di un obiettivo alternativo.
Insistere non è una virtù in sé. Lo diventa quando l’obiettivo è ancora raggiungibile, ed è per questo che il contrasto mentale, che aiuta a distinguere i due casi, è più utile di qualunque esortazione a non mollare.
Domande frequenti
Immaginare di riuscire aiuta?
Immaginare il risultato ha effetti modesti e talvolta contrari, perché anticipa la soddisfazione. Immaginare il percorso, con le sue fasi e i suoi ostacoli, produce invece effetti consistenti.
Cosa sono le intenzioni di attuazione?
Formulazioni del tipo «se accade questo, allora faccio quello», definite in anticipo. Funzionano perché il comportamento non deve essere deciso nel momento in cui serve, quando le risorse per decidere sono minime.
Meglio puntare a vincere o al proprio rendimento?
Il risultato dipende dagli altri e aumenta l’ansia se usato da solo. Conviene tenerlo come direzione a lungo termine e lavorare su obiettivi di prestazione e di processo, che indicano cosa fare adesso.
Fissare obiettivi può fare danno?
Sì: restringe l’attenzione a ciò che è misurato, incentiva a migliorare l’indicatore anziché la cosa, e rende difficile abbandonare un percorso perdente. Sul peso corporeo serve cautela particolare.