Psicologia Clinica e Psicopatologia

Studio Neuropsicofisiologico nel Parkinson

Il morbo di Parkinson è conosciuto soprattutto per i suoi segni motori, ma da tempo la ricerca indaga anche il suo versante cognitivo. Questo studio neuropsicofisiologico ha esaminato pazienti di prima diagnosi, non ancora in trattamento farmacologico, combinando la registrazione dei potenziali evocati evento-correlati con una batteria di test neuropsicologici, per capire se e quanto […]

Psicolab — Studio Neuropsicofisiologico nel Parkinson
Il morbo di Parkinson è conosciuto soprattutto per i suoi segni motori, ma da tempo la ricerca indaga anche il suo versante cognitivo. Questo studio neuropsicofisiologico ha esaminato pazienti di prima diagnosi, non ancora in trattamento farmacologico, combinando la registrazione dei potenziali evocati evento-correlati con una batteria di test neuropsicologici, per capire se e quanto i disturbi cognitivi siano presenti già nelle fasi precoci della malattia.

Lo studio: potenziali evocati e paradigma odd-ball

Il cuore della ricerca è la registrazione dei potenziali evocati evento-correlati, noti con la sigla ERP. Si tratta delle risposte elettriche del cervello, misurate attraverso l’elettroencefalogramma, che compaiono in relazione a uno stimolo specifico e permettono di studiare in tempo reale le tappe con cui l’informazione viene elaborata.

Per suscitare queste risposte è stato utilizzato il classico paradigma uditivo “odd-ball”: alla persona vengono presentati stimoli frequenti e, di tanto in tanto, uno stimolo raro, detto target, che deve essere individuato e conteggiato. Nel protocollo sono stati impiegati sia stimoli tonali sia stimoli verbali, in modo da confrontare l’elaborazione di suoni semplici e di parole. Il conteggio dello stimolo raro impegna attenzione, memoria di lavoro e processi decisionali, proprio le funzioni che si intendeva valutare.

I pazienti: Parkinson de novo, senza farmaci

Il gruppo sperimentale era composto da pazienti de novo, cioè di prima diagnosi di morbo di Parkinson, a cui si aggiungeva un singolo caso di parkinsonismo, un’atrofia multisistemica (MSA). I pazienti si trovavano in uno stadio iniziale della malattia, con una sintomatologia motoria che non aveva ancora raggiunto un elevato grado di disabilità, e soprattutto non erano in trattamento farmacologico: una condizione preziosa, perché consente di osservare gli effetti della malattia senza l’interferenza dei farmaci. Il gruppo di controllo era formato da soggetti sani di confronto.

I risultati sugli ERP

In accordo con altri studi condotti su pazienti con breve durata di malattia, non sono emerse alterazioni significative della latenza, cioè dei tempi con cui compaiono le diverse componenti. Le differenze più rilevanti hanno riguardato invece l’ampiezza e l’area delle onde, parametri che riflettono l’intensità e l’estensione dell’attivazione cerebrale.

Le componenti precoci P2 e N2

Coerentemente con i correlati elettrofisiologici descritti nella cosiddetta “demenza sottocorticale”, sono state rilevate alterazioni a carico di componenti precoci come la P2 e la N2. L’ampiezza e l’area della P2, che rappresenta una manifestazione iniziale dei processi di decisione poi ripresi dalle componenti successive, sono risultate maggiori nel gruppo dei pazienti. Anche l’area della N2, considerata espressione del processo decisionale legato alla discriminazione sensoriale dello stimolo atteso, è apparsa globalmente più ampia nei pazienti. Un dato particolare: a differenza dei controlli, i pazienti generavano una N2 ancora più ampia in risposta agli stimoli rari verbali rispetto a quelli tonali.

La componente P300

La P300 è considerata l’espressione globale dei molteplici processi cerebrali implicati nel mantenimento della memoria di lavoro. Rispetto a questa componente lo studio ha evidenziato una riduzione significativa di ampiezza e area nel gruppo dei pazienti, in entrambe le modalità di stimolo, sia in risposta ai toni sia in risposta alle parole, senza differenze fra i due tipi di stimolo. Una P300 ridotta è coerente con un impegno meno efficiente delle risorse cognitive dedicate all’aggiornamento delle informazioni in memoria.

I test neuropsicologici

Per completare il quadro, agli indici elettrofisiologici è stata affiancata una valutazione neuropsicologica. Il Mini-Mental State Examination (MMSE), impiegato per una stima globale del funzionamento cognitivo, ha mostrato che il deficit non raggiungeva un’entità tale da indicare veri e propri quadri di demenza: gli autori escludono quindi che i pazienti de novo esaminati fossero dementi.

Al Wisconsin Card Sorting Test, prova che indaga la flessibilità cognitiva e le funzioni esecutive, i pazienti hanno commesso un numero significativamente maggiore di errori non perseverativi, e anche la percentuale di errori perseverativi ha raggiunto significatività statistica. Il deficit attenzionale osservato, però, non poteva essere considerato globalmente patologico. L’attenzione è apparsa compromessa soprattutto in un compito di attenzione sostenuta: al Cancellation Test il gruppo sperimentale ha riportato un numero di errori significativamente maggiore rispetto ai controlli.

Infine, la valutazione dell’umore condotta con il Beck Depression Inventory (BDI) ha confermato la presenza di sintomi depressivi di lieve o moderata entità nei pazienti, un dato in linea con la letteratura che descrive la depressione già nelle fasi iniziali del Parkinson.

Cosa suggerisce lo studio

Nel loro insieme, le anomalie degli ERP e le prestazioni deficitarie ai test neuropsicologici sembrano confermare la presenza di disturbi cognitivi già in fasi precoci della malattia, quando la disabilità motoria è ancora contenuta e non si può parlare di demenza. Il quadro che emerge è quello di alterazioni sottili ma misurabili, in particolare a carico dei processi decisionali, dell’attenzione sostenuta e della memoria di lavoro. La combinazione di indici elettrofisiologici e test comportamentali si rivela così uno strumento utile per cogliere il coinvolgimento cognitivo del Parkinson fin dalle prime fasi.

Domande frequenti

Cosa sono i potenziali evocati evento-correlati (ERP)?

Sono le risposte elettriche del cervello registrate con l’elettroencefalogramma in relazione a uno stimolo specifico. Permettono di seguire in tempo reale le tappe con cui l’informazione viene elaborata, dall’attenzione alla memoria di lavoro.

Cos’è il paradigma “odd-ball”?

È un compito in cui alla persona vengono presentati stimoli frequenti e, occasionalmente, uno stimolo raro da individuare e conteggiare. Impegna attenzione, discriminazione e processi decisionali, e in questo studio è stato usato con suoni e parole.

I pazienti dello studio erano affetti da demenza?

No. Il Mini-Mental State Examination ha mostrato che il deficit cognitivo non raggiungeva l’entità di una demenza: i pazienti de novo esaminati sono stati esplicitamente esclusi da quel quadro.

Il Parkinson coinvolge la sfera cognitiva già all’inizio?

Secondo questo studio sì, in forma lieve. Anomalie negli ERP e prestazioni deficitarie in alcuni test suggeriscono disturbi cognitivi sottili già nelle fasi precoci, insieme a sintomi depressivi lievi o moderati.

Anche quando i sintomi motori sono ancora contenuti e non c’è demenza, il Parkinson lascia tracce cognitive misurabili. Combinando potenziali evocati e test neuropsicologici, lo studio individua alterazioni precoci di decisione, attenzione sostenuta e memoria di lavoro, insieme a una depressione lieve: un profilo che invita a guardare a questa malattia ben oltre il solo versante del movimento.
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