La diagnosi
La crisi dell’università nella cosiddetta società della conoscenza viene ricondotta a una causa precisa: l’insensibilità dell’accademia a cambiamenti il cui fulcro sta in una modifica profonda della struttura organizzativa e trans-disciplinare dei saperi.
Il circolo vizioso della specializzazione
Il mantenimento di una formazione specialistica rigida produce, secondo l’autore, un effetto collaterale: la ricerca diventa troppo spesso fine a sé stessa, anziché contribuire allo sviluppo di una conoscenza condivisa.
Ne deriva l’affermazione centrale: più cresce la formazione professionale disciplinare, più cresce l’incomprensione del cambiamento cognitivo in atto, un cambiamento che richiederebbe invece la capacità di contestualizzare e di sviluppare un pensiero critico e creativo.
Il punto merita una precisazione. La specializzazione non è di per sé un difetto: è la condizione della competenza. Il rilievo dell’autore riguarda semmai l’assenza di luoghi in cui le competenze specialistiche si incontrino, cioè un problema di architettura istituzionale più che di profondità disciplinare.
Cosa è cambiato nell’economia
La riflessione poggia su una lettura del passaggio dalla società industriale a quella della conoscenza.
Lo sviluppo sociale ed economico, sostiene l’autore, non ha più la propria funzione primaria nella produzione materiale: il sistema economico ha spostato la circolazione del denaro sui beni intangibili. Tra questi viene indicato come particolarmente rilevante l’entertainment, cioè tutto ciò che rientra nello spettacolo.
La nuova divisione del lavoro
Nella società industriale la distinzione tra lavoro manuale e intellettuale corrispondeva a professionalità gerarchicamente separate.
Quella separazione, osserva il testo, è stata superata: si è sviluppata una nuova divisione del lavoro, favorita da un sistema di comunicazione interattivo delle conoscenze.
È l’osservazione più solida del pezzo, e ha una conseguenza organizzativa immediata: un modello formativo costruito per alimentare gerarchie professionali stabili funziona male quando quelle gerarchie si ricompongono di continuo.
L’accusa all’accademia
Qui il testo assume il tono più duro: l’università avrebbe agito come un sistema chiuso per mantenere privilegi di categoria, evitando così di doversi confrontare con il mutamento sociale ed economico.
Va detto che si tratta di un’attribuzione di intenzioni difficile da verificare. La chiusura di un’istituzione complessa può derivare da inerzia strutturale, da vincoli normativi e di finanziamento, da meccanismi di valutazione che premiano la produzione disciplinare: spiegazioni che non richiedono di postulare una difesa deliberata di privilegi. Il fenomeno descritto resta reale anche senza attribuirvi un movente.
La bio-economia della conoscenza
Il testo individua un secondo processo in corso, parallelo al declino della società industriale «di indole cognitiva meccanica».
Si tratterebbe di un nuovo processo produttivo fondato sulla ricerca e sull’innovazione nelle scienze e tecnologie della vita, sintetizzato dalla strategia europea denominata Knowledge Based Bio-Economy (KBBE), in cui la ricerca scientifica e tecnologica diventa l’elemento centrale del cambiamento.
Le due proposte
Dalla diagnosi discendono due indicazioni operative.
Ristrutturare la formazione
La prima riguarda le lauree specialistiche, ancora basate su suddivisioni disciplinari tradizionali e standardizzate.
Le nuove strategie formative dovrebbero invece consentire la costruzione di competenze innovative, dotate di elevata capacità di disseminazione del rinnovamento trans-disciplinare dei contenuti della ricerca.
Orientare la ricerca alla green economy
La seconda proposta è che la ricerca universitaria venga finalizzata a potenziare la strategia della green economy, per superare definitivamente il modello di sviluppo meccanico ereditato dall’era industriale.
L’argomento a sostegno è interessante: il cambiamento della produzione non potrà essere soltanto tecnologico. Dovrà essere anche il frutto di una risposta ecologica capace di superare le concezioni meccaniche ereditate dall’epoca fondata sull’energia derivata dal petrolio.
Riattivandosi su questo profilo, conclude l’autore, l’università potrà rinnovare il proprio ruolo di fonte del rinnovamento cognitivo.
Domande frequenti
Qual è la tesi centrale del testo?
Che la crisi dell’università derivi dalla sua chiusura rispetto a un cambiamento strutturale e trans-disciplinare del sapere, e che il mantenimento di una specializzazione rigida renda la ricerca fine a sé stessa.
Perché la specializzazione viene criticata?
Non in quanto tale: il problema indicato è l’assenza di luoghi in cui le competenze specialistiche si incontrino. È una questione di architettura istituzionale più che di profondità disciplinare.
Cos’è la Knowledge Based Bio-Economy?
Una strategia europea che individua nelle scienze e tecnologie della vita il fulcro di un nuovo processo produttivo, in cui la ricerca scientifica e tecnologica diventa l’elemento centrale del cambiamento economico.
Cosa propone l’autore?
Due cose: ristrutturare le lauree specialistiche per formare competenze trans-disciplinari con alta capacità di disseminazione, e orientare la ricerca universitaria alla green economy, intesa non solo come cambiamento tecnologico ma come mutamento di concezioni.