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Una Generazione senza Confini

Breve Estratto

“La vita è un viaggio” può essere definita la visione del mondo o “metafora” della vita della generazione giovanile odierna, una generazione destinata a diventare “senza confini”.
A introdurre il concetto di metafora della vita fu Alfred Adler, il quale parlò a questo proposito di “un piano di vita” le cui radici si piantano nell’infanzia di tutti noi per andare a consolidarsi già all’età di sei anni1.
Riprendendo la teoria di Adler, Edward Hoffmann, professore alla Yeshiva University di New York, in un suo recente articolo ha spiegato che il piano di vita è il prodotto di fattori fisici e mentali, oltreché di esperienze infantili che ogni individuo fa con genitori e figure di riferimento importanti2.
Esso inoltre si attiva a livello inconscio e spinge ognuno di noi a seguire una determinata strada per raggiungere specifici obiettivi3.
A tal proposito, voglio aggiungere che molte persone, ereditando “tout court” il proprio piano di vita dalla famiglia d’origine, non considerano tuttavia l’aderenza di esso al contesto reale circostante.
Di contro, cambiamenti strutturali a livello mondiale, come per esempio la globalizzazione negli anni Novanta e le crisi finanziarie ed economiche di questi ultimi anni, hanno imposto, a giovani e non più giovani, un riadattamento del loro piano di vita, modificandone gli obiettivi prefissati per non incorrere in esiti fallimentari e a un conseguente senso di frustrazione.
Hoffman offre un’interessante lettura sulla percezione della visione del mondo delle persone di oggi, riportando nell’articolo succitato, i risultati di una ricerca sull’uso delle metafore della vita; in esso emerge anche un dato interessante per l’Italia: nel nostro paese la metafora della vita come viaggio è risultata essere la più popolare in quanto è stata scelta dal 43% del campione in esame, seguita dalla vita come dono con il 40% delle preferenze e poi da quella come avventura con il 27%.
Questi dati fanno figurare come la percezione di un sé “stabilizzato” nel proprio luogo d’origine stia abdicando a favore di una visione della vita più flessibile e che oltrepassa il confine nazionale.
E l’affermazione dell’attuale società globalizzata impone ancor più tale visione della vita ad una nuova generazione di bambini che, già negli anni ’50, venne definita dagli studiosi John Useem e Ruth Hill “third culture kids”4.
Riprendendo quanto sostenuto da Silke Pfersdorf, a questa generazione appartengono tutti quei bambini che espatriano dal paese d’origine per seguire genitori inseriti in un mercato del lavoro dove la disponibilità a trasferimenti da un paese all’altro, da un continente all’altro è una caratteristica indispensabile per la propria professione5.
I “third culture kids” sono tutti quei bambini e ragazzi che, negli anni di formazione della propria identità (5-10 anni), hanno dovuto affrontare diversi trasferimenti e, di conseguenza, adattarsi ad ambienti linguisticamente e culturalmente diversi da quelli di origine genitoriale6.
La necessità naturale di ancorarsi a un luogo dove sentirsi al sicuro, accolti e riconosciuti, dove far propri valori, norme, conoscenze e visioni del mondo volti a costruire la propria identità non può più essere soddisfatta nell’ambito dei tradizionali confini politico geografici, bensì in luoghi sempre nuovi nei quali si fondono insieme vissuti esperenziali culturalmente e linguisticamente differenti, tali da originare una nuova coscienza di appartenenza e di legame.
Puntare ad una crescita ottimale dei giovani, significa dare importanza, in ambito educativo, alla visione che essi hanno della vita e, nello stesso tempo, coltivare in loro la consapevolezza di doversi adattare, qualora fosse necessario, alle circostanze esistenziali concrete.
Un ragazzo consapevole di sé e del proprio piano di vita, capace tuttavia di adattarsi alla realtà attuale, è in grado di sviluppare quello che Lewin definì il proprio “spazio psicologico di libero movimento” ossia quello spazio che, come spiegato da Guido Petter, :“designa l’insieme delle situazioni nelle quali una persona può collocarsi (o venirsi a trovare), avendo la possibilità di dominarle, senza esserne sopraffatta e travolta”.7
Come si può favorire oggi lo sviluppo dello “spazio psicologico di libero movimento”?
La conoscenza delle lingue straniere e di culture storicamente, geograficamente e scientificamente diverse da quella di origine offre per esempio l’opportunità, non solo ai giovanissimi ma anche a non più giovani, di ampliare la seconda componente del proprio spazio psicologico, mentre le esperienze all’estero, favorendo la crescita personale sul piano del problem solving, consentirebbero lo sviluppo della capacità di formulare previsioni per il futuro, terza componente dello spazio psicologico8.
Ricchezza e diversità dei contesti multiculturali sono il terreno su cui ogni persona si mette continuamente in discussione e, in tal modo, prende consapevolezza dei propri limiti dai quali partire per analizzare attentamente le situazioni contestuali, stabilendo di prendere per esse una decisione definitiva o di aspettare di padroneggiarle meglio.
Simile capacità allontana il verificarsi di esiti fallimentari che andrebbero ad incidere sulla sesta componente dello spazio psicologico individuale, cioè sul proprio senso di autoefficacia, ossia, come lo definisce ancora Guido Petter :“la consapevolezza che un individuo ha di saper svolgere certe attività e di essere comunque in grado di apprenderne altre che ancora non sa eseguire”.9
Note
1 Edward Hoffman, Le metafore della vita in psicologia contemporanea, GIUNTI, luglio-agosto 2014, p.8
2 Ibidem
3 Ibidem
4 Silke Pfersdorf, Cittadini del mondo, psicologia contemporanea, GIUNTI, mar-apr.2014, pp. 12
5 Ibidem
6 Ivi, p.14
7 Guido Petter, Lo spazio psicologico di libero movimento in psicologia contemporanea, GIUNTI, luglio-agosto 2010, p. 62
8 Ivi, p. 65
9 Ivi, p. 66
BIBLIOGRAFIA
Edward Hoffaman, Le metafore della vita in psicologia contemporanea, GIUNTI, luglio-agosto 2014.
Silke Pfersdorf, Cittadini del mondo, psicologia contemporanea, GIUNTI, mar-apr.2014.
Guido Petter, Lo spazio psicologico di libero movimento in psicologia contemporanea, GIUNTI, luglio-agosto 2010.

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