Psicologia dello Sviluppo ed Educazione

È Utile Oggi Raccontare le Fiabe ai Bambini?

Principesse, maghi, tappeti volanti: in un mondo di schermi e storie realistiche, le fiabe sembrano un residuo del passato. Eppure la psicologia dice il contrario. Raccontare fiabe ai bambini non è affatto superato: è uno strumento prezioso per la crescita cognitiva, emotiva e morale. Ecco perché. Una domanda ricorrente Le fiabe rispecchiano un mondo lontano […]

Psicolab — È Utile Oggi Raccontare le Fiabe ai Bambini?
Principesse, maghi, tappeti volanti: in un mondo di schermi e storie realistiche, le fiabe sembrano un residuo del passato. Eppure la psicologia dice il contrario. Raccontare fiabe ai bambini non è affatto superato: è uno strumento prezioso per la crescita cognitiva, emotiva e morale. Ecco perché.

Una domanda ricorrente

Le fiabe rispecchiano un mondo lontano da quello moderno, popolato di fate, streghe, carrozze e bacchette magiche. Per questo molti genitori ed educatori pensano oggi di sostituirle con storie realistiche, con cui il bambino possa relazionarsi in modo più diretto al proprio ambiente di vita.

Eppure, secondo autorevoli studiosi, il racconto delle fiabe non ha scadenza: al contrario, resta un mezzo indispensabile per una crescita a tutto tondo, insieme cognitiva, emotiva e morale. Vediamo perché, punto per punto.

Lo sviluppo cognitivo: la fiaba parla il linguaggio del bambino

La fiaba stimola la fantasia, trasportando la mente in un mondo dove accadono cose impossibili: un tappeto che vola, una zucca che diventa carrozza. Tornando alla realtà, il bambino sa bene che non potrà mai volare su un tappeto. Ma quel mondo immaginario è un complemento indispensabile a una razionalità ancora primitiva.

Lo psicologo Jean Piaget definì il pensiero dei bambini tra i 3 e i 10 anni animistico: prima dello sviluppo del pensiero logico-formale (intorno agli 11-12 anni), il bambino attribuisce a tutta la realtà un’anima, un’intenzione umana. Il sasso rotola perché “vuole” cadere, il sole illumina perché “vuole” illuminare, un pallone che rompe un vetro è stato “cattivo”. La narrazione fiabesca si conforma perfettamente a questo modo di percepire il mondo, risultando più convincente di un ragionamento astratto. Come osservava lo psichiatra Bruno Bettelheim, per il bambino non esiste una linea netta tra oggetti ed esseri viventi: si aspetta che gli animali parlino, come fanno nelle fiabe e come lui stesso fa con i suoi giocattoli.

Il valore delle parole (contro l’ipnosi delle immagini)

La fiaba ha un “potere magnetico” che cattura l’attenzione e attiva il pensiero creativo e divergente, quello che permette di produrre cose nuove e trovare risposte originali. Non solo: il coinvolgimento emotivo favorisce la memorizzazione di nuove parole e l’assimilazione di una corretta sintassi, che a poco a poco si fissa in vere abitudini verbali.

Un ruolo che, secondo diversi studiosi, i film e i cartoni animati faticano a svolgere: nel riproporre le fiabe in chiave spettacolarizzata, il linguaggio verbale diventa subordinato alle immagini vivaci e in movimento, che ipnotizzano lo sguardo rendendo il bambino uno spettatore passivo. Come nota la psicologa Anna Oliverio Ferraris, ciò che sembra un limite delle parole è in realtà un pregio: a differenza delle immagini, le parole “non aderiscono mai completamente” a personaggi e paesaggi, lasciando allo spettatore uno spazio da riempire con le proprie immagini mentali, in sintonia con la propria sensibilità.

L’educazione morale: identificarsi con l’eroe

Sul piano educativo, la fiaba è un valido strumento di educazione morale. Ogni storia ha una struttura ricorrente: un protagonista, generalmente buono, vive avventure e disavventure, subisce ingiustizie, affronta con coraggio e saggezza i pericoli e alla fine ne esce vittorioso. Ascoltandola, il bambino si immerge in un mondo affascinante e ne torna con un bagaglio di valori, assimilati attraverso l’identificazione con il protagonista.

Questo apprendimento è più efficace di un’istruzione astratta: attiva quel processo che lo psicologo Albert Bandura chiamò modellamento, cioè l’apprendimento per identificazione e imitazione di un modello significativo. Perché ciò funzioni, il protagonista deve suscitare simpatia, ammirazione e senso di sicurezza. Identificandosi con lui, il bambino rielabora emozioni positive e negative, approdando a uno stato d’animo sereno e gratificato.

L’educazione emotiva: il Pescatore e il Genio

La fiaba è anche uno strumento di educazione alle emozioni, comprese quelle più difficili come rabbia, ira, rancore e invidia. Bettelheim porta l’esempio della novella de Il Pescatore e il Genio, tratta dalle Mille e una notte.

Un povero pescatore, gettando la rete, ripesca infine un vaso di rame da cui esce un Genio ostile, deciso a ucciderlo. Il pescatore si salva con l’astuzia: sbeffeggia il Genio dubitando che sia davvero uscito da un vaso così piccolo; quello, per dimostrarlo, vi rientra, e il pescatore lo richiude e lo getta in mare. La versione più ricca spiega perché il Genio sia così furioso: durante quattrocento anni di prigionia ha provato emozioni diverse col passare del tempo. Prima grato, pronto a promettere ricchezze a chi lo libererà; poi, sentendosi prigioniero senza speranza, esplode d’ira, promettendo la morte al suo futuro liberatore.

Questa progressione, spiega Bettelheim, rispecchia ciò che vive un bambino quando si sente abbandonato dalle persone care. Riporta il caso di un bimbo i cui genitori partirono a lungo: dapprima li attese con impazienza, poi cominciò a essere in collera con loro, infine (al loro ritorno) smise di parlare per settimane. Il suo silenzio era una difesa: il modo di proteggere sé stesso e i genitori dalla propria ira, temuta come distruttiva.

Fare ordine nella “casa interiore”

Ecco il punto profondo. Le immagini della fiaba parlano direttamente all’inconscio del bambino, senza rivolgersi esplicitamente a lui. Non essendo ancora in grado di comprendere razionalmente che la collera possa “togliergli la parola” o spingerlo a distruggere chi ama, il bambino può (attraverso le vicende dei personaggi) familiarizzare con questi stati d’animo senza cadere nell’ansia. Osservando come il Genio reagisce alla frustrazione, compie “un passo importante” verso la consapevolezza di reazioni analoghe dentro di sé.

Nella prima infanzia l’Io è ancora poco strutturato, mentre l’Es “vaga liberamente”, facendo emergere fantasie caotiche, paure e insicurezze. Perché (per usare la formula freudiana) “dove è Es diventi Io”, il bambino deve imparare le giuste modalità di adattamento. Ascoltare storie fantastiche, lontane nello spazio e nel tempo ma che presentano le stesse dinamiche relazionali e gli stessi interrogativi esistenziali, è un mezzo indispensabile per fare ordine nella propria casa interiore. Ecco perché, alla domanda iniziale, la risposta è: sì, oggi come ieri, raccontare fiabe ai bambini è profondamente utile.

Domande frequenti

Le fiabe sono ancora utili ai bambini di oggi?

Sì. Secondo la psicologia non hanno scadenza: restano indispensabili per una crescita insieme cognitiva, emotiva e morale. Pur ambientate in mondi lontani, presentano le stesse dinamiche relazionali ed esistenziali che il bambino vive, aiutandolo a comprenderle.

Perché la fiaba è adatta al modo di pensare dei bambini?

Perché fino ai 10 anni circa il pensiero è “animistico” (Piaget): il bambino attribuisce intenzioni e volontà a tutta la realtà. La fiaba, dove gli animali parlano e gli oggetti si animano, si conforma a questo modo di percepire il mondo, risultando più convincente di un ragionamento astratto.

È meglio raccontare le fiabe o mostrare cartoni animati?

Le parole hanno un vantaggio: a differenza delle immagini, non aderiscono completamente a personaggi e scene, lasciando al bambino uno spazio da riempire con le proprie immagini mentali. I cartoni, con immagini ipnotiche, rischiano invece di renderlo spettatore passivo. Il racconto favorisce anche il linguaggio.

Come educano le fiabe le emozioni?

Facendo identificare il bambino con i personaggi, le fiabe gli permettono di familiarizzare con emozioni difficili come rabbia o paura dell’abbandono, senza esserne travolto. Storie come “Il Pescatore e il Genio” parlano all’inconscio e aiutano a prendere coscienza di stati d’animo altrimenti spaventosi.

Raccontare fiabe ai bambini non è superato: la psicologia lo considera indispensabile per una crescita cognitiva, emotiva e morale. Sul piano cognitivo, la fiaba parla il linguaggio del pensiero “animistico” descritto da Piaget e arricchisce il vocabolario; le parole, a differenza delle immagini dei cartoni, lasciano spazio all’immaginazione del bambino, che non resta spettatore passivo. Sul piano morale, l’identificazione con l’eroe attiva il “modellamento” di Bandura, trasmettendo valori meglio di un’istruzione astratta. Sul piano emotivo, storie come “Il Pescatore e il Genio” parlano all’inconscio e aiutano a familiarizzare con emozioni difficili come rabbia e paura dell’abbandono. In un’età in cui l’Io è ancora fragile, la fiaba è un mezzo prezioso per fare ordine nella propria “casa interiore”.
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