Perché non si impara automaticamente
L’esperienza non insegna da sola: insegna quando è possibile collegare ciò che si è fatto a ciò che è accaduto.
Negli ambiti in cui il risultato dipende anche dagli altri e dal caso, quel collegamento è debole: si può eseguire bene e perdere, o male e vincere. È il motivo per cui l’apprendimento dall’esperienza in questi contesti è più lento di quanto si supponga.
Ne segue che analizzare l’esito è poco informativo, mentre analizzare il processo (decisioni prese, esecuzione, preparazione) lo è.
È una distinzione che i gruppi tendono a perdere: si analizza a fondo dopo una sconfitta e non si analizza dopo una vittoria, con il risultato che gli errori commessi in una partita vinta restano invisibili.
Come condurre l’analisi
Gli elementi con supporto derivano dalla ricerca sulle revisioni strutturate dopo l’azione.
Una sequenza fissa: cosa doveva accadere, cosa è accaduto, perché, cosa cambiamo. Saltare i primi due passaggi è l’errore più comune.
La separazione dalla valutazione delle persone: dove l’analisi serve a stabilire responsabilità, i resoconti diventano reticenti e non informativi.
La partecipazione di chi ha eseguito, e non solo di chi ha osservato: la maggior parte delle informazioni utili è in possesso di chi era in campo.
Un numero limitato di conclusioni: due o tre azioni verificabili valgono più di un elenco.
Il momento
È la variabile più trascurata.
Subito dopo l’insuccesso l’attivazione emotiva è elevata, e in quelle condizioni l’analisi tende a produrre attribuzioni difensive o autoaccusatorie, entrambe poco utili.
Le revisioni condotte a distanza di qualche giorno risultano più accurate e meno conflittuali.
Fa eccezione il dettaglio tecnico immediato (una correzione su un gesto specifico) che va dato subito perché la traccia è ancora accessibile.
L’attribuzione
È il meccanismo che determina se l’analisi produce ripresa o disinvestimento.
Attribuire l’esito a fattori specifici, modificabili e circoscritti (la preparazione su un aspetto, una scelta tattica, la condizione di quel giorno) è associato a ripresa migliore.
Attribuirlo a caratteristiche stabili e globali di sé (non sono all’altezza) è associato a demotivazione e a peggioramento successivo.
La stessa sconfitta, letta nei due modi, produce esiti opposti. E il modo in cui viene raccontata da chi ha autorità orienta fortemente quale delle due letture prevalga.
Due errori speculari
La negazione: attribuire tutto all’arbitro, al campo, alla sfortuna. Protegge nell’immediato e impedisce qualunque correzione.
La ruminazione: tornare ripetutamente sull’episodio senza produrre conclusioni. Si distingue dall’analisi per un criterio verificabile, l’analisi termina con una decisione, la ruminazione no.
Quando il pensiero su una sconfitta continua senza approdare, la risposta corretta non è pensarci di più.
Domande frequenti
Si impara sempre dalle sconfitte?
No. L’apprendimento richiede di collegare ciò che si è fatto a ciò che è accaduto, e dove il risultato dipende anche dal caso quel collegamento è debole. Conviene analizzare il processo, non l’esito.
Quando conviene analizzare?
A distanza di qualche giorno per la revisione complessiva, subito solo per le correzioni tecniche specifiche, quando il ricordo del gesto è ancora accessibile.
Cosa rende l’analisi controproducente?
La sovrapposizione con la valutazione delle persone, che rende i resoconti reticenti, e l’attribuzione dell’esito a caratteristiche stabili di sé.
Come si distingue l’analisi dalla ruminazione?
L’analisi termina con una decisione, la ruminazione no. Se il pensiero continua senza approdare, la risposta non è pensarci di più.