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Viaggiare e Viaggiatori

Breve Estratto

La letteratura di viaggio è un po’ la cenerentola fra i generi letterari. Qualcosa che sta a metà fra il pur stimato diario e il reportage di stampo più prettamente giornalistico. Andando ad indagare i motivi che lo hanno provocato, la moderna critica vede il viaggio soprattutto come fuga, escapismo, liberazione, anche se temporanea, da un mondo nel quale non ci sente più a proprio agio. Il rivolgersi a mondi che si sperano diversi, più liberi, meno corrotti si configura come controprogetto esistenziale: definendo il proprio spazio e i relativi limiti di questo ci si può ricollocare nella propria esistenza. La letteratura di viaggio fiorirebbe particolarmente quando in un paese la situazione politica o sociale si fa opprimente.
Nella letteratura europea del volgere di secolo e negli anni precedenti la prima guerra mondiale ci furono molti scrittori che si misero in viaggio. Partire veniva considerato come un’opportunità per riflettere sulla propria cultura. Familiarizzare con ciò che è straniero significa ripensare al proprio mondo, prendere delle posizioni, rinforzare le certezze che quello da cui si proviene sia il migliore dei mondi, oppure metterlo profondamente in crisi. Uomini e donne, sulla scia di J. W. Goethe, intraprendevano soprattutto dal nord Europa il loro Grand Tour verso sud, passando dall’Italia come tappa obbligata. Questo viaggio era considerato un’esperienza formativa irrinunciabile nell’educazione culturale delle persone di classe sociale elevata. Ma la vera sfida nella scelta della meta di viaggio era l’Oriente, considerato come vero mondo “altro”. Lo sguardo del viaggiatore, nel confronto con un mondo così diverso, in bilico fra ammirazione e rispetto e un posizionamento in un atteggiamento di superiorità, viene a modificarsi profondamente rispetto all’appartenenza di genere. Si deve ricordare che il primo viaggio organizzato da Thomas Cook è del 1845, mentre la prima crociera intorno al mondo, sempre organizzata da Cook, è del 1870. Non era rivolta a ceti alti, ma alla piccola e media borghesia. Un viaggio intorno al mondo con Cook durava dai cinque ai sei mesi
Per quanto riguarda i reportage di viaggio scritti da uomini, si configurano delle situazioni tipo. Da quando il mondo si era fatto più piccolo la curiosità verso il mondo orientale era cresciuta, soprattutto fra gli intellettuali. In particolare nel confronto con le culture orientali si sono verificate delle reazioni che possono essere così raggruppate:

Confronto di società
Il viaggiatore, andando a descrivere le sue esperienze altrove e i momenti di confronto, avrà sempre sott’occhio le strutture sociali, la politica, le usanza religiose. Difficilmente riuscirà ad interrogarsi seriamente sull’efficacia delle politiche coloniali. La critica delle strutture economiche è spesso piatta e totalmente distaccata. Sotto questa lente le popolazioni osservate usciranno perdenti, inferiori rispetto alla cultura di provenienze dello scrittore. La personalità del viaggiatore uscirà quindi consolidata da questo confronto, si rafforzerà il primato della cultura di appartenenza

Preconcetti culturali
Il viaggiatore affronta i paese straniero con un bagaglio di informazioni su cultura e usi vari (dalla religione al mito) derivati da clichées. In particolare riguardo all’Estremo Oriente tutta una letteratura triviale si era concentrata, fra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, su cineserie e temi orientali ( da Madame Chrysanthème, di Pierre Loti del 1887 a Madama Butterfly tragedia giapponese di John Luther Long del 1898 musicata da Puccini nel 1904) e dalla tragedia giapponese omonima (1900). Si trattava quindi di la serie di pseudoconoscenze, non legate a reale approfondimento, che costituivano una base di un’ aspettativa molto dannosa: al momento dell’impatto con la realtà nel viaggiatore-scrittore si sollevano delle reazioni contrastanti: constatando l’effettiva inferiorità culturale delle popolazioni incontrate, si afferma la supposta superiorità della propria cultura. Nel caso invece di viaggiatori studiosi, che per anni magari avevano dedicato la loro vita ad approfondire la conoscenza di quelle culture, capitava che l’aspettativa fortissima di trovare confermato tutto quanto studiato, portasse a uno stato d’animo di profonda delusione, con conseguente crollo delle illusioni, al momento dell’arrivo nel paese di destinazione. Indigeni ignoranti del vero valore della propria terra; oblio di un passato più o meno glorioso. Per il viaggiatore che scrive, allora, la “vera” India è quella delle Upanishad; la “vera” Cina è quella di Confucio: il confronto con la realtà risulta sempre negativo.
Un esempio folgorante di questo atteggiamento riguarda uno dei mostri sacri della letteratura tedesca, Hermann Hesse. Questo cultore della tradizione e della cultura indiana era figlio e nipote di missionari che avevano vissuto in quel paese. Una certa aurea di misticismo e tradizioni le aveva succhiate con il latte materno. Nel 1911 Hermann Hesse si imbarcò per un viaggio in Oriente, che prevedeva una lunga sosta in India. Non raggiunse mai il paese, perché si ammalò gravemente e dovette a malincuore fare ritorno a casa. Quello che vide, comunque, lo deluse profondamente; un suo libro di appunti, Aus Indien (Dall’India) uscito nel 1913 per i tipi di Fischer fu pubblicato solo su pressioni dell’editore.

Una possibilità: la conquista di una donna
Per appropriarsi di una cultura diversa dalla propria, e vincere così il senso di estraneità che fa vacillare le certezze, un mezzo molto diffuso per il viaggiatore uomo è la conquista di una donna del luogo. Tramite il coinvolgimento con una donna si riesce a ritagliare per sé una parte di quel mondo dal quale, altrimenti, si potrebbe restare irrimediabilmente estranei. Del resto la donna esotica (e quanto è diffuso ancora oggi questo atteggiamento nel nostro mondo occidentale!) è vista come remissiva terra di conquista: è come se due poli diversi si scontrassero. Da una parte i valori di spirito-razionalità-cultura, caratterizzanti il maschio occidentale; dall’altra parte invece irrazionalità-sensualità-istinto, caratterizzanti la donna, così vicina al mondo della natura.

Viaggio e viaggiatrici
Nel corso dei secoli il viaggio e la letteratura di viaggio sono stati appannaggio prevalente degli uomini: la donna, inquadrata nel ruolo di moglie e madre non poteva permettersi di abbandonare l’ambiente familiare per esporsi a pericolose contaminazioni con altri modi di vivere. Ma se il viaggio è una metafora della vita è innegabile che il confronto e il ripensamento che scaturiscono dal venire in contatto con ciò che è diverso sia un utile mezzo per sviluppare la personalità del viaggiatore. Proprio per questo donne viaggiatrici ci sono state e hanno lasciato traccia delle loro esperienze, grazie a scambi epistolari, a diari personali mai pubblicati o pubblicati postumi. Nell’opinione comune queste donne venivano considerate personaggi bizzarri e sostanzialmente trasgressivi. Per la donna che vive in Europa nei secoli dal 18° al 20° viaggiare significa esporsi ad una rottura netta e alla ricerca di un altro possibile modo di essere. Del resto la massificazione del viaggiare diventa per le donne un’opportunità imperdibile. La loro posizione trasgressiva e di rottura degli schemi rendeva l’ottica di viaggio femminile particolarmente vantaggiosa: il punto di partenza, a livello mentale non era quello di superiorità, quanto piuttosto di scoperta. Il tutto improntato ad una curiosità costruttiva, indagatrice. Ne deriva apertura verso tutto ciò che è estraneo, diverso. Il punto di vista non è cristallizzato su alcuni standard, ma cambia continuamente. Il senso di appartenenza è molteplice, l’accesso al reale non è ideologico. Lo sguardo è profondo, indagatore, particolarmente attento e focalizzato sulle persone, sui modi di vivere, sui rapporti familiari e sociali, oltre che sul loro modo di rapportarsi con la viaggiatrice.
Il tentativo spesso riuscito nelle descrizioni di viaggio di numerose donne è quello di indagare popoli e tradizioni penetrandole dall’interno. In questo, un punto di vista diametralmente opposto da quello maschile.
Lady Montagu
L’inglese Lady Mary Worthley Montagu viaggiò in Oriente dal 1716 al 1718. Adottò il velo delle donne musulmane, trovandolo utile per mantenere l’incognito, ma soprattutto scoprendo la grande libertà che concedeva al corpo. Lady Montagu che apprezzò gli spazi di libertà anche fisica che le donne si concedevano frequentando un’istituzione come il bagno turco, si trovò particolarmente in imbarazzo quando, all’interno di uno di questi, spogliandosi mise in evidenza il busto che la stringeva. Un corpo costretto, quello della donna occidentale; un corpo nascosto, quello delle orientali.
Vita Sackville West
Vita Sackville West si reca a Teheran nel 1926, per raggiungere il marito, console di Persia. Si accinge a scrivere un diario di viaggio, che però non sia una mera descrizione di luoghi e situazioni. Passenger to Teheran è filtrato completamente dalla sensibilità della viaggiatrice; ogni cosa vista nella realtà offre spunto per una divagazione. Il viaggio in Persia è un’avventura della mente, un modo per ricercare la propria identità.
Alexandra David Néel
La parigina David Néel, nata nel 1868, cantante, studiosa di sanscrito, esoterismo, occultismo, si reca a Ceylon, in India, in Indovina, in Tunisia, In Tibet. Nel suo Viaggio di una parigina a Lhasa descrive il suo viaggio fra la Cina e Lhasa, travestita da pellegrina mendicante. Parla tibetano, vive e si nutre come una di loro, marcia per otto mesi in condizioni, anche metereologiche abbastanza estreme, ed è la prima donna europea a penetrare nella città sacra del Dalai Lama: non con uno spirito conquistatore ma spinta solo dal desiderio di conoscere.
Ida Hahn Hahn
La nobildonna tedesca Ida Hahn-Hahn, che con la sua lunga vita attraversò quasi tutto il 19° secolo, ebbe una vita privata costellata da eventi tragici. Cominciò a viaggiare intorno al 1830 e per quasi vent’anni girò per l’Europa, raggiungendo anche l’Oriente. Nelle sue lettere dall’Oriente, in particolare in una redatta a Damasco, nel 1843, scrisse: “Per la prima volta nella mia vita ho una casa mia, ed è la casa di un beduino: una tenda”, non senza avere deposto gli abiti occidentali da nobildonna ormai matura, a favore di un abbigliamento più maschile, pratico e consono agli strapazzi del viaggio.
Ilse Langner
La scrittrice tedesca acquisisce notorietà nel periodo della Repubblica di Weimar; oscurata dal regime nazionalsocialista parte per il Giappone nel 1933. Viaggia anche in Cina, poi nuovamente in Giappone nel 1963, poi in India, Nepal, Cambogia, e, ormai anziana, visita Africa, isole del Mediterraneo e Stati Uniti d’America. Ha scritto moltissimi reportage di viaggio, articoli, romanzi e diari. In tutte queste opere, diversissime fra loro, emerge l’attenzione smisurata verso i popoli e i paesi visitati, visti all’inizio come Schreib-Ort (luogo dello scrivere), ma poi vissuti come espressioni dell’umanità, dove è anche possibile ritrovare valori e miti propri della cultura tedesca e europea in generale. Un occhio di riguardo nelle descrizioni è sempre dedicato alle donne, alle loro attività manuali e intellettuali.

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