Psicologia Clinica e Psicopatologia

Sport e Autoconsapevolezza

Tra le cinque domande che questo testo propone, quattro sono comuni. La quinta («cosa sto evitando?») è quella che quasi nessuno si pone, ed è l’unica che di solito produce una risposta inattesa. Articolo divulgativo. Se l’attività fisica occupa uno spazio tale da compromettere lavoro, relazioni o salute, è opportuna una valutazione professionale. La premessa […]

Psicolab — Sport e Autoconsapevolezza
Tra le cinque domande che questo testo propone, quattro sono comuni. La quinta («cosa sto evitando?») è quella che quasi nessuno si pone, ed è l’unica che di solito produce una risposta inattesa.
Articolo divulgativo. Se l’attività fisica occupa uno spazio tale da compromettere lavoro, relazioni o salute, è opportuna una valutazione professionale.

La premessa

Il testo parte da un’osservazione elementare: ogni scelta comporta l’esclusione di qualcos’altro. Scegliere significa sempre, contemporaneamente, evitare.

E aggiunge un punto meno ovvio: anche non contrastare una scelta compiuta da altri è una scelta. Chi accetta ciò che gli viene proposto ha evitato di opporsi.

Ne discende la proposta: prestare attenzione non solo a ciò che si fa, ma a ciò che quel fare tiene fuori.

Le cinque domande

L’esercizio proposto consiste nel rivolgersi cinque domande, prendendo un’attività qualunque: nell’esempio, la corsa.

  • Cosa faccio?
  • Come mi sento?
  • Cosa voglio?
  • Cosa evito?
  • Cosa mi aspetto?

Il testo mostra come le stesse domande possano ricevere risposte molto diverse, e come da quelle risposte emerga un quadro differente dello stesso comportamento.

Perché la quarta è quella che conta

Le prime tre domande producono di norma risposte già formulate: chiunque sa cosa fa, come si sente e cosa desidera.

La domanda sull’evitamento funziona diversamente, per una ragione precisa.

Ciò che si evita non compare nella rappresentazione che si ha delle proprie giornate: è definito da un’assenza, e le assenze non si notano.

Eppure una parte considerevole del comportamento è organizzata proprio da lì. Molte attività intense (lavoro, allenamento, impegni continui) svolgono anche la funzione di rendere non disponibili altre cose: un tempo vuoto, una conversazione rimandata, una decisione da prendere.

Non significa che quelle attività siano fughe. Significa che possono essere entrambe le cose, e che accorgersene cambia il modo in cui si sceglie di proseguirle.

Il contrasto tra le due risposte

La parte più efficace del testo è l’accostamento, per ogni domanda, di due risposte tipiche.

A «cosa faccio» si può rispondere che ci si allena tre volte a settimana per stare bene e vedere gli amici, oppure che ci si allena due volte al giorno per ottenere il massimo, e che saltare una seduta è inammissibile.

A «cosa evito» si può rispondere che si evita di stare fermi e di eccedere, oppure che si evita di saltare un allenamento, di perdere la forma, di fallire.

Il testo presenta le due colonne come varianti neutre. Vale la pena osservare che non lo sono.

Cosa segnala la seconda colonna

Le formulazioni della seconda serie condividono una caratteristica: sono tutte definite in negativo, non fallire, non perdere, non saltare.

Un comportamento sostenuto dall’evitamento di un esito temuto ha proprietà diverse da uno sostenuto dal desiderio di un esito atteso: produce meno soddisfazione quando riesce (non fallire non è vincere) e più ansia quando è a rischio.

Ed è per questo che tende ad aumentare: se la funzione è tenere lontano un timore, la quantità necessaria cresce.

Va aggiunto che l’espressione riportata nel testo (che saltare un allenamento sia inammissibile) corrisponde a un segnale riconosciuto. Quando l’interruzione dell’attività produce ansia marcata, quando si continua nonostante infortuni, quando l’allenamento prevale su lavoro e relazioni, si tratta di una condizione che merita attenzione e non di dedizione.

Il limite dell’esercizio

Il testo conclude osservando che a queste domande si può essere sinceri, perché si risponde a sé stessi.

È vero solo in parte, ed è la precisazione più utile da aggiungere.

L’introspezione è meno affidabile di quanto sembri: le ragioni che ci attribuiamo sono ricostruzioni, spesso costruite dopo il comportamento e formulate in modo da risultarci accettabili.

È documentato che le persone forniscono con sicurezza spiegazioni delle proprie scelte anche quando quelle spiegazioni sono dimostrabilmente errate.

Non rende l’esercizio inutile: lo colloca. Le risposte non sono una diagnosi, sono un punto di partenza, e la loro utilità dipende da cosa se ne fa.

Come renderlo più affidabile

Due accorgimenti pratici.

Il primo: rispondere per iscritto. La scrittura rende visibili i passaggi che non reggono, cosa che il pensiero non fa.

Il secondo, più efficace: verificare le risposte con il comportamento anziché con l’introspezione. Non «cosa voglio», ma cosa faccio quando le due cose entrano in conflitto, a cosa rinuncio quando il tempo non basta, cosa rimando quando sono stanco.

Le priorità dichiarate e quelle agite divergono spesso, e sono le seconde a descrivere una vita.

Domande frequenti

Perché la domanda sull’evitamento è la più utile?

Perché ciò che si evita è definito da un’assenza e non compare nella rappresentazione delle proprie giornate: pur organizzando una parte consistente del comportamento.

Che differenza fa perseguire o evitare?

Un comportamento sostenuto dall’evitamento di un timore dà meno soddisfazione quando riesce e più ansia quando è a rischio, e tende ad aumentare: la quantità necessaria a tenere lontano un timore cresce.

Quando l’allenamento diventa un problema?

Quando interromperlo produce ansia marcata, quando si prosegue nonostante infortuni e quando prevale su lavoro e relazioni. Non è dedizione, è una condizione che merita attenzione.

Ci si può fidare delle proprie risposte?

Solo in parte: le ragioni che ci attribuiamo sono ricostruzioni. Conviene verificarle sul comportamento (a cosa si rinuncia quando il tempo non basta) più che sull’introspezione.

Delle cinque domande proposte, quella sull’evitamento è l’unica che produce di solito una risposta inattesa, perché ciò che si evita non compare nella rappresentazione delle proprie giornate pur organizzandone buona parte. Il testo presenta poi come varianti neutre due serie di risposte che non lo sono: quelle formulate in negativo (non fallire, non saltare, non perdere) descrivono comportamenti che danno meno soddisfazione quando riescono e tendono ad aumentare. E l’esercizio va usato sapendo che l’introspezione è poco affidabile: le priorità reali si leggono in ciò a cui si rinuncia, non in ciò che si dichiara.
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