La sinestesia: quando i sensi si mescolano
Nel XIX secolo si scoprì un fenomeno singolare: alcune persone, del tutto normali, quando sentivano una nota musicale visualizzavano un colore preciso. In altre forme, i numeri, i giorni della settimana o i mesi evocano colori, il lunedì rosso, dicembre giallo. Questo fenomeno prese il nome di sinestesia, cioè “percezione simultanea”, e in forme diverse sembra molto diffuso tra gli esseri umani.
Dal punto di vista neuroscientifico, la sinestesia è una base preziosa per capire tre cose fondamentali: cos’è la metafora, come si è evoluto il linguaggio nel cervello e come è emerso il pensiero astratto in cui l’uomo eccelle.
Metafora e cervello
La metafora è una figura retorica che sostituisce una parola con un’altra sulla base di un’analogia. Ma il linguaggio quotidiano è pieno di metafore sensoriali e sinestetiche: quando diciamo “formaggio piccante”, per esempio, “piccante” significa pungente, anche se materialmente il formaggio è morbido.
Il tipo più comune di sinestesia è quella numero-colore. Le due aree cerebrali coinvolte sono vicine nello stesso lobo temporale: questo suggerisce che nei sinesteti avvenga un’attivazione incrociata tra regioni cerebrali contigue, forse dovuta a una variazione genetica o a uno squilibrio chimico. L’idea affascinante è che questo stesso meccanismo di “collegamento” tra aree diverse possa essere alla radice della nostra straordinaria capacità di astrazione.
L’esperimento “kiki” e “buba”
Il neuroscienziato Ramachandran ha dimostrato che esiste un’innata associabilità tra nomi e forme. In un celebre esperimento, mostrando una forma spigolosa e una morbida e chiedendo quale si chiamasse “kiki” e quale “buba”, la stragrande maggioranza delle persone associa il suono aspro “kiki” alla forma appuntita, e il suono dolce “buba” a quella tondeggiante.
Dal punto di vista logico, quei nomi non hanno nulla in comune con le forme. Eppure il cervello estrae una caratteristica (la “spigolosità” o la “morbidezza”) e la associa sia alla forma sia al suono, grazie alla sua capacità di astrazione. L’esperimento prova che esiste una traduzione mentale non arbitraria dell’aspetto di un oggetto in una rappresentazione acustica. In altre parole, prima ancora delle parole, il cervello “traduceva” già le forme in suoni.
Le tre “attivazioni” all’origine del linguaggio
Secondo Ramachandran, tre meccanismi cerebrali di attivazione incrociata avrebbero innescato lo sviluppo del protolinguaggio:
- l’astrazione sinestetica: la traduzione dell’aspetto visivo in suono, come mostrato dall’esperimento kiki-buba;
- l’attivazione incrociata tra l’area visiva e quella che controlla i muscoli della vocalizzazione: da qui la tendenza a mappare certe forme in certi suoni (pensiamo a “piccino piccino” per indicare qualcosa di minuscolo, o “enorme” per il grande);
- la sincinesia, l’attivazione incrociata tra l’area cerebrale della mano e quella della bocca (vicine nella mappa motoria del cervello): utile ai nostri antenati per la comunicazione non verbale, per esempio durante la caccia, con gesti “orali” che indicavano piccolo o enorme.
Queste tre attivazioni, agendo in sinergia, avrebbero portato all’emergere di un linguaggio primitivo. E l’evoluzione della sintassi avrebbe seguito la stessa forma di pensiero astratto necessaria a manipolare gli oggetti: come fabbricare i primi utensili da un pezzo di selce.
Il ruolo dei neuroni specchio
A completare il quadro ci sono i neuroni specchio, cellule nervose che si attivano non solo quando muoviamo una mano o le labbra, ma anche quando osserviamo qualcun altro farlo. È probabile che abbiano avuto un ruolo decisivo, permettendo (attraverso l’osservazione e l’imitazione) l’assimilazione e la diffusione di un vocabolario comune. Imitare le vocalizzazioni viste e associarle ai suoni uditi sarebbe stato il motore della trasmissione del linguaggio.
Il ponte con Chomsky
Questa tesi sulla genesi del linguaggio si integra in modo affascinante con la teoria di Noam Chomsky. Per Chomsky, la competenza linguistica è un sistema astratto di regole: la grammatica generativa: che permette di produrre un numero potenzialmente infinito di frasi. E ogni lingua umana, oltre agli elementi specifici, condivide elementi universali: quella che Chomsky chiama grammatica universale, la struttura di base comune a ogni linguaggio.
Il contributo delle neuroscienze è proprio questo: spiegare come il cervello umano abbia raggiunto una simile complessità e organizzazione innata, senza analogie significative nel mondo animale. L’evoluzione cerebrale descritta da Ramachandran avrebbe portato alla costituzione di quella proprietà innata che Chomsky ipotizzava. Se così fosse, la sua teoria sulla grammatica universale troverebbe una conferma e un contributo interpretativo dalla biologia del cervello. È un esempio splendido di come discipline diverse (neuroscienze e linguistica) possano illuminarsi a vicenda, avvicinandoci a comprendere ciò che ci rende, forse più di ogni altra cosa, umani: il linguaggio.
Domande frequenti
Cos’è la sinestesia?
È un fenomeno di “percezione simultanea” per cui uno stimolo in un canale sensoriale ne evoca un altro: per esempio sentire una nota musicale e visualizzare un colore, o associare numeri e giorni della settimana a colori precisi. In forme diverse è piuttosto diffusa tra gli esseri umani.
Cosa dimostra l’esperimento “kiki-buba”?
Che esiste un’innata associabilità tra suoni e forme: quasi tutti associano il suono aspro “kiki” a una forma spigolosa e il suono dolce “buba” a una tondeggiante. Prova che il cervello traduce in modo non arbitrario l’aspetto degli oggetti in rappresentazioni acustiche, grazie alla capacità di astrazione.
Come si collega tutto questo al linguaggio?
Secondo Ramachandran, tre meccanismi di attivazione incrociata nel cervello (astrazione sinestetica, mappatura forma-suono e sincinesia mano-bocca), insieme ai neuroni specchio, avrebbero innescato lo sviluppo di un linguaggio primitivo attraverso l’osservazione e l’imitazione.
Che rapporto c’è con la teoria di Chomsky?
Chomsky ipotizzava una “grammatica universale” innata, struttura di base comune a ogni lingua. Le neuroscienze offrono una possibile spiegazione di come il cervello abbia sviluppato questa proprietà innata, fornendo alla teoria di Chomsky una conferma e un contributo interpretativo dalla biologia.
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