Due scienze per capire l’infanzia
Chi lavora con i minori sa che parlare “del bambino” è solo metà del cammino: bisogna conoscere i bambini per capire loro e il loro mondo. Ad aiutarci sono soprattutto due scienze, la pedagogia e la psicologia dello sviluppo.
Tra le due c’è una grande differenza. La pedagogia è la scienza dell’educazione, un’attività tipicamente umana con cui l’adulto tende a formare nel giovane disposizioni conformi ai fini della società e della cultura. La psicologia dello sviluppo, invece, studia il processo di organizzazione e sviluppo dell’individuo dalla nascita fino a circa venticinque anni. La prima ha oltre duemila anni di storia, la seconda solo due secoli. Nel tempo si sono affiancate, per esempio per dare risposte alle domande che un bambino di quattro o cinque anni comincia a porsi sul proprio corpo. A queste si è aggiunta la psicoanalisi, che ha aiutato gli educatori a comprendere molti atteggiamenti infantili altrimenti incomprensibili agli adulti.
Un avvertimento è utile: è facile credere di conoscere l’infanzia solo perché tutti siamo stati bambini. Ma tra gli individui esistono grandi differenze, e le teorie servono proprio come spunto di riflessione, per ricordare che davanti a un bambino si ha un universo speciale, ancora in formazione.
I primi pionieri: Hall e Freud
Già nell’Ottocento si sosteneva che il bambino non è un essere amorfo e indifferente agli stimoli esterni. Granville Stanley Hall fu tra i primi a rendersi conto che il mondo mentale del bambino è molto diverso dal nostro. Usava un’immagine efficace: l’adulto è come il sole, che non può conoscere le ombre perché con la sua presenza le annulla. Voleva dire che l’adulto, osservando il bambino, tende a considerarlo simile a sé, attribuendo a ciò che dice o fa un significato conforme al proprio modo di pensare, e così non riesce a cogliere le contraddizioni e il carattere ancora poco definito del pensiero infantile. Hall compì molte ricerche sui comportamenti dei bambini, ma con un limite: non li osservava direttamente, affidandosi ai ricordi, che sappiamo essere una fonte inaffidabile.
Sigmund Freud è la pietra miliare dello studio della psiche infantile. Sosteneva che molti tratti del carattere adulto dipendono da come si è stati da bambini e dai rapporti con genitori e fratelli. Attribuiva alla famiglia un ruolo centrale: solo essa può dare gli stimoli indispensabili a uno sviluppo armonioso dell’intelligenza e dell’affettività, mentre un ambiente traumatizzante può essere all’origine di disturbi in età adulta. Freud sottolineava anche l’importanza delle prime cure e, in seguito, della figura paterna come riferimento. Va detto che alcune sue affermazioni, come l’idea di danni “irreparabili” da carenza materna, riflettono il pensiero dell’epoca e vanno oggi lette con la cautela e le sfumature che la ricerca successiva ha introdotto.
Gli stadi dello sviluppo secondo la psicoanalisi
Freud descrisse lo sviluppo affettivo del bambino attraverso una serie di “stadi”, legati alle diverse fonti di piacere. È importante inquadrare questi concetti nel loro contesto teorico e storico: il termine “sessuale”, in Freud, ha un significato molto ampio, che comprende l’intera vita affettiva e sensoriale, non la sessualità adulta in senso stretto.
La vita affettiva, secondo questa prospettiva, comincia già nell’utero materno: lo stato d’animo con cui la donna vive la gravidanza e il parto influenzerebbe il bambino. Il taglio del cordone ombelicale è il primo momento di un distacco progressivo. All’inizio il bambino non distingue tra la parte fisica e quella psichica di sé.
- Lo stadio orale (primi due anni): il bambino succhia il latte dal seno, simbolo di nutrimento e sicurezza, e la bocca diventa lo strumento con cui “assorbe” il mondo e la sede dei primi piaceri. Ne restano tracce nel succhiare il pollice da bambini o, negli adulti, in gesti come mordicchiare una penna. Il primo passo del distacco è lo svezzamento.
- Lo stadio anale: la zona di piacere si sposta verso il controllo delle funzioni corporee. È il momento del primo “obbligo sociale”, legato all’educazione all’uso del vasino. Freud vi leggeva le radici di dinamiche relazionali, come il “trattenere” o il “donare”, che secondo lui potevano lasciare tracce nel carattere adulto.
- Lo stadio successivo (verso i quattro anni): compaiono sentimenti di amore e gelosia legati al cosiddetto complesso di Edipo, cioè un’intensa tendenza affettiva verso il genitore di sesso opposto, con le conseguenze emotive che ne derivano.
Questi schemi, per quanto storicamente influenti, sono oggi considerati modelli teorici e non descrizioni letterali dello sviluppo, e vanno affrontati con lo sguardo critico della psicologia contemporanea.
L’osservazione diretta e Piaget
Solo dal 1920 in poi gli psicologi iniziarono a ricorrere sistematicamente all’osservazione diretta dei bambini. Arnold Gesell, per esempio, seguì un gruppo di individui dalla nascita fino ai sedici anni, aprendo la strada alla costruzione di scale per valutare lo sviluppo intellettivo. Lo sviluppo psicologico, in questa prospettiva, attraversa varie fasi, passando dalla dipendenza assoluta a margini di autonomia sempre più ampi che permettono al bambino di “diventare sé stesso”.
Il contributo decisivo alla comprensione dello sviluppo cognitivo è però quello di Jean Piaget, considerato il maggior teorico in questo campo. Piaget vedeva l’intelligenza come la forma più elevata di adattamento biologico, che si sviluppa attraverso un equilibrio dinamico tra due processi: l’assimilazione, cioè l’integrazione dei dati dell’esperienza negli schemi mentali già presenti, e l’accomodamento, cioè la modifica di quegli schemi quando l’esperienza è troppo nuova per adattarvisi.
Studiando i bambini dai quattro ai nove anni, Piaget mise in luce alcuni orientamenti tipici del pensiero infantile, come l’egocentrismo (la difficoltà a decentrarsi dal proprio punto di vista), il realismo, l’animismo (attribuire vita e intenzioni agli oggetti) e il finalismo. Secondo il suo modello costruttivista, lo sviluppo cognitivo non è continuo, ma si organizza in stadi differenziati, ciascuno con caratteristiche proprie. Un’idea che ha rivoluzionato il modo di intendere la mente del bambino: non un adulto in miniatura, ma un pensatore che costruisce attivamente la propria comprensione del mondo, con logiche tutte sue.
Domande frequenti
Quali scienze aiutano a capire il bambino?
Soprattutto la pedagogia, scienza dell’educazione, e la psicologia dello sviluppo, che studia la crescita dell’individuo dalla nascita ai venticinque anni. A queste si è affiancata la psicoanalisi, che aiuta a comprendere atteggiamenti infantili altrimenti incomprensibili agli adulti.
Perché è difficile per gli adulti capire i bambini?
Perché, come osservava Hall, l’adulto tende a considerare il bambino simile a sé, attribuendo alle sue parole e azioni un significato conforme al proprio modo di pensare. Così non coglie le contraddizioni e il carattere ancora poco definito del pensiero infantile.
Cosa sono gli “stadi” dello sviluppo secondo Freud?
Sono fasi legate alle diverse fonti di piacere (orale, anale e così via), in cui il termine “sessuale” ha un significato molto ampio, riferito all’intera vita affettiva. Sono modelli teorici storicamente influenti, da leggere nel loro contesto e con lo sguardo critico della psicologia attuale.
Qual è il contributo di Piaget?
Piaget ha mostrato che il bambino non è un adulto in miniatura, ma costruisce attivamente la propria comprensione del mondo attraverso assimilazione e accomodamento. Ha descritto lo sviluppo cognitivo come una successione di stadi, mettendo in luce tratti come egocentrismo e animismo.
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