Il suono e il corpo: cosa sappiamo
Che la musica produca effetti sul corpo, e non solo sull’umore, è un dato riconosciuto. L’esperienza sonora coinvolge reazioni percettive, cognitive, emotive e intellettuali. Caratteristiche come l’altezza, l’intensità, la durata e il timbro di un suono possono innescare risposte fisiologiche che coinvolgono il sistema limbico e il sistema nervoso autonomo. Ascoltare musica può modificare, entro certi limiti, il ritmo respiratorio e cardiaco, e si associa al rilascio di neurotrasmettitori come dopamina e serotonina, oltre che a un senso di benessere.
Studi di neuroscienze, condotti con tecniche di neuroimaging, hanno mostrato quali aree cerebrali si attivano quando produciamo o ascoltiamo musica. Questi risultati confermano che la musica è uno stimolo potente per il cervello e le emozioni. È su questa base solida che la musicoterapia trova le sue applicazioni riconosciute, soprattutto come intervento di supporto.
La musicoterapia: applicazioni riconosciute
La musicoterapia è una disciplina che utilizza il suono e la musica all’interno di una relazione tra terapeuta e paziente. Un concetto centrale, sviluppato da studiosi come Rolando Benenzon, è quello di “ISO”, l’identità sonora di ciascuna persona, e l’uso del canale non verbale per raggiungere chi ha difficoltà di comunicazione. Pionieri come Juliette Alvin e i musicoterapeuti Nordoff e Robbins hanno mostrato come bambini e adulti con disabilità psico-fisiche possano rispondere positivamente allo stimolo sonoro, dal punto di vista emotivo, cognitivo e relazionale.
Le applicazioni per cui esistono evidenze più consistenti riguardano il benessere emotivo, il rilassamento, la gestione dell’ansia e dello stress, il supporto nella riabilitazione e il miglioramento della comunicazione e della relazione in persone con disabilità o disturbi dello spettro autistico. In questi ambiti la musicoterapia è considerata un valido intervento complementare, cioè di accompagnamento e supporto, non sostitutivo delle cure mediche.
La terapia vibroacustica: origini e principio
La terapia vibroacustica nasce da un’idea sviluppata alla fine degli anni Sessanta dall’incontro tra Olav Skille e Juliette Alvin, che proposero di descrivere gli effetti della musica secondo parametri quantitativi. Ne derivarono tre principi generali: le basse frequenze tenderebbero a favorire il rilassamento; il ritmo potrebbe stimolare il tono muscolare; la musica ad alto volume potrebbe invece indurre agitazione e perdita di autocontrollo.
Sul piano pratico, la tecnica utilizza dispositivi, come lettini o poltrone dotati di altoparlanti, che trasmettono al corpo vibrazioni sonore a bassa frequenza. Poiché il corpo umano è composto in gran parte di acqua, buon conduttore delle vibrazioni, il suono si propaga nei tessuti. Le prime sperimentazioni, condotte nei Paesi scandinavi soprattutto con bambini con disabilità multiple, si concentrarono sulla riduzione delle contrazioni muscolari dolorose e della spasticità.
Attenzione alle affermazioni eccessive
È a questo punto che occorre la massima cautela. Attorno alla terapia vibroacustica sono circolate affermazioni molto ampie: la capacità di “lavare” il cervello dalle scorie metaboliche, o di curare patologie serie come asma, fibrosi cistica, paralisi cerebrale, malattie circolatorie e polmonari, enfisema. Queste affermazioni non sono supportate da solide prove scientifiche e vanno considerate con grande scetticismo.
Alcune delle spiegazioni fisiologiche proposte a sostegno di questi effetti, per esempio l’idea che il suono acceleri il flusso del liquido cerebrospinale “pulendo” le cellule, sono modelli speculativi non confermati dalla ricerca medica. Il fatto che una vibrazione possa indurre un temporaneo rilassamento muscolare o una sensazione di benessere non autorizza a concludere che possa curare malattie complesse. Presentare la terapia vibroacustica come cura per patologie gravi è, allo stato attuale delle conoscenze, fuorviante e potenzialmente pericoloso, se induce qualcuno a rinunciare a trattamenti medici efficaci.
Come orientarsi
La regola è distinguere tra ciò che è documentato e ciò che è promesso. È ragionevole considerare musicoterapia e stimolazione sonora come strumenti di benessere e supporto: possono favorire il rilassamento, ridurre la percezione dello stress, migliorare l’umore e sostenere percorsi riabilitativi. Non è ragionevole, invece, attribuire loro il potere di guarire malattie fisiche gravi. Di fronte a un problema di salute, il riferimento restano la diagnosi e le terapie di un medico; approcci come questi possono semmai affiancarli, mai sostituirli. In caso di patologie serie, è sempre bene parlarne con il proprio medico prima di intraprendere qualsiasi trattamento alternativo.
Domande frequenti
La musicoterapia funziona davvero?
Sì, in ambiti specifici: è un valido intervento complementare per il benessere emotivo, il rilassamento, la gestione dello stress e dell’ansia, e il supporto nella riabilitazione e nella comunicazione, in particolare con persone con disabilità o autismo. Non sostituisce però le cure mediche.
Cos’è la terapia vibroacustica?
È una tecnica che trasmette al corpo vibrazioni sonore a bassa frequenza tramite lettini o poltrone dotati di altoparlanti. Nata negli anni Sessanta-Settanta, è stata sperimentata soprattutto per il rilassamento muscolare e la riduzione della spasticità in persone con disabilità.
Può curare asma, paralisi cerebrale o malattie polmonari?
No, non ci sono solide prove scientifiche a sostegno di queste affermazioni, che vanno considerate con scetticismo. La terapia vibroacustica può indurre rilassamento e benessere, ma non è una cura per patologie gravi e non deve mai sostituire i trattamenti medici.
Come usare in modo corretto questi approcci?
Come strumenti di supporto e benessere, non come sostituti delle cure. Di fronte a un problema di salute, il riferimento resta il medico. Prima di intraprendere qualsiasi terapia alternativa, soprattutto in presenza di patologie serie, è opportuno consultare un professionista sanitario.
Lascia un commento