Psicologia dello Sviluppo ed Educazione

L’Importanza di un’Alfabetizzazione Video per gli Studenti

Leggere, scrivere e far di conto non bastano più. Alla triade tradizionale dell’istruzione se ne è aggiunta una quarta: la competenza mediale, cioè la capacità di comprendere (e produrre) i linguaggi audiovisivi. E il modo più efficace per acquisirla non è guardare, ma fare. L’audiovisivo come linguaggio Dal punto di vista percettivo, un audiovisivo è […]

Psicolab — L’Importanza di un’Alfabetizzazione Video per gli Studenti
Leggere, scrivere e far di conto non bastano più. Alla triade tradizionale dell’istruzione se ne è aggiunta una quarta: la competenza mediale, cioè la capacità di comprendere (e produrre) i linguaggi audiovisivi. E il modo più efficace per acquisirla non è guardare, ma fare.

L’audiovisivo come linguaggio

Dal punto di vista percettivo, un audiovisivo è una successione di strutture visive e sonore fortemente integrate: ogni elemento sonoro si lega agli elementi visivi e compositivi. È questa integrazione a renderlo un mezzo particolarmente potente nel suscitare risposte emotive nel pubblico.

Negli ultimi decenni la sua presenza nella vita quotidiana è cresciuta enormemente: prima con cinema e televisione, poi con la rete e i media digitali. Non a caso il settore audiovisivo ha acquisito riconoscimento anche a livello istituzionale europeo, comparendo esplicitamente tra gli ambiti della creazione artistica e letteraria nei trattati dell’Unione.

Un fattore ha poi cambiato radicalmente le possibilità della scuola: la drastica diminuzione dei costi dei mezzi di produzione. L’audiovisivo può oggi diventare uno strumento di comunicazione interno alla scuola, tra scuole diverse e tra scuola e mondo esterno.

Perché serve un’alfabetizzazione video

La necessità di fornire agli studenti gli elementi di base dei linguaggi del cinema e della televisione è ormai riconosciuta da tutti. L’obiettivo è metterli in grado di fruire con maggiore consapevolezza dell’ampia gamma di messaggi che i media offrono.

L’analisi delle strategie comunicative messe in atto da questi mezzi dovrebbe fornire strumenti di riconoscimento, portando i ragazzi al superamento di un atteggiamento passivo nei confronti delle immagini. Non si tratta di diffidare, ma di saper leggere.

Il punto decisivo: capire attraverso il fare

Qui sta l’argomento più interessante. Come per tutti i linguaggi umani (verbale, scritto, pittorico) anche quelli audiovisivi si comprendono a un livello più profondo se se ne sperimenta la produzione.

Quando gli studenti partecipano attivamente alla realizzazione di un video, sperimentano la messa in scena del proprio punto di vista sulla realtà. E scoprono qualcosa di decisivo: che ogni inquadratura è una scelta, che ogni montaggio costruisce un significato, che nulla di ciò che vedono su uno schermo è “semplicemente accaduto”.

Da quel momento riescono a guardare in chiave più critica anche film e programmi televisivi. È questo il motivo principale (e per la maggior parte degli insegnanti il più evidente) per introdurre nella scuola non solo attrezzature, ma soprattutto competenze di produzione.

Che cos’è la Media Education

La Media Education è un’attività educativa e didattica finalizzata a sviluppare nei giovani un’informazione e una comprensione critica riguardo alla natura e alle categorie dei media, alle tecniche con cui costruiscono messaggi e producono senso, ai generi e ai linguaggi specifici.

Si colloca al confine tra scienze della comunicazione e scienze dell’educazione, come versanti correlati e in reciproca interazione.

I suoi obiettivi si possono riassumere in quattro punti:

  • promuovere la capacità di lettura del testo, scritto o filmico che sia;
  • favorire la capacità di distinguere tra i generi, individuandone le convenzioni;
  • sviluppare il confronto critico;
  • favorire le capacità espressive attraverso i media.

Come è nata la definizione

Il termine compare per la prima volta nel 1973, in una definizione formulata da un organismo operante sotto l’egida dell’UNESCO. Il punto chiave di quella prima formulazione era la richiesta di considerare i media come disciplina specifica e autonoma nell’ambito della teoria e della pratica pedagogiche: in opposizione al loro uso come semplici sussidi didattici per insegnare altre materie.

È una distinzione che regge ancora: usare un video per spiegare la fotosintesi non è media education; insegnare come quel video è costruito, sì.

Una definizione successiva, del 1979, ampliò notevolmente il campo, includendo lo studio a ogni livello di istruzione (dal primario all’educazione degli adulti) della storia, della creatività, dell’uso e della valutazione dei media come arti pratiche e tecniche, del loro ruolo e impatto sociale, delle implicazioni per la partecipazione e per le modalità di percezione, oltre che dell’accesso e del lavoro creativo realizzabile con essi.

Due tradizioni a confronto

L’incontro tra educazione e media non è stato semplice, e la ragione sta nella diversità profonda delle due tradizioni.

La scuola, per consolidata esperienza, ha una prevalente attenzione al passato, esalta il ruolo della ragione, si basa sull’oggettività, si costruisce nella durata e mira alla formazione del cittadino e della persona nella sua interezza.

I media propongono invece una conoscenza rivolta all’attualità, fanno leva sull’emozione e sul piacere, si costruiscono sull’effimero, esaltano la soggettività e sono condizionati da pesanti fattori economici e ideologici.

Il confronto ha però prodotto buoni risultati: ha stimolato la scuola a ridisegnare il proprio ruolo e ha reso i professionisti dei media più attenti ai problemi educativi. Ne è nato un movimento di idee e iniziative a livello locale e internazionale, che coinvolge ricercatori, educatori e operatori del settore.

Non proteggere, ma abilitare

Il punto più importante riguarda l’impostazione di fondo. La Media Education non si limita a “proteggere” dai media: mira piuttosto a fornire una competenza mediale, così che il ragazzo sappia confrontarsi in modo critico e costruttivo con quell’universo, e sappia creare, egli stesso, nuove forme espressive.

La differenza è sostanziale. Un approccio protettivo produce diffidenza e viene aggirato; un approccio abilitante produce autonomia di giudizio, che resta anche fuori dall’aula.

In questa prospettiva la scuola si propone come agenzia di sviluppo culturale, che diffonde conoscenza e comprensione critica dei fenomeni sociali, in particolare di quelli legati ai contenuti e ai linguaggi della comunicazione.

Ed è così che la proposta didattica si estende verso quella che è stata definita la “quarta dimensione” dell’educazione: la competenza mediale, che integra le tradizionali del leggere, scrivere e far di conto.

Domande frequenti

Cos’è la Media Education?

Un’attività educativa e didattica volta a sviluppare comprensione critica della natura dei media, delle tecniche con cui costruiscono messaggi e producono senso, dei generi e dei linguaggi specifici. Si colloca tra scienze della comunicazione e scienze dell’educazione.

Perché non basta insegnare a guardare in modo critico?

Perché i linguaggi si comprendono più a fondo quando se ne sperimenta la produzione. Realizzando un video gli studenti scoprono che ogni inquadratura e ogni montaggio sono scelte che costruiscono un significato, e da quel momento leggono diversamente anche ciò che guardano.

Usare video in classe è già media education?

No. La distinzione risale alla prima definizione del 1973: impiegare i media come sussidi per insegnare altre materie è cosa diversa dallo studiarli come disciplina autonoma, cioè analizzando come sono costruiti e quale ruolo svolgono.

Cosa si intende per “quarta dimensione” dell’educazione?

La competenza mediale, che si affianca alle tre tradizionali (leggere, scrivere e far di conto) come abilità di base necessaria per orientarsi in una società in cui la comunicazione audiovisiva è pervasiva.

L’audiovisivo integra strutture visive e sonore in un linguaggio potente, oggi pervasivo e (grazie al crollo dei costi di produzione) accessibile anche alla scuola. Insegnare a leggerlo criticamente non basta: i linguaggi si comprendono davvero quando se ne sperimenta la produzione, perché realizzando un video gli studenti scoprono che ogni inquadratura e ogni montaggio costruiscono un significato. È il campo della Media Education, disciplina autonoma sin dalla definizione del 1973 e distinta dall’uso dei media come semplici sussidi didattici. I suoi obiettivi: leggere i testi, distinguere i generi, sviluppare confronto critico, favorire l’espressione. L’impostazione decisiva è abilitare anziché proteggere, così nasce la “quarta dimensione” dell’educazione, la competenza mediale.
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