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Capacità morali e loro applicazioni

L’autonomia morale è il punto in cui i divieti esterni diventano superflui: la persona si astiene da certe condotte in base a proibizioni che ha generato lei stessa, prova senso di colpa quando le infrange e desidera riparare. Arrivarci non è un atto di volontà, è l’esito di un processo lungo, che poggia su prerequisiti […]

Psicolab — Capacità morali e loro applicazioni
L’autonomia morale è il punto in cui i divieti esterni diventano superflui: la persona si astiene da certe condotte in base a proibizioni che ha generato lei stessa, prova senso di colpa quando le infrange e desidera riparare. Arrivarci non è un atto di volontà, è l’esito di un processo lungo, che poggia su prerequisiti precisi.

Che cosa distingue la maturità morale

La maturità è in parte definita dall’autonomia morale. Le regole e i valori sono interiorizzati, le norme sociali vengono accettate in quanto tali, e la coscienza determina le scelte tra comportamenti diversi. Il criterio non sta più fuori, nella figura che sorveglia e sanziona, ma dentro.

La differenza rispetto all’obbedienza è sostanziale. Chi obbedisce si comporta correttamente finché esiste una probabilità di essere scoperto: la sua condotta è funzione della sorveglianza. Chi ha interiorizzato la norma si comporta allo stesso modo anche da solo, perché la trasgressione avrebbe un costo interno, e quel costo si paga comunque. Questa è la ragione per cui l’educazione morale non può ridursi a un sistema di deterrenza: la deterrenza produce prudenza, non moralità.

I prerequisiti dell’interiorizzazione

L’interiorizzazione delle norme morali e lo sviluppo di una coscienza capace di generare senso di colpa sono processi complessi, che richiedono alcune condizioni preliminari. Nessuna di esse, presa da sola, basta.

La formazione del sé

Il primo prerequisito è la formazione del sé, intesa in particolare come capacità di attribuire a se stessi gli atti scorretti. Senza un sé che riconosca “sono stato io”, non c’è nessun soggetto a cui la colpa possa riferirsi. Un bambino che non si percepisce come autore delle proprie azioni può temerne le conseguenze, ma non può sentirsene responsabile.

La nozione di standard comportamentale

Il secondo è la nozione di standard. Già a due anni i bambini si rendono conto che devono adeguarsi a modelli e norme: mostrano disagio davanti a un oggetto rotto, indicano ciò che non è come dovrebbe essere. Esiste, in altre parole, un’idea di come le cose vanno fatte, e questa idea precede di gran lunga la capacità di formularla a parole.

Le pressioni mirate alla socializzazione

Il terzo prerequisito è costituito dalle pressioni educative. Il bambino reagisce alla disapprovazione genitoriale con ansia generalizzata: non con una comprensione precisa di che cosa ha sbagliato, ma con uno stato di attivazione diffusa che segnala una rottura nella relazione. È da questo stato indistinto che, progressivamente, si differenzieranno emozioni morali più definite.

Vergogna e imbarazzo

Il quarto è la sperimentazione della vergogna e dell’imbarazzo. Sono emozioni autoriflessive: richiedono di vedersi con gli occhi di un altro, reale o immaginato. Compaiono prima del senso di colpa vero e proprio e ne costituiscono, in un certo senso, la forma primitiva. La vergogna riguarda ciò che sono, la colpa riguarda ciò che ho fatto: la seconda è più tarda e più utile, perché lascia aperta la possibilità di rimediare.

L’esito: proibizioni autogenerate e desiderio di riparare

Quando questi prerequisiti si sono consolidati, i divieti espliciti non sono più necessari. Il bambino si astiene da certe attività in base a proibizioni autogenerate, mostra sensi di colpa in caso di trasgressione e manifesta il desiderio di riparare.

Quest’ultimo elemento è il più significativo, e spesso il meno considerato. La riparazione distingue una coscienza funzionante da una coscienza persecutoria. Il senso di colpa che si limita a punire chi lo prova non produce alcun comportamento morale: produce paralisi, o negazione. Il senso di colpa che spinge a rimediare, invece, restituisce alla persona un ruolo attivo e ripristina il legame che la trasgressione aveva incrinato. È a questo, in ultima analisi, che serve.

Che cosa aiuta e che cosa ostacola

Segue una conseguenza pratica per chi educa. Fornire una ragione, adeguata al modo in cui il bambino pensa le regole a quell’età, favorisce l’interiorizzazione più di quanto non faccia la sanzione. La punizione ottiene obbedienza immediata ma insegna soltanto che qualcuno sorveglia; la spiegazione costruisce un criterio che il bambino potrà applicare da solo, in situazioni che il genitore non aveva previsto.

Va aggiunto che una pressione eccessiva è controproducente. Se la disapprovazione minaccia la relazione in modo insopportabile, l’ansia che ne deriva non si trasforma in coscienza: si trasforma in strategie per non essere scoperti. L’interiorizzazione richiede che il bambino attribuisca a se stesso la ragione del proprio comportamento corretto, e questo accade solo se la pressione esterna è sufficiente a orientarlo ma non tanto forte da spiegare tutto.

Domande frequenti

Che cos’è l’autonomia morale?

È la condizione in cui regole e valori sono stati interiorizzati, le norme sociali vengono accettate in quanto tali e la coscienza guida le scelte. I divieti espliciti diventano superflui: la persona si astiene da certe condotte in base a proibizioni che ha generato lei stessa.

Quali prerequisiti servono per interiorizzare le norme morali?

La formazione del sé, cioè la capacità di attribuirsi i propri atti scorretti; la nozione di standard comportamentale, presente già a due anni; le pressioni educative, a cui il bambino reagisce con ansia generalizzata; e la sperimentazione della vergogna e dell’imbarazzo.

Qual è la differenza tra vergogna e senso di colpa?

La vergogna riguarda ciò che si è ed espone la persona intera a uno sguardo giudicante. Il senso di colpa riguarda ciò che si è fatto, è più tardo e apre alla possibilità della riparazione. È per questo che la colpa, a differenza della vergogna, può generare condotta morale.

È più efficace spiegare o punire?

Fornire una ragione per non trasgredire è un mezzo preventivo più efficace della punizione. Meglio ancora è combinare i due approcci, accompagnandoli con una spiegazione vicina al modo in cui il bambino pensa le regole a quella età.

La moralità matura si riconosce da un segno semplice: la condotta non cambia quando nessuno guarda. Ci si arriva attraverso un sé capace di attribuirsi le proprie azioni, una nozione di standard che compare già a due anni, la pressione educativa e la vergogna. L’approdo non è il senso di colpa, ma il desiderio di riparare, che è ciò che distingue una coscienza utile da una coscienza che punisce e basta.
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