Psicologia Sociale e del Comportamento

Dipendenza affettiva: ansia e stress da senso di inadeguatezza addio

«Dipendenza affettiva» è un’espressione molto usata e priva di statuto diagnostico. Ciò che descrive è reale, ha nomi più precisi nella ricerca, e la precisione, qui, cambia il tipo di aiuto che serve. Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione professionale. In presenza di violenza o controllo coercitivo in una relazione: 1522, attivo 24 ore su […]

Dipendenza affettiva: ansia e stress da senso di inadeguatezza addio
«Dipendenza affettiva» è un’espressione molto usata e priva di statuto diagnostico. Ciò che descrive è reale, ha nomi più precisi nella ricerca, e la precisione, qui, cambia il tipo di aiuto che serve.
Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione professionale. In presenza di violenza o controllo coercitivo in una relazione: 1522, attivo 24 ore su 24. In caso di crisi: 112, Telefono Amico 02 2327 2327.

Una precisazione sul termine

La dipendenza affettiva non è una diagnosi riconosciuta dai manuali internazionali, e questo va detto perché il linguaggio della dipendenza porta con sé assunzioni che non reggono.

Nelle dipendenze da sostanze sono documentati tolleranza, astinenza fisiologica e alterazioni neurobiologiche specifiche. Applicare quella cornice alle relazioni è una metafora, e usarla come se fosse una descrizione può portare a interventi sbagliati: per esempio l’idea che serva un’astinenza dalle relazioni.

Ciò che l’espressione descrive corrisponde però a costrutti reali e misurabili, che vale la pena distinguere perché hanno implicazioni diverse.

Cosa c’è dietro

L’attaccamento ansioso: una configurazione relazionale caratterizzata da timore dell’abbandono, bisogno intenso di rassicurazione e ipersensibilità ai segnali di distanza. È una dimensione misurabile, presente in tutti in grado variabile, e non è un disturbo.

La dipendenza dall’approvazione come base dell’autostima: quando il valore personale è agganciato al giudizio altrui, l’umore diventa dipendente da fattori non controllabili. La ricerca associa questa configurazione a maggiore fragilità.

La paura del rifiuto: l’anticipazione del rifiuto modifica il comportamento in modi che rendono il rifiuto più probabile, è una profezia che si autoavvera documentata.

E vanno considerate le condizioni cliniche che possono presentarsi così: ansia sociale, depressione, e configurazioni di personalità che richiedono percorsi specifici.

Il punto che va detto per primo

Prima di qualunque lavoro su di sé, una verifica.

Il timore costante di non essere all’altezza, la sensazione di dover meritare l’affetto, la difficoltà a fidarsi del proprio giudizio: questi vissuti possono derivare da caratteristiche personali oppure essere prodotti dalla relazione in cui si è.

Il controllo coercitivo (svalutazione sistematica, isolamento dagli altri, controllo delle scelte, alternanza fra affetto e ritiro) produce esattamente questi effetti in persone che non li avevano prima.

Ne segue una domanda da porsi: questi vissuti erano presenti prima di questa relazione, o sono comparsi durante? La risposta cambia tutto, perché nel secondo caso lavorare sulla propria insicurezza significa affrontare il sintomo di una situazione che va riconosciuta per quello che è.

Cosa aiuta

Nelle situazioni in cui si tratta di una configurazione personale, esistono percorsi con evidenze.

Le psicoterapie per ansia sociale e per le difficoltà relazionali hanno supporto empirico consolidato.

Sul piano dei meccanismi, ciò che funziona è l’esposizione: verificare che esprimere un bisogno, dire di no o tollerare una distanza non produce l’esito temuto. Non è la comprensione delle origini a cambiare il comportamento, ma l’esperienza ripetuta.

La riduzione dei comportamenti protettivi: la ricerca continua di rassicurazione riduce l’ansia nell’immediato e la mantiene nel tempo, perché impedisce di scoprire che si può stare bene senza.

Va segnalato un dato incoraggiante: le rappresentazioni dell’attaccamento sono modificabili, e relazioni successive e percorsi terapeutici possono cambiarle. Non sono un destino fissato.

E va corretta un’idea diffusa: l’obiettivo non è non aver bisogno degli altri. Le relazioni di sostegno sono fra i predittori più solidi di benessere, e l’autosufficienza emotiva non è un traguardo di salute. Ciò che cambia è la libertà di scegliere, non l’assenza di legame.

Domande frequenti

La dipendenza affettiva e una diagnosi?

No: non e riconosciuta dai manuali internazionali. Descrive vissuti reali che corrispondono a costrutti piu precisi, come l’attaccamento ansioso o l’ansia sociale.

Come capire se dipende da me o dalla relazione?

Chiedendosi se quei vissuti erano presenti prima. Il controllo coercitivo produce insicurezza e senso di inadeguatezza in persone che non li avevano.

Cosa aiuta davvero?

Verificare che esprimere un bisogno o tollerare una distanza non produce l’esito temuto, e ridurre la ricerca continua di rassicurazione, che mantiene l’ansia.

Bisogna imparare a non aver bisogno degli altri?

No: le relazioni di sostegno sono fra i predittori piu solidi di benessere. Cio che cambia e la liberta di scegliere, non l’assenza di legame.

La dipendenza affettiva non e una diagnosi e la metafora della dipendenza porta assunzioni che non reggono: cio che descrive corrisponde a costrutti misurabili come l’attaccamento ansioso. La verifica da fare per prima e se quei vissuti precedessero la relazione attuale, perche il controllo coercitivo li produce. Cio che funziona e l’esperienza, non la comprensione delle origini. E l’obiettivo non e non aver bisogno di nessuno.
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