Cosa si valuta
L’oggetto non è la personalità del genitore in astratto ma la corrispondenza fra ciò che quel bambino richiede e ciò che quell’adulto può fornire, in quel contesto.
Ne segue che una valutazione non produce un giudizio sulla persona ma sulla relazione, e che lo stesso adulto può risultare adeguato per un figlio e in difficoltà con un altro.
Le dimensioni considerate sono note: capacità di riconoscere i bisogni del bambino e di distinguerli dai propri, disponibilità emotiva, capacità di stabilire limiti, riconoscimento del ruolo dell’altro genitore, e capacità di modificare il proprio comportamento a fronte di un riscontro.
Quest’ultima è la più predittiva e la meno misurata dai test.
I limiti
Vanno detti perché costituiscono il nucleo della questione.
La capacità predittiva delle valutazioni psicologiche sul comportamento futuro è limitata, e diminuisce con l’orizzonte temporale. Una previsione su come un genitore si comporterà fra cinque anni ha un’accuratezza modesta.
I test di personalità non sono stati costruiti per rispondere a questa domanda: descrivono caratteristiche generali e il loro collegamento con la genitorialità è indiretto.
Le tecniche proiettive hanno validità molto bassa e non consentono conclusioni su capacità o su fatti.
E la situazione stessa introduce una distorsione: entrambi i genitori sono fortemente motivati a presentarsi favorevolmente, il che riduce l’informatività di quanto riferiscono.
Cosa ha più valore
Gli elementi più informativi sono i meno tecnici.
L’osservazione diretta dell’interazione fra genitore e figlio, ripetuta e in contesti diversi.
La storia documentata: cosa è accaduto finora, chi ha fatto cosa, quali episodi sono verificabili presso terzi.
Le fonti collaterali: scuola, pediatra, servizi. Sono meno soggette alla motivazione delle parti.
E la valutazione del funzionamento del bambino, che è il dato più direttamente pertinente alla domanda posta.
Le distorsioni dell’esperto
Documentate e correggibili solo con procedure.
Il bias di conferma: formulata un’ipotesi, il materiale successivo viene letto come conferma.
La contaminazione: conoscere il fascicolo e le posizioni delle parti prima dei colloqui modifica le conclusioni, con un effetto misurato anche in discipline forensi più oggettive.
L’allineamento con chi nomina: gli esperti di parte producono in media conclusioni favorevoli a chi li ha incaricati, senza necessità di disonestà.
I correttivi sono procedurali: formulare esplicitamente l’ipotesi alternativa e cercare elementi che la sostengano, limitare l’esposizione a informazioni non necessarie prima dei colloqui, dichiarare il grado di incertezza.
Due punti fermi
L’alienazione parentale non è riconosciuta come entità clinica e la Corte di Cassazione ne ha escluso l’utilizzabilità come fondamento di provvedimenti. I singoli comportamenti denigratori o ostacolanti vanno invece descritti e valutati come fatti.
La bigenitorialità non è assoluta: dove esistono maltrattamenti o violenza domestica (inclusa la violenza assistita) prevale l’interesse del minore, e questo va accertato con una valutazione specifica del rischio anziché essere trattato come una delle posizioni in causa.
Domande frequenti
Cosa si valuta esattamente?
La corrispondenza fra i bisogni di quel bambino e ciò che quell’adulto può fornire in quel contesto: non un giudizio sulla persona ma sulla relazione.
Quanto sono attendibili queste valutazioni?
La capacità predittiva sul comportamento futuro è limitata e diminuisce con l’orizzonte temporale. I test di personalità rispondono indirettamente, le tecniche proiettive non rispondono affatto.
Cosa ha più valore informativo?
L’osservazione diretta ripetuta dell’interazione, la storia documentata, le fonti collaterali come scuola e pediatra, e la valutazione del funzionamento del bambino.
L’alienazione parentale può essere usata?
No: non è riconosciuta come entità clinica e la Cassazione ne ha escluso l’uso. I comportamenti denigratori vanno descritti e valutati come fatti singoli.