Storia, Teorie e Personaggi

Umorismo e Traduzione

Una definizione difficile Da Platone ad Aristotele, da Cicerone a Freud e Bergson, filosofi, scrittori, linguisti hanno cercato di definire, non senza difficoltà, il concetto di umorismo, tracciandone le caratteristiche principali e suggerendo molteplici teorie. Per questa definizione, una prima difficoltà si ha già a livello lessicale: il campo semantico relativo all’umorismo è ampio, complesso […]

Psicolab — Umorismo e Traduzione

Una definizione difficile
Da Platone ad Aristotele, da Cicerone a Freud e Bergson, filosofi, scrittori, linguisti hanno cercato di definire, non senza difficoltà, il concetto di umorismo, tracciandone le caratteristiche principali e suggerendo molteplici teorie. Per questa definizione, una prima difficoltà si ha già a livello lessicale: il campo semantico relativo all’umorismo è ampio, complesso da limitare e costellato di termini tra loro affini tali il comico, la satira, l’ironia, la facezia, il sarcasmo etc. Sebbene queste parole esprimano nozioni diverse, sono spesso confuse e usate per definire il concetto d’umorismo. In campo psicologico si tende a distinguere tra umorismo scatologico, aggressivo o sessuale secondo l’argomento trattato; in campo letterario s’individuano vari generi, come la farsa, la barzelletta, l’aneddoto. Sono però in molti a sostenere l’impossibilità di una suddivisione teoretica tra vari sottocampi; Olbrechts-Tyteca (1977) rifiuta ogni distinzione tra humorous e ridiculous ed Eco afferma che “the category of comic does not seem to have a possibility of theoretical differentiation from that of humour. Secondo un noto studioso del campo, Salvatore Attardo, si nota che “If one puts aside the internal subdivisions of humour and accepts a broad reading of the concept, it follows that humour (or the comic, etc.) is whatever a social group defines as such”. Anche Ruch afferma che non esiste una terminologia condivisa negli studi sull’umorismo. Secondo la corrente di ricerca anglo-americana, il termine humour viene inteso “as the umbrella-term for all phenomena of this field. Thus, humor re¬placed the comic and is treated as a neutral term; i.e., not restricted to positive oc¬casions for laughter” (Ruch, 1996). Se invece si considera il comico come una categoria dell’estetica, allora l’humour diventa una componente del comico come lo sono la satira, l’ironia, il sarcasmo etc. e denoterebbe “a smiling attitude toward life and its imperfections: an understand¬ing of the incongruities of existence”.
Certo è che se un approccio sorridente alla vita o una risata sono la manifestazione dell’avvertimento dei contrasti della realtà, non si può negare che tali contrasti, ovvero gli stimoli del riso, cambino da cultura a cultura. L’umorismo non può, dunque, che essere inteso in una prospettiva storica. “The concept of what people find funny appears to be surrounded by linguistic, geographical, diachronic, sociocultural and personal boundaries” (Delia Chiaro).
Il comico si definisce una categoria contingente perché è legato alle strutture pragmatiche e socioculturali della comunità di cui è espressione, vive entro precisi confini spazio-temporali ed è intimamente connesso alla lingua in cui si realizza. Ciò lo sanno bene i traduttori per i quali è arduo mantenere l’effetto comico della lingua di partenza (Source Language – SL) nella lingua d’arrivo (Target Language – TL) quando tale effetto, ad esempio, si basa su giochi di parole. Nelle parole si racchiudono interi universi culturali difficilmente traducibili e anche se una traduzione è ben fatta, l’effetto comico può risultare http:\\/\\/psicolab.neto perché la cultura d’arrivo potrebbe mancare dei riferimenti necessari a capire la battuta o semplicemente prediligere altri stimoli umoristici.
Esistono personaggi comici capaci di superare i confini inter-culturali (un esempio recente è Mr. Bean). Questi esemplificano l’idea platonica secondo cui si ride del “ridicolo” o della “rigidità meccanica là dove si dovrebbe trovare l’agilità attenta e la flessibilità viva di una persona” come sostiene Bergson. Tuttavia, siccome il loro umorismo non si sviluppa dalle parole, tali personaggi sono più facilmente esportabili. Vero è che esistono humour universals, temi universalmente comici come il sesso, l’avarizia, gli underdogs; ma in ogni cultura si gioca su aspetti diversi del sesso, i taccagni cambiano regione di provenienza, quindi gli stereotipi su cui si basa l’effetto comico non sono più riconosciuti se si traspongono da un milieu culturale all’altro (Chiaro, 2000). Banfi afferma:
Ciò che fa ridere a Londra o ad Atene non necessariamente ha lo stesso esito a Parigi o Milano; ciò che faceva ridere i nostri nonni a noi pare talvolta francamente peregrino: le coordinate socio-culturali entro cui si manifesta il comico, prima ancora della sua concreta realizzazione linguistica, ne segnano la tendenziale peculiarità «localistica» e «temporale». (1995)
Molti sono stati tentati dal definire l’umoristico come ciò che provoca riso e lo stesso Bergson considera il comico e il riso due concetti equivalenti, dato che il suo libro s’intitola Il riso. Saggio sul significato del comico (1900). Attardo sostiene che il riso descrive un effetto senza specificarne le cause; mentre Olbrechts-Tyteca (1977) suggerisce cinque motivi per cui non si può usare il riso come criterio per definire l’umorismo. L’autrice sostiene che esiste una risata fisiologica scaturita dall’uso d’allucinogeni, dunque diversa da quella che si origina dal comico; che il riso nella cultura occidentale ha un significato diverso rispetto alle culture africane od orientali; che la risata non è necessariamente proporzionata all’intensità dello stimolo comico; che non c’è accordo nel definire il sorriso una forma attenuata del riso; che il sorriso e la risata non sempre si osservano direttamente perché possono essere simulati e debbono essere interpretati in base al valore che è loro attribuito socialmente. Per far sì che il comico non diventi una questione di giudizio soggettivo, linguisti come Raskin si appellano a giudizi intersoggettivi, presupponendo l’esistenza di una competenza umoristica condivisa all’interno di uno stesso gruppo di parlanti. A livello pragmatico, una situazione, un testo sarebbero pertanto umoristici quando il loro effetto perlocutivo è la risata. E’ questo un approccio linguistico che ipotizza che ogni parlante abbia una competence umoristica per giudicare un testo comico, ma non se ne considera la performance a livello di ricezione e produzione. Sulla nozione di competence e sulla tesi, adottata per semplicità e convenienza, che tutti i parlanti sono dotati dello stesso sense of humour si sviluppano la Semantic Script Theory of Humour (SSTH), basata sulla codifica di script opposti, e la General Theory of Verbal Humour (GTVH), evoluzione della SSTH. Le due teorie sopraccitate studiano il fenomeno comico sul piano linguistico analizzando la struttura del testo e ipotizzando un lettore ideale (Attardo) mentre le teorie umoristiche d’impronta psico-sociologica osservano sì il medesimo fenomeno, ma al fine di studiare il sense of humour come caratteristica variabile della personalità di ciascuno. Le tre principali teorie con quest’obiettivo sono la teoria psicoanalitica, quella dell’incongruenza e quella della superiorità. Ciò che differenzia l’approccio linguistico da quello psico-sociologico, è dunque l’oggetto dello studio: nel primo caso si tratta dell’effetto comico creato attraverso il testo, mentre nel secondo si parte dall’effetto per poi studiare come la ricezione e la produzione di questo vari da persona a persona.
Humour (in un contesto americano humor) e sense of humour sono due concetti spesso erroneamente considerati equivalenti dunque confusi l’uno con l’altro: si è infatti visto come in realtà individuano nozioni ben diverse. L’Oxford English Dictionary definisce humour come “the quality of action, speech, or writing which excites amusement” mentre il sense of humour secondo Raskin è “the ability to perceive, interpret, and enjoy humour”. Tale capacità rappresenta un tratto della personalità psicologica che varia da persona a persona.
Al fine di evitare successivi equivoci, si è ritenuto importante chiarire due concetti spesso abusati e confusi in questa parte introduttiva.
Per tutte le ragioni sopraelencate, dalla mancanza d’unità lessicale alla variazione da popolo a popolo, pare difficile definire il concetto d’umorismo, ma non si può negare che sia qualcosa il cui scopo è divertire. Questa descrizione, mutuata dalla linguistica, è forse tra le più semplici ma anche tra le più convincenti.
Contributi importanti
All’inizio si sono citati nomi di filosofi e scrittori che hanno trattato il tema dell’umorismo nel corso dei secoli. Sembra opportuno approfondirne alcune ipotesi perché illuminanti, sia per l’interpretazione d’alcuni aspetti della comicità di Benigni, sia per osservazioni linguistiche che avranno importanti riflessi su molte teorie umoristiche e traduttive. Platone nel Filebo afferma che “ridendo dei casi ridicoli degli amici, noi uniamo piacere a dolore” (Filebo, XXIV). Esempio, questo è il tipo di sensazione che il pubblico di Benigni deve provare di fronte alle sue critiche del malcostume della politica e della società italiana. Osservazioni intelligenti e divertenti hanno un valore conoscitivo perché illustrano il ridicolo dell’italianità e l’emergere di quest’aspetto non può che provocare dolore; riconoscere il ridicolo degli amici significa riconoscere anche il proprio. Il primo ad affermare il valore conoscitivo del riso fu Aristotele: proprio perché il riso presenta la realtà al rovescio, ci obbliga a guardarla meglio e a considerarne anche i lati negativi, altrimenti non conoscibili. Il comico e i comici hanno dunque una funzione euristica, volta a scoprire nuove verità o almeno a mostrare quelle già conosciute da prospettive diverse. Sebbene la sua ipotesi della meccanicità fissata sul vivente sia considerata superata, Bergson sostiene che il comico si rivolge all’intelligenza pura e ad un’empatia di menti pronte ad accoglierlo:
Il comico esige dunque, per produrre tutto il suo effetto, qualcosa come un’anestesia del cuore. Esso si rivolge all’intelligenza pura. Però quest’intelligenza deve restare sempre in contatto con altre intelligenze. […] Non gusteremmo il comico se ci sentissimo isolati. Sembra che il riso abbia bisogno di un’eco. (1900: 40)
Le battute di Benigni hanno successo perché c’è una rete di intelligenze pronte a recepirle, a confortarsi e a condividere l’inquietudine provocata dall’avvertimento di una realtà diversa. Il filosofo francese propone inoltre un concetto caro ai latini, e caratteristico anche del comico toscano Benigni: castigat ridendo mores. Il riso dunque considerato come un elemento di castigo sociale:
Ma un difetto ridicolo, non appena si sente ridicolo, cerca di modificarsi, almeno esteriormente. Se Arpagone ci vedesse ridere della sua avarizia […] ce la mostrerebbe diversamente. Diciamolo fin d’ora, è soprattutto in questo senso che il riso castiga i costumi. (op. cit.: 46)
Dal punto di vista linguistico, Cicerone è l’autore dalle intuizioni più interessanti. Cicerone introduce, infatti, la distinzione tra verbal e referential humour. Esistono facetiae de dicto e facetiae de re: le prime si basano sulla rappresentazione fonologica/fonetica dell’elemento umoristico, mentre le seconde sul contenuto semantico del testo (Attardo, 1994). Le facetiae de dicto sono i giochi di parole puri nei quali si perde l’effetto comico se cambiamo le parole. Le facetiae de re sono invece quelle battute in cui l’elemento comico è l’argomento, l’oggetto di cui si discorre: se si alterano le parole, l’effetto comico permane. Si tratta di una tassonomia che influenzerà gli approcci traduttivi nel campo umoristico, dato che il referential humour è generalmente considerato traducibile al contrario del verbal humour a meno che non si ricorra ad una traduzione funzionale in cui si deforma il testo di partenza (Source Text-ST) pur di mantenere l’effetto comico nel testo d’arrivo (Target Text-TT).
Le teorie dell’umorismo e le differenze individuali
Si sono precedentemente menzionate tre teorie dell’umorismo di stampo psico-sociologico che mirano a studiare il sense of humour come tratto variabile della personalità. Di seguito, si riassumono le principali caratteristiche di ciascuna.
La teoria psicanalitica
E’ Sigmund Freud il fondatore di questa teoria. Attraverso battute, comicità e umorismo (questa suddivisione è di Freud) si risparmia energia psichica che, inutilizzata per i normali scopi, viene rilasciata sotto forma di risata. Se la comicità implica una sorta di regressione comportamentale a livello infantile, l’umorismo emerge invece in situazioni di difficoltà e disagio; la percezione d’elementi divertenti proprio in situazioni difficili suggerisce un’interpretazione diversa della realtà che permette di evitare sentimenti negativi. L’umorismo, nell’accezione freudiana, è dunque un meccanismo di difesa per affrontare circostanze complesse. Sul piano delle differenze individuali, in base a questa teoria, alcuni studiosi hanno ipotizzato che soggetti che ridono per battute aggressive, reprimono la loro aggressività, così come coloro che trovano divertenti battute a sfondo sessuale, reprimono la loro sessualità, ad esempio tendenze omosessuali. Martin (1998) afferma al contrario che i risultati di ricercatori che hanno analizzato i tratti individuali secondo l’ipotesi freudiana dimostrano che si ride per l’umorismo relativo ad impulsi apertamente manifestati, piuttosto che per quelli repressi.
La teoria dell’incongruità
Furono Kant e Shopenhauer i primi filosofi a proporre questa teoria definita cognitiva poiché si fonda sulla discrepanza tra due idee. Secondo questa teoria, ciò che originariamente è interpretato in un senso, improvvisamente viene percepito da un punto di vista diverso; l’aspettativa iniziale svanisce e diventa un’esperienza piacevole accompagnata da una risata (Attardo).
A livello delle differenze individuali, gli approcci concernenti la produzione o la comprensione umoristica associano il sense of humour alla creatività e all’intelligenza. Quelli invece riguardanti l’appreciation si basano sulla struttura dello stimolo umoristico. Dagli studi di Ruch (1998) si deduce, per esempio, che l’incongruity-resolution humour è più apprezzato da persone dall’atteggiamento conservatore e dai valori convenzionali; il nonsense humour piace maggiormente a coloro aperti a nuove idee, esperienze etc. e dai valori meno convenzionali.
La teoria della superiorità
Si tratta di una delle più antiche teorie sull’umorismo, risalente a Platone e Aristotele. Secondo questa teoria, il divertimento di una battuta è provocato dal senso di superiorità che un individuo prova per la degradazione di un altro individuo o dei suoi atteggiamenti. Sebbene i fautori di questa teoria non abbiano valutato le differenze individuali a livello di sense of humour , si deduce che si tende a ridere per quelle battute che mettono in ridicolo persone che non si stimano, con cui non ci si riconosce, mentre si è offesi da battute riguardanti coloro di cui si condividono valori, idee, provenienza culturale o sociale. E’ questo dunque un approccio che si concentra sul contenuto dell’umorismo, piuttosto che sulla sua struttura, e sulle differenze a livello d’apprezzamento tra gruppi diversi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *