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Seminario “Con un poco di zucchero” L'incontro dei grandi con il mondo dei piccoli

Parlare con un bambino in un contesto professionale non è una versione semplificata del colloquio con un adulto. Le regole sono diverse, e alcune sono controintuitive. Questa pagina prende spunto dalla segnalazione di un seminario professionale del 2013. L’evento è concluso e i recapiti non sono più validi. Articolo divulgativo, non indicazione clinica. Perché non […]

Psicolab — Seminario “Con un poco di zucchero” L'incontro dei grandi con il mondo dei piccoli
Parlare con un bambino in un contesto professionale non è una versione semplificata del colloquio con un adulto. Le regole sono diverse, e alcune sono controintuitive.
Questa pagina prende spunto dalla segnalazione di un seminario professionale del 2013. L’evento è concluso e i recapiti non sono più validi. Articolo divulgativo, non indicazione clinica.

Perché non basta semplificare

Il colloquio con un bambino presenta differenze strutturali.

La disparità di potere è massima, e produce un effetto documentato: i bambini tendono ad assecondare ciò che ritengono l’adulto voglia sentire, e a modificare una risposta se la domanda viene ripetuta, interpretando la ripetizione come segnale che la prima fosse sbagliata.

La comprensione linguistica è sopravvalutata: un bambino risponde anche a domande che non ha compreso, e raramente dichiara di non aver capito.

E il bambino non è quasi mai il richiedente: qualcun altro ha deciso che dovesse essere lì, e questo va nominato anziché ignorato.

Cosa ne segue

Le indicazioni derivate dalla ricerca sull’intervista con i minori sono precise.

Domande aperte: «raccontami» produce resoconti più accurati di qualunque domanda specifica. Le domande chiuse forniscono informazione, e quell’informazione può essere incorporata nella risposta.

Non ripetere la stessa domanda, e se serve tornarci spiegare perché.

Autorizzare esplicitamente a dire «non lo so», «non me lo ricordo» e «non ho capito»: senza questa autorizzazione i bambini rispondono comunque.

Non correggere né confermare le risposte, perché entrambe orientano ciò che segue.

E rendere prevedibile l’incontro: dire chi si è, perché si è lì, quanto durerà, cosa accadrà dopo e chi saprà cosa.

Il gioco e il disegno

Sono gli strumenti più usati, e vale la pena distinguere due impieghi con statuto molto diverso.

Come canale di relazione (attività condivisa che riduce l’asimmetria, permette pause e consente di parlare mentre si fa altro) sono efficaci e ben fondati.

Come strumento diagnostico (interpretare il contenuto di un disegno per inferire tratti, vissuti o eventi) hanno una validità molto bassa. È un punto stabilito, e in ambito valutativo o giudiziario l’uso interpretativo è particolarmente problematico.

La formulazione corretta è che un disegno sia un’occasione per una conversazione, non un referto.

Il consenso e la riservatezza

Due aspetti spesso gestiti male.

Il consenso alla valutazione o al trattamento di un minore richiede di norma entrambi gli esercenti la responsabilità genitoriale, anche in caso di separazione. È una regola violata con frequenza, e la sua funzione è impedire valutazioni di parte.

Accanto a questo esiste l’assenso del minore: la sua adesione, adeguata all’età, che non è giuridicamente sostitutiva ma è clinicamente necessaria, un percorso a cui il bambino non aderisce produce poco.

Sulla riservatezza, la posizione corretta è dichiararne i limiti all’inizio, in termini comprensibili: cosa resterà fra le due persone, cosa verrà detto ai genitori, e in quali casi (situazioni di pericolo) sarà necessario parlarne con altri.

Promettere una riservatezza assoluta e poi doverla rompere è il modo più efficace di perdere la fiducia di un bambino, e di insegnargli a non fidarsi anche in seguito.

Domande frequenti

Perché non si ripete la stessa domanda?

Perché i bambini interpretano la ripetizione come segnale che la prima risposta fosse sbagliata, e tendono a modificarla.

Quali domande funzionano meglio?

Quelle aperte: «raccontami» produce resoconti più accurati. Le domande chiuse forniscono informazione che può essere incorporata nella risposta.

I disegni dicono qualcosa sul bambino?

Non in senso diagnostico: la validità interpretativa è molto bassa. Sono invece un ottimo canale di relazione e un’occasione per conversare.

Cosa dire sulla riservatezza?

I suoi limiti, all’inizio e in termini comprensibili. Promettere riservatezza assoluta e doverla poi rompere è il modo più rapido di perdere la fiducia.

Il colloquio con un bambino non è una versione semplificata di quello adulto: la disparità di potere produce assecondamento, la comprensione linguistica è sopravvalutata e il bambino non è il richiedente. Ne seguono regole precise, domande aperte, nessuna ripetizione, autorizzazione esplicita a dire di non sapere. Gioco e disegno sono ottimi canali di relazione e pessimi strumenti diagnostici. E la riservatezza va dichiarata nei suoi limiti fin dall’inizio, perché prometterla e poi romperla insegna a non fidarsi.
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