Perché non basta semplificare
Il colloquio con un bambino presenta differenze strutturali.
La disparità di potere è massima, e produce un effetto documentato: i bambini tendono ad assecondare ciò che ritengono l’adulto voglia sentire, e a modificare una risposta se la domanda viene ripetuta, interpretando la ripetizione come segnale che la prima fosse sbagliata.
La comprensione linguistica è sopravvalutata: un bambino risponde anche a domande che non ha compreso, e raramente dichiara di non aver capito.
E il bambino non è quasi mai il richiedente: qualcun altro ha deciso che dovesse essere lì, e questo va nominato anziché ignorato.
Cosa ne segue
Le indicazioni derivate dalla ricerca sull’intervista con i minori sono precise.
Domande aperte: «raccontami» produce resoconti più accurati di qualunque domanda specifica. Le domande chiuse forniscono informazione, e quell’informazione può essere incorporata nella risposta.
Non ripetere la stessa domanda, e se serve tornarci spiegare perché.
Autorizzare esplicitamente a dire «non lo so», «non me lo ricordo» e «non ho capito»: senza questa autorizzazione i bambini rispondono comunque.
Non correggere né confermare le risposte, perché entrambe orientano ciò che segue.
E rendere prevedibile l’incontro: dire chi si è, perché si è lì, quanto durerà, cosa accadrà dopo e chi saprà cosa.
Il gioco e il disegno
Sono gli strumenti più usati, e vale la pena distinguere due impieghi con statuto molto diverso.
Come canale di relazione (attività condivisa che riduce l’asimmetria, permette pause e consente di parlare mentre si fa altro) sono efficaci e ben fondati.
Come strumento diagnostico (interpretare il contenuto di un disegno per inferire tratti, vissuti o eventi) hanno una validità molto bassa. È un punto stabilito, e in ambito valutativo o giudiziario l’uso interpretativo è particolarmente problematico.
La formulazione corretta è che un disegno sia un’occasione per una conversazione, non un referto.
Il consenso e la riservatezza
Due aspetti spesso gestiti male.
Il consenso alla valutazione o al trattamento di un minore richiede di norma entrambi gli esercenti la responsabilità genitoriale, anche in caso di separazione. È una regola violata con frequenza, e la sua funzione è impedire valutazioni di parte.
Accanto a questo esiste l’assenso del minore: la sua adesione, adeguata all’età, che non è giuridicamente sostitutiva ma è clinicamente necessaria, un percorso a cui il bambino non aderisce produce poco.
Sulla riservatezza, la posizione corretta è dichiararne i limiti all’inizio, in termini comprensibili: cosa resterà fra le due persone, cosa verrà detto ai genitori, e in quali casi (situazioni di pericolo) sarà necessario parlarne con altri.
Promettere una riservatezza assoluta e poi doverla rompere è il modo più efficace di perdere la fiducia di un bambino, e di insegnargli a non fidarsi anche in seguito.
Domande frequenti
Perché non si ripete la stessa domanda?
Perché i bambini interpretano la ripetizione come segnale che la prima risposta fosse sbagliata, e tendono a modificarla.
Quali domande funzionano meglio?
Quelle aperte: «raccontami» produce resoconti più accurati. Le domande chiuse forniscono informazione che può essere incorporata nella risposta.
I disegni dicono qualcosa sul bambino?
Non in senso diagnostico: la validità interpretativa è molto bassa. Sono invece un ottimo canale di relazione e un’occasione per conversare.
Cosa dire sulla riservatezza?
I suoi limiti, all’inizio e in termini comprensibili. Promettere riservatezza assoluta e doverla poi rompere è il modo più rapido di perdere la fiducia.