Quando compaiono le difficoltà
Prima di una competizione, o durante un momento decisivo, un atleta può sperimentare sensazioni che percepisce come negative: tensione eccessiva, ansia, paura, blocco.
Le cause indicate sono diverse:
- confrontarsi con avversari ritenuti più forti;
- tornare dopo un infortunio, senza certezza sulle proprie condizioni;
- percepire la pressione di figure dello staff o di persone significative.
Una precisazione utile
Il testo parla di ansia «in eccesso» e «non funzionale», ed è una formulazione corretta che vale la pena esplicitare.
Un certo livello di attivazione è necessario alla prestazione: senza di esso i tempi di reazione si allungano e l’attenzione cala. Il problema non è l’attivazione ma il suo eccesso, che riduce la coordinazione e restringe il campo attentivo.
L’obiettivo non è quindi eliminare la tensione ma regolarla.
Cosa può fare uno psicologo
Il testo è onesto nel premettere che non esistono soluzioni immediate: gli interventi vanno personalizzati e seguono un percorso graduale.
Il punto di partenza sono i colloqui individuali, che esplorano il vissuto ad ampio raggio: sia sportivo sia relativo ad altri ambiti della vita che possono contribuire alla difficoltà.
È un’indicazione importante: una difficoltà che si manifesta in gara non necessariamente nasce in gara.
Le tecniche
L’attenzione al respiro
La prima indicazione parte da un’osservazione concreta: la paura blocca temporaneamente la respirazione.
L’atleta può quindi imparare ad accorgersi di quando si trova in apnea e a introdurre una modifica minima: una respirazione più profonda.
È lo strumento con il fondamento più solido, perché la respirazione è uno dei pochi processi fisiologici che possiamo controllare volontariamente e che incide sull’attivazione generale.
La visualizzazione
Alla respirazione può essere abbinata un’immagine mentale.
Le opzioni proposte sono due: rievocare una prestazione passata associata a una sensazione di riuscita, oppure richiamare qualcuno che in passato ha incoraggiato con parole capaci di generare sicurezza.
La prima è quella con il supporto migliore: recuperare la sensazione di una prestazione riuscita non è un espediente motivazionale, è il richiamo di uno stato già sperimentato, quindi di qualcosa che il corpo ha effettivamente eseguito.
L’obiettivo indicato è raggiungere un’attivazione ottimale prima della gara.
Il lavoro di gruppo
Viene proposta anche la costituzione di gruppi in cui gli atleti possano confrontarsi ed esprimere difficoltà, sperimentando possibili soluzioni attraverso simulazioni.
Il valore aggiunto è specifico: scoprire che difficoltà ritenute personali sono condivise ne riduce il peso, perché elimina la componente di vergogna che spesso impedisce di parlarne.
L’osservazione sul campo
Lo psicologo può inoltre osservare l’atleta durante gli allenamenti e nelle interazioni con allenatore e compagni, cogliendo elementi non verbali.
Il testo suggerisce anche colloqui con le altre figure coinvolte (allenatori, dirigenza, staff medico, familiari) perché anche loro possono vivere sensi di colpa o impotenza, e il loro stato incide sulla prestazione dell’atleta.
È un’osservazione sistemica corretta: un atleta in difficoltà è quasi sempre circondato da persone in difficoltà, e ignorarlo significa lavorare su un solo elemento di una configurazione.
L’indicazione più solida
Tra i suggerimenti finali ce n’è uno che merita di essere isolato, perché ha valore generale.
Dichiarare agli altri di non essere in forma (per scaramanzia, per abitudine o per predisporre una giustificazione in caso di insuccesso) comporta il rischio di convincere sé stessi.
Il meccanismo è documentato: le affermazioni pubbliche su di sé tendono a orientare il comportamento successivo, perché introducono una coerenza da mantenere.
Predisporre in anticipo una spiegazione per un possibile fallimento è una forma di protezione dell’autostima, e ha un costo preciso: rende quel fallimento più probabile, perché riduce l’impegno che si è disposti a investire.
Le proposte più speculative
Il testo suggerisce anche di visualizzare processi fisiologici interni (la circolazione, gli organi) e di instaurare con essi una sorta di dialogo o di patto.
Va detto chiaramente: non esiste evidenza che immaginare processi corporei li modifichi.
L’autore stesso è però prudente, presentandole come proposte che non comportano rischi e che possono aumentare la consapevolezza di sé. Lette così (come esercizi di attenzione al proprio corpo prima di uno sforzo, non come tecniche di controllo fisiologico) restano innocue.
Domande frequenti
L’ansia prima di una gara va eliminata?
No. Un certo livello di attivazione è necessario alla prestazione: senza di esso calano attenzione e tempi di reazione. Il problema è l’eccesso, che riduce coordinazione e campo attentivo. L’obiettivo è regolare, non azzerare.
Perché il lavoro sul respiro funziona?
Perché la respirazione è uno dei pochi processi fisiologici controllabili volontariamente e incide direttamente sul livello di attivazione generale.
Cosa rende efficace la visualizzazione di una prestazione passata?
Che richiama uno stato già sperimentato, quindi qualcosa che il corpo ha effettivamente eseguito: non un’immagine costruita.
Perché non dire agli altri di non essere in forma?
Perché le affermazioni pubbliche su di sé orientano il comportamento successivo. Predisporre una giustificazione in anticipo protegge l’autostima ma riduce l’impegno investito, rendendo l’insuccesso più probabile.