Sapere, fare e saper-fare: tre livelli distinti
Nella pratica psichiatrica convivono tre dimensioni che è facile confondere. Il sapere è la conoscenza teorica: le nosografie, le classificazioni, i modelli che spiegano che cosa sia un delirio o una depressione. Il fare è l’insieme delle azioni concrete: prescrivere, colloquiare, ricoverare, seguire nel tempo. Il saper-fare, infine, è quella competenza pratica difficilmente formalizzabile che permette al clinico esperto di cogliere in una situazione singola ciò che nessun manuale può dire in anticipo.
Distinguere questi tre piani non è un esercizio accademico. Molti equivoci della psichiatria nascono proprio dal ridurre l’uno all’altro: credere che basti conoscere una teoria per saper curare, o che l’esperienza pratica renda superflua la riflessione teorica. Lanteri-Laura mostra invece che i tre livelli hanno statuti diversi, si alimentano a vicenda ma non si sostituiscono, e che una psichiatria matura deve tenerli insieme senza appiattirli.
Chi era Georges Lanteri-Laura
Georges Lanteri-Laura si trasferì a ventidue anni a Parigi dopo aver conseguito a Nizza una licence in filosofia. Medico e filosofo rimasero i due poli della sua attività e del suo pensiero, un binomio che segna in profondità tutta la sua opera. A Parigi scelse la psichiatria, formandosi negli ospedali storici di Sainte-Anne e Charenton. Concluso l’internato, fu preso come assistente da Georges Daumézon alla prestigiosa “Admission” di Sainte-Anne, il reparto fondato da Valentin Magnan, uno dei luoghi simbolo della psichiatria francese.
Vinse il concorso del médicat: non un posto in un ospedale determinato, come sarebbe accaduto in Italia, ma un concorso nazionale che iscriveva il vincitore a una “lista di attitudine” alla carica di primario, cui le amministrazioni dei manicomi dovevano attingere per legge. Nel 1964 fu così chiamato al manicomio di Stéphansfeld, presso Strasburgo. Nello stesso periodo ricevette l’incarico di insegnare Psicopatologia alla facoltà di Scienze Umane, sulla cattedra che era stata di Charles Blondel, e fu chiamato a insegnare all’École des Hautes Études da Claude Lévi-Strauss in persona. La sua opera consta di diciassette libri e di circa quattrocento lavori tra articoli, editoriali e scritti d’occasione.
Oltre il limite jaspersiano
In Italia la psicopatologia fenomenologica è stata a lungo identificata con l’impostazione di Karl Jaspers, secondo cui il compito del clinico è soprattutto descrivere e “comprendere” il vissuto soggettivo del paziente, distinguendo ciò che è comprensibile per via empatica da ciò che si può solo spiegare causalmente. È un’eredità preziosa, ma può diventare un limite quando irrigidisce la fenomenologia in un puro inventario di esperienze soggettive.
Il contributo di Lanteri-Laura aiuta a superare questo confine. I suoi scritti hanno per oggetto non solo il vissuto del paziente, come avviene di regola, ma anche la struttura stessa della psichiatria come sapere e come istituzione. Introducono quindi a un doppio piano: la psicopatologia, cioè lo studio delle forme dell’esperienza patologica, e l’epistemologia della psichiatria, cioè la riflessione critica su come questa disciplina costruisce i propri oggetti, le proprie categorie e i propri metodi.
Perché serve un’epistemologia della psichiatria
A differenza di altre branche della medicina, la psichiatria non dispone di confini naturali netti tra normale e patologico, né di marcatori biologici univoci per la maggior parte dei suoi quadri. Le sue categorie diagnostiche cambiano nel tempo, riflettono anche fattori storici e culturali, e orientano concretamente il modo in cui le persone vengono comprese e trattate. Per questo la psichiatria ha un bisogno particolare di riflessione epistemologica: interrogarsi su come nascono le sue nozioni, su che cosa le fonda e su quali limiti hanno, non è un lusso filosofico ma una condizione di rigore clinico.
Un’eredità per la clinica di oggi
La lezione di Lanteri-Laura resta attuale in un’epoca in cui la psichiatria oscilla tra la spinta a modelli sempre più standardizzati e la consapevolezza dell’irriducibile singolarità di ogni storia clinica. Tenere insieme sapere, fare e saper-fare significa non sacrificare la competenza pratica all’astrazione dei protocolli, né rinunciare al rigore teorico in nome di un pragmatismo senza pensiero.
Riscoprire questi testi significa anche restituire alla psicopatologia una dimensione riflessiva: non solo classificare i sintomi, ma capire come e perché li classifichiamo così. È un invito, rivolto a psichiatri, psicologi, psicoanalisti e psicoterapeuti, a esercitare uno sguardo critico sui propri strumenti, consapevoli che la qualità della cura dipende anche dalla lucidità con cui si conosce la natura del proprio sapere.
Domande frequenti
Che differenza c’è tra “sapere” e “saper-fare” in psichiatria?
Il “sapere” è la conoscenza teorica (classificazioni, modelli, nosografie); il “saper-fare” è la competenza pratica, difficilmente formalizzabile, che consente al clinico di orientarsi nella singola situazione. Il primo si apprende sui libri, il secondo maturando nell’esperienza clinica.
Chi era Georges Lanteri-Laura?
Uno psichiatra e filosofo francese, formatosi tra filosofia e medicina, primario a Strasburgo e docente di psicopatologia. Autore di diciassette libri e circa quattrocento lavori, ha unito clinica psichiatrica e riflessione epistemologica sulla disciplina.
Cos’è il “limite jaspersiano” della psicopatologia?
È la tendenza a ridurre la psicopatologia fenomenologica alla sola descrizione del vissuto soggettivo del paziente, secondo l’impostazione di Karl Jaspers. Lanteri-Laura aiuta a superarlo, allargando lo sguardo alla struttura stessa del sapere psichiatrico.
Perché la psichiatria ha bisogno di epistemologia?
Perché le sue categorie diagnostiche non hanno confini naturali netti, cambiano nel tempo e orientano concretamente la cura. Riflettere su come nascono e cosa le fonda è una condizione di rigore clinico, non un semplice esercizio filosofico.
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