Psicoterapia e Psicoanalisi

Down e Cleptomania

La cleptomania, che per molti aspetti può essere considerata una “reazione antisociale”, pone la questione se si tratti di un fatto patologico o di una modalità comportamentale sorretta da una precisa volontà a compiere un atto aggressivo e distruttivo nei confronti delle persone o della società. In essa si riscontrano anche abuso di fiducia, speranza […]

Psicolab — Down e Cleptomania
La cleptomania, che per molti aspetti può essere considerata una “reazione antisociale”, pone la questione se si tratti di un fatto patologico o di una modalità comportamentale sorretta da una precisa volontà a compiere un atto aggressivo e distruttivo nei confronti delle persone o della società.

In essa si riscontrano anche abuso di fiducia, speranza di farla franca e di contare sulla predisposizione degli educatori a perdonare, desiderio feticistico di possedere le cose altrui, necessità di alleviare un bisogno.

Questo aspetto particolare di appropriarsi dei beni di altri può rispondere a:

– fini utilitaristici

– spunti persecutori verso l´ambiente (“rubo qualcosa che non mi danno, ma di cui abbisogno”)

– spunti megalomanici onnipotenti che rispondono a:

. idee di superiorità

. idee di impunibilità

. sentimenti di ritorsione in caso di accusa

– ineluttabilità dell´impulso.

È inevitabile chiedersi:

a) – se il gesto cleptomanico venga eseguito in perfetto stato di coscienza oppure in stato di obnubilamento totale o parziale, o addirittura in stato confusionale;

b) – se il fatto sia in qualche modo frutto di una impulsività inconscia;

c) – se il gesto sia del tutto involontario o se sia accompagnato da uno stato di perfetta capacità di intendere e di volere;

d) – se sia il frutto di una volontà precisa di delinquere;

e) – se sia una manifestazione antisociale dovuta al carattere;

ed inoltre:

f) – se sia accompagnato da perdita della memoria;

g) – se il gesto sia eseguito in una specie di stato di trance per cui non si ha memoria neppure dei moventi o degli stimoli interni che l´hanno provocato;

h) – se sia l´espressione comportamentale di uno stimolo emotivo tanto forte da non lasciare il tempo di pensare e che rafforza l´azione (si tratterebbe di una reazione istintiva);

i) – se sia quindi una risposta poco razionale, ma irresistibile;

l) – se sia dovuto ad una elaborazione complessa della mente, equiparabile ad una espressione artistica, la cui forza elaborativa risponde più che altro ad una “intelligenza emotiva” che struttura le finalità, le motivazioni e le giustificazioni per una esecuzione motoria e psicomotoria perfettamente articolata;

m) – se vi sia perdita di un sentimento naturale di paura delle conseguenze del proprio gesto e del senso della realtà (parziale incoscienza, obnubilamento, confusione);

n) – se sia presente incapacità di analisi della situazione reale o

di elaborare un senso di paura o

di analizzare i propri sentimenti e i bisogni intimi.

H. Ey, P. Bernard e Ch. Brisset assimilano al voyeurismo la piromania, alcune cleptomanie, certi omicidi ed anche determinate condotte di giocatori e di truffatori; in questo modo la cleptomania si riferisce al quadro delle personalità psicopatiche, per le quali risulta difficile estrarre gli elementi nevrotici, quelli psicotici o quelli di perversione che caratterizzano comportamenti che interessano la criminologia anche se è difficile stabilire una chiara responsabilità del soggetto.

Il concetto di “anomalia del carattere”, caratterizzata da atti compiuti senza controllo o freno morale, ha indotto nel tempo diverse denominazioni: “mania senza delirio”, “monomania istintiva” o “impulsiva”, “follia dei degenerati”, “perversione costituzionale”.

La psicoanalisi ha messo in evidenza il ruolo dell´ambiente sulla formazione di queste personalità. Nel pensiero psichiatrico si sono così create due correnti:

a) quello che sostiene i fattori innati come causa della malattia;

b) quello che fa prevalere i fattori ambientali.

Attualmente si preferisce una posizione che tenga conto di entrambi, considerandoli come elementi che condizionano l´organizzazione di “una personalità che non riesce ad equilibrare, dentro di sé, la propria persona ed il proprio destino” (Winnicott; Lucioni; Lucioni et All.).

Il criterio diagnostico del DSM IV riconosce per la cleptomania cinque caratteristiche distintive:

A – una ricorrente incapacità a resistere all´impulso di rubare oggetti per i quali non si riconosce né un bisogno utilitaristico, né economico;

B – crescente tensione soggettiva che anticipa il furto;

C – senso di piacere, gratificazione e sollievo dopo aver commesso il fatto;

D – il furto non viene commesso per reprimere rabbia e/o in risposta ad un delirio o a un´allucinazione;

E – non sono presenti: disturbo della condotta, episodio maniacale, disturbo antisociale di personalità.

I furti per lo più non sono pianificati; non viene valutata appieno la possibilità di essere scoperti e vengono compiuti senza assistenza o aiuto da parte di altri.

CASO CLINICO

D.M. nato nel 1977 portatore di Sindrome di Down

padre nato nel 1931

madre nata nel 1935

fratello nato nel 1962

sorella nata nel 1968

Gravidanza a decorso regolare; parto spontaneo da posizione podalica; pianto immediato; peso alla nascita 3120 gr.. Ittero neonatale; generalizzata ipotonia muscolare.

Fisioterapia sino ai 2 anni; trattamento logopedico (balbuzie e dislalie) sino agli 11.

Scolarità elementare e media con progressione lenta, ma continua.

Nel 1992 viene rilevato:

– linguaggio complessivamente ricco

– pensiero operativo concreto

– pensiero semplice

– contenuti verbali e culturali elementari

– scarso uso operativo nel campo logico-matematico

– lettura corretta, ma comprensione selettiva.

Il padre è ammalato; D.M. è solo uno dei tanti problemi; i genitori l´hanno accettato, ma il fratello lo sopporta e non collabora per stimolare le sue possibilità.

D.M. dice: “… io da grande vorrei fare il moschettiere del Re!”

Q.I. 56; verbale 56; performance 64.

Osservazioni: L´atteggiamento durante il colloquio è corretto, attento; si evidenziano manierismi ed una certa sufficienza nell´esprimersi. Quando si commentano alcuni suoi comportamenti abnormi, li nega con accanimento e testardaggine, rifiutando l´evidenza, negando anche ciò che ha appena dichiarato.

Nella scuola “ruba” soprattutto pennarelli e non accenna neppure giustificazioni quando viene sorpreso con la refurtiva. La madre gli fa sparire la spada da moschettiere quando viene a sapere di qualche stravaganza cleptomanica commessa dal figlio.

Di corporatura robusta, tendente all´obesità; porta gli occhiali ed è strabico.

Tra i genitori ci sono grosse discordie e D.M. dorme con il padre.

RELAZIONE DELLA PSICOLOGA

I genitori di D.M. sono separati in casa da alcuni anni, con conflitti aperti che riguardano, oltre che il rapporto di coppia, anche l´educazione del figlio che viene conseguentemente trascinato in un gioco di alleanze. E´ soprattutto la madre a cercare l´appoggio di D.M. vivendo con lui un rapporto simbiotico che diventa inevitabilmente vincolante per il raggiungimento dell´individuazione e dell´autonomia personale. Numerosi sono infatti gli esempi che evidenziano il desiderio di iperprotezione e ipercontrollo che la madre si permette di avere rispetto alla vita di D.M. , sentendosi, attraverso tale relazione, appagata nel suo bisogno di essere utile ed importante per qualcuno. Il suo atteggiamento è spesso vittimistico e si comporta in modo molto remissivo nei confronti del figlio; lei stessa riferisce di non essere in grado di assumere autorevolezza, ruolo, questo, che preferisce lasciare esercitare al marito pur non mancando di critacarlo ed attaccarlo (in situazione gruppale oltre che duale).

Ad aggravare ulteriormente tali dinamiche familiari, vi è la presenza di una grave malattia (tumore) del padre, scoperta da pochi anni, che è stata la causa ufficiale della decisione di una separazione in casa e non extra-abitativa.
TEST DI RORSCHACH di D.M.

I = 1´ 14´´

1- un pipistrello G F A ban

2- un vampiro G F+- A

3- il Conte Dracula d F- U interpretativo

Il lungo tempo di latenza dimostra una tensione nei confronti della prova che si determina per il contenuto letto nella tavola che risulta tendenzialmente distruttivo e cannibalico.

Pipistrello, vampiro, Conte Dracula: è una progressione che da un lato si evidenzia come “crescendo” della disarticolazione formale (per arrivare ad una F-) e, per altro lato, ad una perdita di valori interpretativi che da G> passano a d>: il Conte Dracula emerge dall´immaginario per due puntini bianchi che, distaccandosi dal grigio della parte centrale della tavola, vengono interpretati come “i canini” del personaggio.

Di per sé la tavola evidenzia ansie cannibaliche distruttive poco controllate, che fungono da blocco dei processi psichici abituali.

II = 24″

4- bacino D CF anat.

5- palle D CF anat

6- l´uccello d F- anat interpretativo

7- coglioni d F- anat interpretativo

L´adeguamento al test riduce il tempo di latenza anche se emerge una tematica fallico-genitale estremamente invasiva. Il colore sicuramente provoca uno shock che non può essere controllato dai meccanismi razionali della strutturazione formale, tale da risultare solo il simbolico l´elemento contenitore, così come sul piano del pensiero è l´interpretativo che traduce i vissuti.

Il bacino (simbolico) contiene gli organi genitali che vengono visti prima come elaborazione di un engramma (simbolico), poi come espressione interpretativa che perde ogni connotato formale.

III = 27″

8- due ragazze G F H

9- fuoco interpretativo

10- tette

11- camino

12- lupo

13- fuoco > vergogna “

Il contenuto formale della tavola determina il rapido passaggio da una risposta adeguata a risposte sempre più interpretative, slegate dalla realtà percettiva. I temi di queste “visioni” oscillano

dal fuoco = elemento anale distruttivo

al camino = ” anale

alle tette = elemento orale

al lupo = ” orale distruttivo

Il camino (stufa), con il fuoco ed il lupo si uniscono nella verifica in un´immagine aggressiva: il fuoco sale per il camino e brucia il pelo del lupo: l´aggressività del fuoco con il suo senso fallico invade l´utero (stufa, camino) per raggiungere l´oggetto, il lupo.

Se il lupo si vergogna diventa un fatto di difficile lettura, ma che comunque dovrebbe essere messo in rapporto con la propria distruttività e con la propria “oralità”.

IV

14- orso polare D F- A

15- zanne F- dA zanne

16- cavallo D F- A

Lo shock al bianco e nero vissuto su questa tavola maschile ha un grosso significato esplicativo: la prima risposta “orso polare” riporta a sentimenti di freddezza persecutoria e distruttivi che determinano una disorganizzazione percettiva formale con conseguenti 3 risposte F- . L´aggressività orale (zanne) e fallica (cavallo) si sommano in una percezione persecutoria complessa e diffusa.

V 48″

17- diavolo D F- H

18- forca d F- ogg.

La disorganizzazione formale determinata dalla tavola anteriore influenza anche le risposte su questa tavola di per sé tanto formalmente identificabile. La destrutturazione determinata dal vissuto conduce ad un blocco o incapacità di leggere un engramma formale tanto semplice.

VI

19- gabbia toracica D F- anat.

20- bacino D F- anat.

21- uccello d F- anat.

2- fuoco d F- interpretativo

Anche questa tavola decisamente fallica produce sensazioni estremamente disturbanti. Si riproduce quasi la stessa sequenza relativa alle risposte della tavola II (bacino-palle-uccello-coglioni) ed in tal modo diventa chiaro il meccanismo simbolico-interpretativo utilizzato normalmente da D.M. nei suoi rapporti con la realtà.

L´assimilazione gabbia toracica con il bacino dimostra l´invasività delle percezioni interpretative che, per altro lato, sono supportate dalle difficoltà di ancorare le percezioni al campo prettamente formale.

VII 25″

23- due ragazze che fanno l´amore D F- H interpretativo

24- reggiseno con le tette D F- ogg.

25- VERGOGNA interpretativo

Le risposte su questa tavola indicano le grosse difficoltà di identificazione e di auto-identificazione:

a) tav. 3 = due ragazze > fuoco-tette- eccetera

b) tav. 4 = orso polare > zanne > cavallo

c) tav. 6 = gabbia toracica > bacino-uccello-fuoco

Le ragazze fanno l´amore: questo engramma che sorge con tanta violenza e veemenza, deriva da un percepito apparentemente innocuo come quello della figura femminile (madre); ma è proprio questa che viene ipervalorizzata nella psiche di D.M., tanto da risultare una “carica emotiva” capace di stimolare un meccanismo che passa dal rapporto sessuale, ai dettagli sex (le tette) (vedi anche la tav. III), alla violenza (fuoco) e poi si esaurisce in un senso di VEGOGNA. Questa rappresenta sempre un rapporto nel quale è l´occhio dell´altro che osserva le nostre debolezze, le nostre irregolarità: deriva quindi da un senso di autosvalorizzazione, sensi di insufficienza e di incapacità.

VIII 14″

26- fegato (rossi laterali) D CF- anat.

27- costole (verde) D C fuoco

28- tette (grigio centrale) D CF- anat.

29- l´uccello (nel centro) d CF- anat.

Lo shock al colore si evidenzia con il breve tempo di latenza delle risposte, i contenuti F-, tutti anatomici e la progressione che giunge (come nelle altre risposte seriali) ad una immagine sex e risponde a profonde sensazioni intime di insicurezza.

La congiunzione “tette-uccello” si riferisce ad una identificazione seno-fallo.

IX

30- due aragoste D CF- A

31- fuoco D C fuoco

32- canne del cesso d F- ogg.

L´immagine delle aragoste riferisce atteggiamenti aggressivi e distruttivi che si accentuano con la risposta “fuoco” e soprattutto “canne del cesso” per le quali la spinta emotiva incontenibile produce una perdita di limiti formali e significati razionali. Nell´espressione “canne del cesso” si ripropone la congiunzione fallo-seno che però assume qui una dimensione decisamente aggressiva.

“che palle!!”

X 35″

33- le balle d F- anat.

34- l´uccello d F- anat.

35- le tette d F- anat.

L´esclamazione “che palle” non sottolinea un atteggiamento di stanchezza nei confronti del test, ma una aggressività nei confronti dei contenuti percepiti; per altro lato, la sequenza balle-uccello > tette sembra riportare a quella espressione fusionale seno-fallo tanto caratteristica in D.M..

Va sottolineato, comunque, come i vissuti di D.M. siano stereotipizzati su elementi genitali che configurano un nucleo ossessivo che giustifica le reiterazioni comportamentali e le difficoltà nell´approccio interpersonale.

COMMENTO

Con 35 risposte D.M. dimostra una grossa capacità di elaborare le esperienze e si rileva un buon livello intellettivo; per altro lato, un tempo di latenza medio di 40″ depone per un atteggiamento psichico caratterizzato da una presa di distanza per poter analizzare meglio; riflessività che poi non concorda con i contenuti delle risposte. Questi, per lo più, sono disarticolati da una espressione formale e quindi sono lasciati in balia delle pulsioni e delle conflittualità.

L´invasività delle problematiche profonde mette in azione meccanismi interpretativo-confabulatori che condizionano il legame con la realtà e determinano tensioni ansiose soprattutto sulle tavole con il rosso e su quelle a colori. Proprio le risposte su quest´ultime sono quelle che vengono segnalate come F- o CF- .

I contenuti orali e genitali presuppongono un alto livello di aggressività diffusa e generalizzata, che sottende le modalità ossessive dell´approccio interpersonale.

In questo quadro psico-patologico le figure di riferimento e gli oggetti interni perdono di spessore e di significatività, così che si riscontra una notevole perdita di capacità ad autodefinirsi. L´autovalorizzazione è minata anche da una condensazione fallo-seno che pervade l´immaginario e struttura la predominanza delle risposte “genitali”.

CONCLUSIONI

Il test depone per un buon livello intellettivo per lo più coartato dall´emergere di una ossessività genitale che dimostra un ritardo dello sviluppo dell´ Io nel quale un nucleo fusionale con il seno acquista una predominanza ossessivo-compulsiva che sottende una aggressività narcisistica generalizzata ed indifferenziata.

Una riduzione dell´autostima si associa ad una pauperizzazione delle figure di riferimento, con il risultato che gli oggetti interni risultano senza spessore, poco differenziati e sostituiti da elementi pulsionali, simbolici ed interpretativi, distaccati dal reale.

Il sentimento di “vergogna”, che si affaccia ripetutamente, ha il significato di presenza di supervalori interni in una continua lotta con le pulsioni, che sottende una tortuosità ossessiva e, in ultima analisi, una incapacità di stabilire validi rapporti affettivi, che, per altro, sono già compromessi dalla distruttività orale ed anale che caratterizza la posizione ossessivo-compulsiva della personalità.

*****

In ogni comportamento possiamo leggere un “rituale”, ma è forse nei comportamenti patologici che questa interpretazione acquista il suo valore più ermeneutico. Le “fughe” dei bambini autistici, l´uso di legnetti o matite, anche gli sguardi laterali o di sottecchi hanno l´aspetto di un rito esorcistico: esorcizzare la paura. Linus che fa uso rituale della sua coperta; tutti i vari “movimenti” che possiamo osservare in molte persone, sino ai disegni quasi automatici che normalmente si eseguono, quando si ascolta qualche relazione.

In D.M. gli esorcismi e le ritualità sono numerosissimi: dall´esporre svariati oggetti (tratti dal marsupio) quando si siede; l´uso del rituale dei moschettieri; la mimica che interpone all´inizio di qualsiasi rappresentazione richiesta.

Le teorie psicoanalitiche applicate nella spiegazione di riti iniziatici fa riferimento all´angoscia di castrazione ed al conflitto edipico per cui le cerimonie iniziatiche sono giustificate dalla gelosia del padre verso i figli e rappresentano la “legge” per la quale si assicura il tabù dell´incesto.

Bettelheim legge l´assioma nel senso di una invidia per gli organi e le funzioni dell´altro sesso, per cui i riti puberali si riferiscono al dualismo dei sessi e al desiderio di acquisire le potenzialità del sesso opposto. In questo modo, più che scaricare tendenze istintive asociali, si tratterebbe di operare un tentativo integratore. La sua visione vuole superare aspetti distruttivi e pessimistici, sostituendoli con significati e desideri più costruttivi mettendoli in relazione con la gravidanza e la nascita, relativi quindi alla discendenza e parla di”tentativi frenetici dell´ Io per riassumere il controllo razionale di una persona sommersa dalle forze istintuali irrazionali” .

Questo autore vede nei riti iniziatici degli adolescenti un tentativo di “padroneggiare la propria invidia per l´altro sesso” e in D.M. sembra proprio di leggere questa necessità:

a) lo specchietto che appoggia al suo fianco quando si siede è veramente l´espressione del creare una immagine speculare;

b) non dobbiamo dimenticare che anche la donna, nel suo immaginario, possiede un fallo e che “pompa”. In questo “idearlo” forse sta la lettura dell´invidia del pene, che lui vive nei confronti della madre, che dimostra sentimenti di invidia per essere lui il “castrato”. In questa dimensione il furto dei pennarelli sarebbe proprio la rappresentazione del recupero rituale del proprio fallo o della propria potenza fallica, che sarebbe poi quella che dà energia alle idee onnipotenti e agli atteggiamenti di sfida.

Per altro lato, e in accordo con l´osservazione di Bettelheim, D.M. vive una profonda sensazione di “perdita” che, seppure assuma l´aspetto o il riferimento della castrazione, sembra maggiormente legata alla perdita di un oggetto: l´oggetto madre. Il suo Io è sicuramente poco strutturato, indeciso, pauroso, fragile ed insicuro; il senso di sé non è completamente autonomo e sicuramente il lutto del distacco dalla madre non è ancora risolto. In questa dimensione, il desiderio di riacquistare il proprio oggetto, la madre, domina la sua personalità. I desideri di fusione, che sarebbero più psicotici, in lui acquistano valenze nevrotiche del tipo di angoscia per la perdita, con tutti i conseguenti meccanismi adattivi tendenti a riparare l´allontanamento, a ricomporre la propria ferita narcisistica, ad acquistare la propria potenzialità.

Nell´immaginario di D.M. c´è tutta la simbologia di questa struttura eidetica:

– la spada fallica del moschettiere

– il mantello avvolgente come ricettacolo-riparo

– la riconquista del gioiello della regina

– la ricongiunzione con la regina.

Trattandosi di un adolescente, dobbiamo considerare l´espressione fenomenologica solamente come una normale evoluzione e non come una struttura patologica; infatti, in questa tappa della vita, ogni individuo cerca di raggiungere una propria identità adulta (come dice Arminda Aberastury), appoggiandosi nelle prime relazioni oggettuali-parentali introiettate.

Naturalmente questo processo sarà supportato dalla verifica delle esperienze vissute nell´ambiente sociale, dovendo basarsi anche su di un personale patrimonio biofisico; possiamo comunque ribadire che la stabilità della personalità, sul piano genitale, è possibile solo superando il lutto per la propria identità infantile.

Un altro aspetto di questa evoluzione della struttura adolescenziale è quello che riguarda l´adattamento all´ambiente che non è mai sottomissione, ma implica capacità ed atteggiamenti volitivi che utilizzano dispositivi propri o socio-relazionali atti a modificare ciò che viene vissuto come doloroso, inutile o giudicato morale ed eticamente inadeguato, per il raggiungimento di una soddisfazione di base, di un chiaro apprezzamento di sé e di una valida autostima.

Da un punto di vista psicodinamico, dobbiamo prima di tutto ricordare che in ogni persona, così come ha confermato Freud, c´è un nucleo profondo potenzialmente “perverso” e quindi ogni osservazione ed ogni approccio clinico , oltre che educativo, deve prendere in considerazione le potenzialità evolutive della personalità per favorire la crescita nella dimensione non solamente adattiva, ma anche propositiva e volitiva.

Seppure nella patogenesi delle perversioni possano essere presenti fattori biologici costituzionali, sono le ragioni psicologiche che determinano la scelta di un determinato comportamento in relazione alle pulsioni profonde ed alle spinte determinate dalle esperienze sociali e dalle risposte interne ai vissuti. Si può parlare di fissazione o di regressione su modelli psico-comportamentali e su meccanismi mentali primitivi od arcaici, comunque non adeguati all´età del soggetto. Per lo più la determinazione di questi meccanismi risulta difficile dal momento che, come ha osservato anche Freud, le perversioni sono pluristratificate e presentano, nello stesso tempo, valenze attive ed altre passive (per es. nel voyeurismo si evidenziano anche desideri esibizionistici).

Si osservano anche espressioni di una lotta interiore contro scivolamenti verso soluzioni psicotiche, come abbiamo segnalato sopra; nel caso in cui l´espressione cleptomanica risulta come difesa nei confronti di desideri pulsionali inconsci.

A nostro modo di vedere però, i meccanismi mentali più caratteristici nella cleptomania risultano quelli che si riferiscono alle necessità intime ed alle fantasie di sentirsi vivi ed intatti di fronte al pericolo o alla minaccia dell´abbandono e della separazione. Questa struttura può essere giustificata da fallimenti di empatia nel rapporto con i genitori o anche da desideri e conflitti inconsci dei famigliari che si manifestano come copione interiorizzato dal figlio.

Si tratterebbe dunque di meccanismi e di comportamenti rituali adattivi, posti in atto nel tentativo di salvaguardare l´integrità dell´ Io. Bisogna tenere in considerazione che queste espressioni, cosiddette perverse, spesso si presentano associate; nel nostro caso, il fenomeno si presenta in maniera chiara:

1 – esibire oggetti che toglie dal marsupio quando si siede significa il desiderio di esporre i propri genitali e quindi contrapporre una immagine fallica che contrasti con le ansie di castrazione. Va notato che, in questo caso, proprio per la particolarità espressiva (escono dal marsupio) si tratta di un “pene femminile”;

2 – lo specchio esibito equivale all´immagine speculare di un oggetto-Sé che, come madre-fallica, permette una identificazione con il potere;

3 – il vestito da moschettiere risponde ad un esibizionismo fallico-genitale che, come abbiamo visto, riveste anche ansie profonde nei confronti dell´oggetto interiorizzato perduto (recupero del brillante della regina);

4 – le espressioni cleptomaniche, che per lo più si riferiscono ai “pennarelli”, hanno un chiaro senso di recupero del fallo perduto.

Un aspetto importante, rilevabile nel nostro caso e caratteristico delle perversioni, è un senso di insicurezza, povera autostima e perdita del senso di sé; così come si evidenzia in D.M., dal momento che:

1 – si veste da D´Artagnan in casa, ma non si azzarda ad uscire (neppure per carnevale) così addobbato;

2 – fuori casa il comportamento è estremamente insicuro e si accentuano i sentimenti di incapacità e di inadeguatezza;

3 – la negazione è un meccanismo tanto frequente in lui che si può indicare come caratteristica distintiva: nega l´evidenza, nega quanto asserito un attimo prima, nega ogni cosa che può, nella sua fantasia, essere messo in relazione ad una sua colpa anche insignificante.
APPROCCIO TERAPEUTICO

Tutti i pazienti che presentano aspetti perversi nei loro comportamenti possiedono una personalità psicopatica, cioè la perversione interagisce profondamente con la struttura del carattere. A nostro modo di vedere, questa osservazione dà senso a quella che riguarda una particolare struttura dell´ Io caratterizzata da una ipertrofia dell´ Ideale dell´ Io che si contrappone ad un Super-Io atrofico e svalorizzato.

Nel caso di D.M., questa particolare espressione ioica si manifesta come:

1 – perdita del timore del castigo;

2 – svalorizzazione dell´autorità (anche i carabinieri sono vissuti come pauperizzati nelle loro capacità repressive);

3 – sensi di onnipotenza e di superiorità;

4 – erotizzazione dell´apparenza mimetica nella rappresentazione dei moschettieri;

5 – ipervalorizzazione delle proprie capacità di ottenere il massimo risultato con poco sforzo;

6 – centralizzazione del sé che conduce ad un dimensionamento narcisistico del carattere con perdita dell´investimento libidico (D.M. non riesce a stabilire validi rapporti con i compagni e con le compagne e neppure con gli educatori). Il ripiegamento su se stesso (narcisismo) è una difesa nei confronti degli impulsi psicotici alla fusione ed alla perdita di identità, creando energia per mantenere una immagine di sé soddisfacente che, altrimenti, naufragherebbe nella convinzione inconscia, costantemente combattuta, di essere portatore di un difetto di base che si materializza nell´angoscia di castrazione;

7 -ipervalorizzazione dell´ideale dell´ Io che si manifesta come ricerca ossessiva di una immagine ideale di Sè rappresentata dal moschettiere che, oltre ad avere la spada, il mantello ed un particolare vestito, acquisisce anche un caratteristico ed “iperscenografico” atteggiamento gestuale e giustifica atteggiamenti onnipotenti e di sfida che caratterizzano il comportamento;

8 – svalorizzazione del Super-Io (senso morale) che si accompagna ad una ipervalorizzazione di quel “seno-fallico”, che si è tramutato in agognato oggetto-Sé.

Per altro lato le manifestazioni perverse vengono vissute come egosintoniche e quindi si manifesta un deciso rifiuto a prendere in considerazione una revisione dei propri comportamenti (questi pazienti rifiutano decisamente una psicoterapia e interventi educativi che sono visti come intrusivi e distruttivi): proprio questo giustifica risposte controtrasferali negative.

Seppure vadano considerate le osservazioni di Freud, che riferisce questo aspetto della terapia delle perversioni a nuclei inconsci perversi presenti in ognuno di noi, dobbiamo però riconoscere che queste persone ( ed è il caso di D.M.) ci riempiono di rabbia e di disgusto per le continue ed assurde negazioni della realtà e della verità, per la difficoltà ad accettare l´inefficacia degli interventi educativi correttivi, per i rifiuti messi in atto nei confronti di chi si preoccupa per loro, che dimostrano, al contrario, un disprezzo per l´autorità, la repressione ed il castigo.

L´impulso naturale di un educatore è quello punitivo, che cerca di moralizzare, rimproverare ed infine soffocare la risposta “perversa” che, proprio per essere così, continua a ripetersi svalorizzando il lavoro correttivo.

Naturalmente, come abbiamo visto, ulteriori difficoltà alla terapia possono venire da una psicopatologia associata, di tipo borderline, antisociale o narcisistica, che complica l´approccio e l´alleanza terapeutica, oltre a mettere in gioco atteggiamenti difensivo-adattivi la cui eliminazione può determinare altre patologie, per esempio di ordine psicotico.

Tenendo conto di queste considerazioni, si è predisposto un intervento terapeutico-formativo indirizzato alla strutturazione delle potenzialità intrinseche dell’ Io ed alla correzione dei disturbi comportamentali.

Dal momento che risultava difficile stabilire un rapporto duale di intesa e di alleanza terapeutica, si è preferito utilizzare gruppi operativi e gruppi terapeutici formati, in ogni caso, da ragazzi disabili, portatori di handicap psichico di vario tipo (tutti compagni di un centro di formazione professionale per handicappati psichici).

Il lavoro, svolto in gruppi di 4-5 oppure di 8-10 ragazzi e ragazze, è stato eseguito seguendo diverse tecniche:

a – psicodrammatica,

b – di sviluppo senso-motorio,

c – di sviluppo emotivo-affettivo,

d – di partecipazione espressivo-relazionale.

La particolarità di queste tecniche sta nel fatto di non puntare specificamente sulla relazione verbale, ma, per lo più, di agire con il corpo le valenze emotive e le spinte affettive.

D.M. si è inserito sempre positivamente nei lavori di gruppo, dimostrando interesse, capacità, e volontà; anche nei momenti in cui ha dovuto affrontare le proprie difficoltà, non ha reagito con fughe o assenteismi.

È interessante rilevare che nella metodologia non è stato utilizzato un “Io-ausiliario” come figura professionale che, per altro, in molte occasioni, veniva sostituita da uno dei partecipanti del gruppo scelto e addestrato con anticipo. Questa modalità era già stata utilizzata in diversi anni di lavoro con ragazzi portatori di handicap psichico e/o cognitivo, che hanno difficoltà a riconoscersi in un “professionista-iperdotato”.

Il lavoro senso-motorio è stato utile per sviluppare un senso di sé fisicoadeguato e sufficiente, mentre l’attività emotivo-affettiva ha indotto un senso di arricchimento personale e, soprattutto, un senso di “poter essere” e “poter divenire”. Con questi gruppi si è lavorato molto sul valore intrinseco del “crescere” in contrapposizione alla fantasia di “essere costretti a cambiare”. Il cambiamento non è mai stato vissuto come necessità di modificare una dimensione pauperizzata o deficitaria, ma è sempre stato presentato come una possibilità da valutare nella dimensione dello svantaggio e del vantaggio per il soggetto; ogni conquista dei componenti del gruppo era festeggiata da tutti, così il mutamento non veniva valorizzato in se stesso, ma come superamento di una inibizione.

Nel caso di D.M., il lavoro espressivo-relazionale si è dimostrato il più consono al superamento delle problematiche regressive del narcisismo-onnipotente.

Nella misura in cui il ragazzo ha dovuto cercare nell’ambito delle proprie potenzialità la volontà e la forza per esprimersi e per assolvere un determinato ruolo, si è visto come, pur partendo da quegli atteggiamenti mimico-espressivi che avevano fatto la caricatura scenografica dei suoi personaggi preferiti, i Moschettieri, D.M. trovava modelli (tra i suoi compagni) o espressioni (legate all’evoluzione dell’esperienza) capaci di dare un carattere individuale e personale che, in ultima analisi, veniva teatralizzato per un giudizio.

Anche l’osservazione dei filmati è stata una esperienza valida, sia come possibilità di rievocare le immagini ed i vissuti, sia per potenziare la memorizzazione delle teatralizzazioni. Il nostro D.M. è stato spesso scelto dai compagni come modello (anche se a volte un poco caricaturale) e ciò è servito a potenziare il proprio “senso di valere”, fortificando l’autostima.

Nella prosecuzione dell’intervento terapeutico si sono viste sparire, prima, quelle espressioni esibizionistiche “dell’esporre i propri attributi” (marsupio) e quindi, molto rapidamente, gli episodi cleptomanici.
OSSERVAZIONI CONCLUSIVE

L’approccio motivazionale seguito nella presentazione di questo caso di cleptomania ha messo in evidenza le esperienze interpersonali, i desideri inconsci, la struttura dell’ Io, le dinamiche con il Super-Io e l’ Ideale dell’Io, le esperienze evolutive ed il mondo degli oggetti interiorizzati del nostro soggetto.

Questa visione psicodinamica ha forse limitato gli aspetti neurobiologici e comportamentali, ma ci è parsa più consona per capire i meccanismi mentali che sottendono la fenomenologia cleptomanica e, soprattutto, per impostare un intervento psicoterapico ed educativo-formativo. La cleptomania non è stata vista,quindi, come un comportamento deviante, ma come una reazione a situazioni intime ed inconsce che strutturano meccanismi mentali particolari.

Si è discusso molto sull’assimilazione o meno della cleptomania ad una modalità personologica e ci sembra di aver potuto ampiamente dimostrare che, nel nostro caso, non si può parlare di disturbo di personalità, ma di disordine reattivo di tipo nevrotico con sfumature psicotiche che riguardano la autoidentificazione ed un certo grado di perdita dell’integrità Ioica.

Un altro argomento interessante, sorto dall’analisi del caso, riguarda la disarticolazione affettiva legata alle difficoltà di autoidentificazione e di riconoscimento delle figure di riferimento. A nostro modo di vedere, l’impossibilità di ancorare gli oggetti interni a “ruoli” determinati e definiti ha portato D.M. a strutturare un mondo egocentrico ed onnipotente tanto illusorio, quanto infantile e pauperizzante; proprio l’impossibilità di utilizzare gli elementi strutturanti dell’affettività lo ha indotto a sganciarsi dalla realtà e a iperdimensionare le dinamiche libidico-istintive, emarginando e pauperizzando le capacità cognitive.

Per altro, la mancata autoidentificazione e l’impossibilità di identificare le figure di riferimento (sottolineiamo come il fallo risulti una prerogativa vaginale) rendono impossibile una vera strutturazione dell’ Io che così fluttua tra un iperdimensionato “ideale dell’Io” ed un evanescente oggetto Superegoico. Questo modello mentale giustifica la strutturazione di un pensiero egocentrico ed onnipotente, totalmente avulso dalla realtà e centrato su figure mitiche quali i Moschettieri, Superman o qualsiasi altro personaggio fantastico.

Quando le limitazioni dell’ Io non sono sufficienti a contenere le ansie e le intense sollecitazioni interne, si dà adito al processo regressivo che si basa sulla negazione e sul narcisismo primario. La delusione delle aspettative conduce poi alla fuga dalla realtà, alla creazione di un mondo illusorio ed alla volontà di non apprendere. In questa modo può riassumersi il meccanismo per il quale le dinamiche affettive risultano indispensabili per trasferire le componenti libidico-istintuali al mondo cognitivo e della razionalità.

Il modello psichico al quale ci si riferisce abitualmente è quello fondato sull’ adattamento e sul conflitto: i fenomeni mentali sarebbero il risultato della lotta tra un desiderio istintivo ed una difesa che, con meccanismi diversi, deve contenere l’impulso ed adeguarlo ad una consapevolezza interiorizzata delle richieste sociali.

Questa interpretazione psicodinamica sembra però insufficiente a spiegare le dinamiche regressive che, per esempio, abbiamo evidenziato nell’analisi del nostro caso di cleptomania. Da questo punto di vista l’ Io vive nella necessità di abbandonare quegli elementi primitivi e caratteristici delle prime esperienze psichiche, che si fondano sull’egocentrismo e sull’onnipotenza, per poter evolvere in una dimensione sociale dove l’ Altro può convivere con il Sè, senza che questo debba perdere il senso di viversi come autosufficiente, autovalorizzato e soggetto individualizzato, oppure debba, inesorabilmente, distruggere l’ Altro ed il Mondo.

La socializzazione determina la crescita armonica dell’ Io: lo sviluppo delle dinamiche affettive è il processo bio-psico-mentale capace di determinare la strutturazione dell’ Io sulla base di elementi non più solo istintivi, ma anche cognitivi, intellettivi e razionali.

Da questo punto di vista i disturbi mentali non sono altro che reazioni dell’intera struttura psichica personale alle componenti psicologiche, sociali e biologiche attivate dall’esperienza.

Tale modello teorico sta alla base del nostro intervento psicoterapico-formativo, fondato sullo sviluppo dell’ Io e sull’integrazione della personalità. La comprensione psicodinamica dell’obiettività clinica e la lettura psicologica del funzionamento mentale e dei suoi disturbi hanno portato alla strutturazione di una operatività nella quale il soggetto sviluppa un processo di rispecchiamento, di riconoscimento e di convalida della propria soggettività, per raggiungere un senso di valore ed una volontà per essere e per operare, libero da prerogative narcisistico-onnipotenti.

Attraverso lo sviluppo armonico della motricità e della sensorialità e l’arricchimento delle capacità espressive e relazionali, si promuove una particolare atmosfera che, fondendosi con l’accompagnamento, l’ascolto e la stimolazione, ripristina e rafforza sentimenti di autovalorizzazione che, in questi ragazzi portatori di handicap psichico, tendono a decomporsi sotto la pressione delle “perdite” quotidiane. Anche il recupero del senso della progettualità psichica personale é favorito ed incrementato dalla partecipazione, dalla comunione, dalla solidarietà, dalla comprensione e dall’affetto.

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