Dove si trova il sesto senso
Il sesto senso esiste, e risiede nella corteccia cingolata anteriore del cervello, in una regione tra i due emisferi.
Si deve il merito della scoperta ad un gruppo di scienziati della Washington University. Questi scienziati, con la loro scoperta, hanno dato un nuovo contributo all’evoluzione delle teorie in ambito psichiatrico. Il loro studio ha messo in risalto l’origine neurologica di comportamenti anomali comuni nei pazienti schizofrenici e con disturbi ossessivo-compulsivi.
I ricercatori infatti sono riusciti a dimostrare che la corteccia cingolata ha una capacità in più oltre a essere sede decisionale del cervello: quella di essere in grado di avvertirci a livello inconscio che qualcosa non va. Di dirci che una nostra azione potrebbe avere effetti deleteri o che l’ambiente in cui ci troviamo potrebbe regalarci qualche spiacevole sorpresa.
Perché chiamarlo sesto senso
L’espressione è giornalistica, ma coglie qualcosa di reale. I cinque sensi raccolgono informazioni dal mondo; questo meccanismo fa un’altra cosa: sorveglia il rapporto tra ciò che stiamo facendo e ciò che sta accadendo, e segnala uno scarto. È la sensazione, familiare a tutti, di “sentire” che una situazione non torna senza saper dire perché. Non arriva da una percezione in più, arriva da un controllore interno che lavora sotto la soglia della coscienza.
Il punto qualificante, infatti, è proprio l’inconsapevolezza. Non si tratta di una valutazione ragionata del rischio, quella la sappiamo fare e richiede tempo. Si tratta di un allarme che parte prima, senza il nostro permesso, e che spesso ci raggiunge sotto forma di disagio vago anziché di pensiero chiaro.
Come lo hanno dimostrato
Come hanno fatto per dimostrarlo? Gli esperti hanno coinvolto dei giovani sani in esercizi di rapidità con colori e frecce al computer.
Con il passare del tempo, i ragazzi hanno cominciato a sbagliare meno, come se il loro cervello avesse scoperto il trucco del gioco.
Dalla risonanza magnetica funzionale, effettuata durante l’esecuzione dell’esperimento, i ricercatori hanno notato un aumento di attività della corteccia cingolata anteriore. Questo indica che, in caso di difficoltà, la corteccia si attiva senza che l’individuo se ne accorga, per migliorare i riflessi e sfuggire agli errori.
Il dettaglio che rende l’esperimento convincente
Il disegno sperimentale è elegante proprio per la sua semplicità. Un compito di rapidità con colori e frecce sembra banale, ma ha una caratteristica preziosa: produce errori misurabili e situazioni in cui la risposta istintiva confligge con quella corretta. È in quei momenti di conflitto che serve un arbitro interno.
E il risultato più interessante non è che i ragazzi migliorassero, è come migliorassero: senza saperlo. Nessuno di loro avrebbe potuto spiegare quale trucco avesse scoperto, eppure gli errori calavano e l’attività della cingolata anteriore cresceva. Il miglioramento avveniva sotto il livello del racconto consapevole. È esattamente la firma di un meccanismo automatico di monitoraggio, non di una strategia decisa a tavolino.
Quando l’allarme non suona: la schizofrenia
Ciò evidenzia la carenza presente negli schizofrenici dove alcune anomalie strutturali della corteccia potrebbero impedire questo meccanismo, e portare a comportamenti anomali.
Il ragionamento è lineare: se esiste un sistema che segnala in automatico quando qualcosa non va, e quel sistema è compromesso da anomalie strutturali, allora la persona si trova a operare senza uno dei suoi controllori. Gli errori non vengono segnalati, le azioni potenzialmente dannose non accendono nessuna spia, e i comportamenti che dall’esterno appaiono incomprensibili trovano una possibile radice neurologica anziché soltanto psicologica.
È un cambio di prospettiva importante per la psichiatria, ed è la ragione per cui gli autori parlano di un contributo all’evoluzione delle teorie del settore: sposta parte della spiegazione dal piano della volontà o del carattere a quello del funzionamento di una struttura precisa.
Quando l’allarme suona troppo: il disturbo ossessivo-compulsivo
Viceversa, hanno concluso gli esperti, un eccessivo funzionamento di questo allarme inconscio potrebbe spiegare perché gli individui ossessivo-compulsivi vedono il pericolo laddove non esiste.
Questa è forse la parte più illuminante dell’intera ricerca, perché rende conto di un’esperienza che a chi guarda da fuori sembra assurda. La persona con disturbo ossessivo-compulsivo non sta scegliendo di preoccuparsi: riceve un segnale di allarme reale, insistente e non richiesto, che le dice che qualcosa non va. Il problema non è il contenuto del pensiero, è il segnale che lo alimenta.
Si capisce allora perché le rassicurazioni razionali servano a così poco. Dire a qualcuno che la porta è chiusa non spegne un allarme che non passa dalla ragione. La verifica ripetuta è il tentativo di ottenere, dall’esterno, quel senso di “a posto” che il meccanismo interno non riesce a produrre.
Un unico meccanismo, due direzioni
Il quadro che ne esce è simmetrico e vale la pena esplicitarlo. Un solo sistema, la corteccia cingolata anteriore, con due modi di guastarsi:
- per difetto, e allora mancano i segnali che dovrebbero correggere l’azione, come nelle anomalie strutturali osservate nella schizofrenia;
- per eccesso, e allora i segnali arrivano anche quando non c’è nulla da segnalare, come nel disturbo ossessivo-compulsivo.
Nel mezzo c’è il funzionamento normale, quello dei giovani sani dell’esperimento: un allarme che si accende quanto basta, quando serve, e che ci fa migliorare senza che ce ne accorgiamo.
Cosa ci dice di noi
Al di là della clinica, questa ricerca dice qualcosa su come funzioniamo tutti. Buona parte del nostro adattamento quotidiano non passa dalla consapevolezza. Correggiamo la traiettoria, evitiamo un errore, sentiamo che una situazione non ci convince, e attribuiamo tutto questo all’intuito o all’esperienza. Dietro c’è un lavoro di sorveglianza continuo che nessuno ci ha insegnato a fare e di cui non abbiamo il resoconto.
Il che suggerisce anche un atteggiamento più rispettoso verso quelle sensazioni vaghe che tendiamo a liquidare come irrazionali. Non sono profezie e non sono infallibili: possono sbagliare, e nel disturbo ossessivo-compulsivo sbagliano sistematicamente. Ma non sono nemmeno rumore: sono l’uscita di un sistema che sta facendo il suo mestiere.
Domande frequenti
Dove si trova il cosiddetto sesto senso?
Nella corteccia cingolata anteriore, una regione del cervello situata tra i due emisferi. Secondo gli scienziati della Washington University, oltre a essere sede decisionale, questa struttura è in grado di avvertirci a livello inconscio che qualcosa non va: che una nostra azione potrebbe avere effetti deleteri o che l’ambiente in cui ci troviamo potrebbe riservare spiacevoli sorprese.
Come è stato dimostrato?
Coinvolgendo giovani sani in esercizi di rapidità con colori e frecce al computer. Con il passare del tempo i ragazzi hanno cominciato a sbagliare meno, come se il cervello avesse scoperto il trucco del gioco. La risonanza magnetica funzionale, eseguita durante l’esperimento, ha mostrato un aumento di attività della corteccia cingolata anteriore: in caso di difficoltà si attiva senza che l’individuo se ne accorga, per migliorare i riflessi e sfuggire agli errori.
Che rapporto ha con la schizofrenia?
Alcune anomalie strutturali della corteccia potrebbero impedire questo meccanismo e portare a comportamenti anomali. In altre parole, il sistema che dovrebbe segnalare in automatico che qualcosa non va risulta compromesso, e la persona si trova a operare senza uno dei suoi controllori interni.
Perché chi soffre di disturbo ossessivo-compulsivo vede pericoli inesistenti?
Perché, secondo la conclusione degli esperti, in questi casi l’allarme inconscio funziona in eccesso. Il segnale di pericolo arriva anche quando non c’è nulla da segnalare: non è una scelta né un ragionamento sbagliato, è un avviso reale prodotto da un meccanismo tarato troppo in alto. Per questo le rassicurazioni razionali risultano poco efficaci.
Lascia un commento