Un fenomeno in crescita
Negli ultimi vent’anni il fenomeno dell’omicidio seriale ha subito un vertiginoso incremento quantitativo e qualitativo, tanto che l’FBI stima tra 50 e 500 i serial killer attualmente in circolazione negli Stati Uniti, con circa 3.500 vittime all’anno. Una tale oscillazione numerica non deriva da approssimazioni, ma dall’impossibilità di calcolare l’esatta ampiezza del fenomeno, per le difficoltà nel reperimento di informazioni su assassini e vittime. Colpendo in luoghi e tempi diversi, gli omicidi seriali sfuggono con facilità all’identificazione tempestiva delle forze di polizia. In Italia, recenti stime contano 28 serial killer individuati in 22 anni, con 125 vittime e 30 omicidi rimasti impuniti. Nelle statistiche mondiali l’Italia è collocata al quinto posto dopo Stati Uniti, Germania e Francia, ma la stampa le attribuisce talvolta il terzo posto.
Fino agli anni Ottanta, nel nostro Paese, l’idea che si potesse uccidere senza altra motivazione che il denaro o la passione era vigorosamente contrastata: si riteneva che l’omicidio “per puro piacere” fosse un reato estraneo alla nostra cultura. Le efferate vicende dei vari “mostri” nostrani, di Firenze, Padova e altre città, hanno però mutato questa percezione. La parola “mostro”, con tutto ciò che vi si ricollega, è quella che più ha connotato il cambiamento.
Perché “mostro”? Chi sono i serial killer
In apparenza, i serial killer non si distinguono da qualsiasi altro individuo per abitudini, comportamenti o aspetto. Molti conducono una vita normale, che rende assai difficile la loro identificazione: spesso hanno una casa, una famiglia, una vita sociale rispettabile e un lavoro regolare, caratteristiche che li rendono, per vicini e conoscenti, “insospettabili”. L’approfondimento delle loro storie di vita evidenzia però spesso traumi drammatici, quali abbandoni, maltrattamenti, sevizie e abusi infantili: eventi che li hanno resi tanto fragili da indurli a provare la più compiuta sensazione di piacere, efficacia personale e stima di sé solo attraverso l’omicidio ripetuto, atto che implica il totale controllo della vita altrui e della propria.
Ressler, Burgess e Douglas, tre membri dell’FBI, condussero nel 1985 un importante studio su 36 serial killer incarcerati, identificando alcune caratteristiche salienti. I soggetti erano uomini di etnia prevalentemente bianca, con un’età che di solito non superava i 35 anni, che agivano isolati per il puro bisogno e piacere di uccidere. Generalmente vissuti in famiglie violente e multiproblematiche, trascurati o maltrattati fisicamente e psicologicamente, avevano ben presto manifestato comportamenti estremi come torture su animali, piromania, isolamento e condotte antisociali. Maestri della menzogna e della manipolazione, non provano rimorsi né sensi di colpa; raramente avevano avuto rapporti sentimentali stabili e accusavano gravi disfunzioni sessuali, tanto che il 44% dichiarava di non aver mai avuto rapporti prima di cominciare a uccidere. A causa delle esperienze infantili avevano sviluppato un’intensa vita fantasmatica, sempre più pressante negli anni, per lo più monotematica: violenza, aggressioni, dominio sugli altri, alimentata da un morboso interesse per la pornografia e per i comportamenti sessuali sadici.
L’alto quoziente intellettivo
Elemento comune agli assassini seriali è un alto quoziente intellettivo. Già negli anni Cinquanta i test rivelavano valori superiori alla media: noti serial killer americani come Bundy, Gacy e Kemper hanno registrato un QI rispettivamente di 124, 118 e 136, mentre quello della popolazione normale è prossimo a 100. Ressler, Burgess e Douglas riportarono per alcuni soggetti un QI medio vicino a 110, laddove quello dei delinquenti comuni generalmente non supera 93. Nonostante questa dotazione, i loro profitti scolastici erano stati scarsi, così come mediocre era stata la vita professionale e relazionale.
Nella maggioranza dei casi, l’omicida seriale arresta la sua furia solo se viene ucciso o catturato; capita anche che si costituisca. Una volta in carcere confessa spesso in modo spontaneo, a volte esagerando l’efferatezza dei delitti o attribuendosi più reati di quelli realmente compiuti, per aumentare il proprio perverso prestigio, attrarre i media o ritardare i tempi del processo. Le vittime sono quasi sempre estranei, scelti per il sesso (nel 65% dei casi donne), per la professione (soprattutto prostitute), per l’età (bambini) o per elementi di inconscia importanza psicologica. Ciò non significa che il delitto avvenga fuori dalla consapevolezza: l’assassino seriale agisce in modo determinato e lucido, seleziona preventivamente la vittima e dispone spesso di buona capacità organizzativa e di autocontrollo. Le sue motivazioni non sono quasi mai conseguenza di un evento specifico, ma collegate a fantasie sadiche.
Definizione dei termini
I termini “omicidio” e “assassinio” possono essere usati indifferentemente: l’omicidio è un’uccisione, contraria alla legge, di un altro essere umano. La parola chiave, secondo il criminologo George Rusch, è “illegale”. Quanto ai gradi, nell’omicidio di primo grado l’intenzione è precedente all’atto: si riserva a chi ha mostrato la capacità di pianificare l’uccisione, quindi un atto premeditato. L’omicidio di secondo grado contiene invece l’intenzionalità ma senza premeditazione.
Esistono tre tipi di omicidio plurimo. La strage è l’uccisione di tre o più persone in una sola volta e in un unico luogo: le sue componenti essenziali sono il numero minimo di tre vittime, l’unità di tempo e l’unità di luogo (con una possibile continuità di movimento tra un luogo del delitto e il successivo, senza significative battute d’arresto). Lo spree murder è, in America, l’omicidio di almeno tre persone nell’arco di 30 giorni, accompagnato da altri crimini gravi, il più frequente dei quali è la rapina. L’omicidio seriale, infine, si distingue per la ripetizione nel tempo e nei luoghi.
Le donne serial killer
Le prove sono incontrovertibili: esistono serial killer di sesso femminile. La riluttanza generale ad accettarlo deriva forse dal fatto che le donne non vengono percepite come capaci di omicidio, e la ricerca criminologica, orientata alla criminalità maschile, le ha poco considerate. Le statistiche recenti stimano una percentuale del 5-10% del totale mondiale; di queste, il 44% ha agito come complice di un uomo. La loro età è un po’ più alta di quella maschile, dai 14 ai 54 anni; il 32% è costituito da casalinghe e il 18% da infermiere. Secondo Hickey (1991), le donne tendenzialmente non uccidono per scopi sessuali, ma a causa di una relazione personale sfortunata: cercano questa tragica via di fuga quando sono vittime di un marito violento o quando sono state respinte in amore. Escludendo la motivazione erotica, rientrano in questa tipologia le “vedove nere”, che uccidono i mariti per ragioni economiche, e le infermiere, che colpiscono persone su cui hanno controllo, come anziani o bambini. A differenza degli uomini, quasi sempre stanziali, non viaggiano alla ricerca della vittima, e sono state definite “assassine posto-specifiche”; inoltre, mentre gli uomini infieriscono con attacchi violenti e mutilazioni, le donne nella maggioranza dei casi si limitano a uccidere. Holmes ne ha individuato cinque tipologie:
- Visionaria (visionary): uccide perché “costretta” da voci o visioni che ordinano lo sterminio, rivelando un grave distacco dalla realtà;
- Per tornaconto (comfort): il tipo prevalente, spinto da ragioni materiali, uccide persone conosciute dalla cui morte trae vantaggi;
- Edonista (hedonistic): stabilisce una connessione tra l’omicidio e la gratificazione personale e sessuale;
- Orientata al potere (power seeker): esercita la forma più estrema di dominio; Jane Toppan, un’infermiera, avrebbe ucciso tra le 70 e le 100 persone, dichiarando con orgoglio di aver ucciso più persone indifese di chiunque altro;
- Discepolo (disciple): uccide sotto l’influsso di un leader carismatico, che spesso sceglie le vittime, con incentivi di ordine psicologico legati al riconoscimento.
Tipologie di serial killer
Come per ogni comportamento umano, sono possibili eccezioni, e nessun omicida rientra a pieno titolo in un solo tipo. Le classificazioni più diffuse fanno riferimento a cinque criteri.
1. La dinamica comportamentale
Di stampo poliziesco-investigativo, realizzata da Ressler, Burgess e Douglas (1985), distingue tra comportamento “organizzato” e “disorganizzato”. Il serial killer organizzato è di solito uno psicopatico incurabile, molto astuto, con ottime capacità di pianificazione, che conduce una vita apparentemente normale e ama sfidare le autorità con messaggi denigratori: è capace di intendere e di volere, pur con disturbi della personalità e di carattere sessuale. Il disorganizzato è invece solitamente uno psicotico, meno esperto e intelligente, che commette più errori, uccide spesso in preda ad allucinazioni e non è preoccupato dall’eventuale cattura, affidandosi all’impulso del momento.
2. Il tipo
Di stampo amministrativo-giudiziario, proposta da Holmes (1988), comprende quattro tipologie. Il visionario, il più difficile da comprendere per la sua visione psicotica, dichiara di uccidere spinto da demoni o spiriti e colpisce a caso in luoghi familiari, senza eliminare le tracce. Il missionario mira a eliminare un gruppo di persone considerate indegne, di solito senza sindrome psicotica, in modo consapevole e pianificato. L’edonista uccide per raggiungere il piacere e comprende il “thrill seeking killer” (per l’eccitazione dell’azione), il “comfort killer” (per guadagno) e il “lust murder” (per libidine). L’orientato al controllo e al potere uccide per il bisogno di dominanza.
3. Il presunto disturbo mentale
Suddivide i serial killer in schizofrenici paranoici, numericamente inferiori, caratterizzati da aggressività, sospettosità, allucinazioni, deliri e manie; e sadici sessuali, che uccidono e torturano per raggiungere l’eccitazione, deumanizzando le vittime come oggetti.
4. Il grado di mobilità
Proposta da Hickey (1991), individua sottotipi tra cui gli “itineranti”, che operano in località molto distanti, spesso in Stati diversi, ostacolando i collegamenti tra i vari omicidi.
5. Il Crime Classification Manual
Volume redatto da agenti speciali dell’FBI, contiene la classificazione dei crimini violenti e un’accurata disamina della scena del delitto, della psicologia del testimone e dei metodi investigativi, suddividendo i serial killer in relazione al movente, al numero di attori coinvolti e alle vittime.
L’omicidio seriale in Italia
Il serial killer italiano risiede più frequentemente nel centro-nord, agendo soprattutto in Piemonte, Liguria, Lombardia e Veneto, mentre il fenomeno è ancora assente nelle regioni meridionali. Questa distribuzione potrebbe confermare le ipotesi sociologiche che collegano l’aumento della patologia psichiatrica alle trasformazioni nei ritmi di vita delle aree più industrializzate. Contrariamente agli americani, gli italiani uccidono di meno e con minore efferatezza: sono meno frequenti necrofilia e cannibalismo, meno cruenta la dissezione del cadavere. L’82% dei serial killer italiani ha ucciso da due a sei persone, con eccezioni come la “coppia Ludwig” e il “mostro di Firenze”. Gli americani sono decisamente più letali, e mentre oltreoceano la vittima può essere chiunque, in Italia la categoria più colpita resta quella delle prostitute.
Da noi l’idea di delitti commessi per puro piacere è maturata lentamente, soprattutto dopo le imprese eclatanti di alcuni serial killer, seguendo un percorso diverso da quello della criminologia internazionale. L’attenzione si è focalizzata sulle caratteristiche di “mostruosità” e sulla “necromania”. Definire “mostro” chi compie atti così efferati consente di confinarlo nell’area della marginalità e dell’estraneità rispetto alla vera natura dell’uomo: la mostruosità nasce quando viene superato un limite tacitamente definito dalla sensibilità comune. La “necromania” è un neologismo che unisce l’attrazione perversa verso i cadaveri (necrofilia) all’impulso coatto a uccidere per puro erotismo. Ma mentre il necromane mira solo al piacere fisico, il serial killer va oltre: uccidere e disporre del cadavere rafforza, delitto dopo delitto, il suo senso di potere e autorealizzazione. Da qui il carattere compulsivo del comportamento del “mostro”, diventato in Italia la chiave interpretativa dominante.
Le teorie sull’omicidio seriale
Spiegare in modo esaustivo l’omicidio seriale è impossibile: la mente di questo tipo di killer è unica, tanto diversa da quella di altri assassini da rendere inefficaci le teorie tradizionali.
I fondamenti biologici
Il cervello umano resta pieno di misteri, e gli scienziati ignorano in quale modo il suo funzionamento possa connettersi all’omicidio. Burgess, Hartman, Ressler, Douglas e McCormick hanno fatto una scoperta interessante: nei loro campioni, le anomalie all’elettroencefalogramma scomparivano quando i soggetti raggiungevano i 30-40 anni, come se la struttura cerebrale avesse richiesto un periodo maggiore del normale per svilupparsi, il che potrebbe spiegare il comportamento infantile dello psicopatico. Anche il trauma cranico è stato oggetto di ricerca: Pasternack (1974) riportò che, in un gruppo di detenuti omicidi, ognuno aveva subito un trauma cranico durante l’adolescenza. Lesioni cerebrali negli anni dello sviluppo o alla nascita sarebbero tra gli elementi più comuni nei serial killer.
I fondamenti psicologici
In psicologia e psichiatria la spiegazione predominante del comportamento violento risiede nella personalità psicopatica. Lo psicopatico, detto anche sociopatico, è un individuo che non impara dalla propria esperienza e non desidera conformarsi alle regole degli altri, mettendosi continuamente nei guai. Lo studio dei fenomeni criminali affonda le sue radici in Freud e nella psicoanalisi: al Super-io, la coscienza sociale, spetterebbe il controllo del comportamento antisociale, e un Super-io “danneggiato” potrebbe dar luogo a un soggetto antisociale. Teorici successivi, come Gallagher (1987), hanno ipotizzato che il comportamento anormale tragga origine dal conflitto tra Es e Super-io, spesso durante l’infanzia. Un assassino seriale raccontò di essere stato, da bambino, punito per un “crimine” che non aveva commesso, mangiare un frutto che il padre voleva conservare: un episodio che ricordava con estrema chiarezza a distanza di trent’anni, e senza il quale, affermava, forse non sarebbe mai diventato un assassino. Aichhorn (1934), studiando soggetti giovani, osservava comportamenti delinquenziali latenti che esigevano un’immediata gratificazione: il giovane delinquente non può posporre la soddisfazione e reagisce con violenza per ottenerla subito.
Domande frequenti
Perché i serial killer appaiono “insospettabili”?
Perché molti conducono una vita apparentemente normale, con casa, lavoro e famiglia. Non si distinguono per aspetto o abitudini, il che rende difficile la loro identificazione. È proprio questo contrasto tra normalità esteriore e efferatezza a colpire l’immaginario collettivo.
Cosa hanno in comune nella loro storia di vita?
Spesso traumi infantili drammatici: abbandoni, maltrattamenti, abusi. Secondo lo studio FBI del 1985, molti erano vissuti in famiglie violente e multiproblematiche, avevano sviluppato un’intensa vita fantasmatica di violenza e dominio e manifestato precocemente comportamenti estremi.
Esistono donne serial killer?
Sì, anche se rappresentano una minoranza (5-10%). Tendono a non uccidere per movente sessuale, ma per ragioni personali o materiali, colpendo spesso persone conosciute. Sono in genere stanziali e meno efferate degli uomini. Holmes ne ha individuato cinque tipologie.
Come viene interpretato il fenomeno in Italia?
In Italia l’omicidio seriale è stato a lungo considerato estraneo alla cultura nazionale, e solo di recente si è accettata l’idea di delitti “per puro piacere”. L’interpretazione dominante si è focalizzata sulla “mostruosità” e sulla “necromania”, seguendo un percorso proprio, diverso da quello internazionale.
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