Il quadro
Il testo ricostruisce le motivazioni riferite da chi assume steroidi anabolizzanti, distinguendo tre gruppi.
Gli atleti agonisti, che dichiarano di usarli per aumentare la massa muscolare e sostenere carichi di allenamento più intensi.
I frequentatori di palestre, per i quali la motivazione prevalente è l’aspetto: diventare più muscolosi, superare una fase di stallo che l’allenamento da solo non consente di oltrepassare.
Gli adolescenti, tra i quali (ed è il dato più significativo) la ragione più frequente non è la prestazione ma l’immagine. In uno degli studi citati «migliorare l’aspetto» compare con frequenza doppia rispetto a «migliorare il rendimento sportivo», e una quota consistente di chi ne fa uso non pratica alcuno sport.
Il dato che va isolato
È quest’ultimo, e cambia la natura del problema.
Finché il fenomeno riguarda la competizione, è una questione di regolamenti e controlli. Quando riguarda persone che non gareggiano, diventa un problema di immagine corporea: più vicino ai disturbi dell’alimentazione che al doping.
Esiste infatti una condizione descritta in letteratura, talvolta chiamata dismorfia muscolare, in cui una persona si percepisce insufficientemente muscolosa indipendentemente dalla propria costituzione reale, con conseguenze sul funzionamento quotidiano.
È l’immagine speculare di ciò che accade in altri disturbi dell’immagine corporea, ed è ampiamente sottodiagnosticata perché il comportamento (allenarsi molto, curare l’alimentazione) appare virtuoso.
Le giustificazioni, e cosa sono
La parte più interessante del testo raccoglie le affermazioni con cui gli atleti intervistati motivavano il proprio comportamento.
Riassunte: che si tratti di una condotta che non danneggia nessun altro; che tutti gli avversari facciano lo stesso e restarne fuori significhi essere esclusi in partenza; che i rischi siano sopravvalutati e i problemi capitino solo a chi eccede; che chi conduce gli studi non conosca lo sport e non abbia titolo per stabilire le regole; e che l’uso sia parte di un percorso di cura di sé, accompagnato dalla rinuncia ad altre sostanze.
Lo schema che vi corrisponde
Queste affermazioni non sono casuali. Corrispondono con precisione alle cosiddette tecniche di neutralizzazione, descritte in criminologia per spiegare come una persona che condivide le norme comuni riesca comunque a violarle senza percepirsi come trasgressore.
- Negazione del danno: non faccio male a nessuno.
- Negazione della vittima: si tratta di un reato senza vittime.
- Condanna di chi condanna: chi stabilisce le regole non sa di cosa parla.
- Appello a fedeltà superiori: lo faccio per la squadra, per il Paese, perché il mio sport lo richiede.
- Negazione della responsabilità: non ho scelta, il sistema è fatto così.
Il fatto che compaiano tutte, quasi nell’ordine, in interviste raccolte in un contesto specifico, dice qualcosa di importante: non sono spiegazioni individuali, sono un repertorio culturale disponibile.
Chi entra in quell’ambiente non deve inventarle: le trova già formulate.
Perché questo conta per la prevenzione
Perché indica dove intervenire.
Se le giustificazioni fossero elaborazioni personali, si potrebbe discuterle una per una. Essendo un repertorio condiviso, il loro punto debole è la convinzione che tutti lo facciano: che è l’elemento che regge l’intero impianto.
Quella convinzione è sistematicamente sovrastimata, ed è un fenomeno documentato in molti ambiti: le persone sovrastimano la diffusione dei comportamenti a rischio tra i propri pari.
Gli interventi che agiscono su questa distorsione (fornendo dati reali sulla prevalenza) risultano tra i più efficaci nella prevenzione dei comportamenti a rischio tra i giovani, più delle informazioni sui danni.
I rischi, che il testo non riporta
Poiché l’articolo raccoglie affermazioni che minimizzano, è necessario riportare cosa è documentato.
L’uso non terapeutico di steroidi anabolizzanti è associato a:
- alterazioni cardiovascolari: ipertrofia del ventricolo sinistro, alterazioni del profilo lipidico, aumento del rischio di eventi cardiaci anche in soggetti giovani;
- danno epatico, in particolare per le formulazioni assunte per via orale;
- soppressione della produzione ormonale endogena, con conseguenze sulla fertilità e sulla funzione sessuale, non sempre reversibili;
- effetti psichiatrici documentati: irritabilità e aggressività aumentate, episodi di alterazione dell’umore, e sintomi depressivi marcati nella fase di sospensione;
- nell’adolescente, possibile chiusura anticipata delle cartilagini di accrescimento;
- rischi aggiuntivi legati alla provenienza illegale delle sostanze: dosaggi ignoti, contaminazioni, condivisione di aghi.
L’argomento riportato negli studi (che i problemi capitino solo a chi eccede) è precisamente ciò che rende il fenomeno pericoloso: le dosi utilizzate a scopo non terapeutico sono di norma molte volte superiori a quelle fisiologiche.
L’ultima affermazione
Tra le dichiarazioni raccolte ne compare una che merita attenzione: che l’uso di queste sostanze rientri in un percorso di cura di sé, accompagnato dalla rinuncia ad alcol, fumo e altre sostanze.
È la più rivelatrice, perché mostra come il comportamento venga inserito in una narrazione di disciplina anziché di trasgressione.
Ed è anche la ragione per cui i messaggi di prevenzione costruiti sul modello della droga funzionano male in questo ambito: chi si percepisce come persona rigorosa, che si allena e non beve, non si riconosce in quella descrizione.
Un messaggio efficace dovrebbe partire da dove quelle persone si collocano (la cura del corpo) e mostrare che ciò che stanno facendo contraddice quell’obiettivo.
Domande frequenti
Chi usa queste sostanze lo fa per competere?
Non prevalentemente. Tra gli adolescenti la ragione più frequente è l’aspetto, e una quota consistente di chi ne fa uso non pratica alcuno sport: è più un problema di immagine corporea che di doping.
Perché le giustificazioni si assomigliano tutte?
Perché corrispondono alle tecniche di neutralizzazione descritte in criminologia: non sono elaborazioni individuali ma un repertorio culturale già disponibile in quegli ambienti.
Qual è il punto debole di quel repertorio?
La convinzione che lo facciano tutti, che è sistematicamente sovrastimata. Gli interventi che forniscono dati reali sulla diffusione risultano più efficaci delle informazioni sui danni.
I rischi sono davvero rilevanti?
Sì: alterazioni cardiovascolari anche in giovani, danno epatico, soppressione ormonale non sempre reversibile, effetti psichiatrici, e nell’adolescente chiusura anticipata delle cartilagini di accrescimento.