L’origine
La sandplay therapy nasce negli anni Cinquanta da un’intuizione della psicologa svizzera Dora Kalff, allieva di Jung.
Concepita inizialmente come gioco proiettivo per comprendere le emozioni di bambini con quadri clinici gravi, viene successivamente applicata anche agli adulti: sempre però in forma individuale.
Si fonda sui concetti della psicologia archetipica junghiana e lavora principalmente sul mondo immaginale della persona.
Perché la modalità è importante
Vale la pena capire cosa renda questo strumento diverso da un colloquio.
Rappresentare qualcosa disponendo oggetti nello spazio consente di mostrare configurazioni che non si saprebbero descrivere a parole: distanze, esclusioni, gerarchie, elementi lasciati fuori. È un formato che aggira la necessità di formulare, ed è la ragione per cui funziona particolarmente bene con chi ha difficoltà a verbalizzare, a partire dai bambini.
La variante di gruppo
Lo psicologo analitico Giovanni Gocci, formatosi all’Istituto Jung di Zurigo, ha sviluppato una variante che introduce il gruppo.
Il dispositivo utilizzato è un grande contenitore circolare e girevole, con bordi trasparenti e fondo azzurro, contenente sabbia e numerosi oggetti.
Anche le caratteristiche fisiche hanno un significato: la rotazione consente a ciascuno di vedere la composizione da angolazioni diverse, i bordi trasparenti la rendono osservabile lateralmente. La struttura, in altri termini, è pensata perché nessun punto di vista sia privilegiato.
Il metodo viene applicato ad adulti in assenza di disturbi neurobiologici: una selezione motivata dalla rapidità con cui, secondo l’autore, emergono contenuti non consapevoli.
Come si svolge
Il lavoro si articola in due momenti.
Nel primo i partecipanti rappresentano liberamente, attraverso il gioco, il proprio mondo interiore utilizzando gli oggetti disponibili.
Nel secondo il conduttore accompagna individualmente i partecipanti a rileggere quanto emerso.
Il clima descritto è di condivisione e sospensione del giudizio, elemento che non è accessorio: è precisamente ciò che rende possibile esporre agli altri una rappresentazione di sé.
Cosa viene messo in gioco
Secondo l’autore, nella composizione ciascuno rappresenta aspetti personali ma contribuisce anche a un tema condiviso dal gruppo.
L’elemento più solido dell’impianto è il rispecchiamento: la persona entra in contatto con le proprie risorse, la propria forza interiore, le qualità creative e i propri limiti, così come vengono rimandati dal gruppo oltre che dagli oggetti utilizzati.
È il meccanismo che opera in qualunque lavoro di gruppo ben condotto, indipendentemente dal quadro teorico: vedere la propria situazione riflessa nello sguardo di altri fornisce informazioni che l’autoosservazione non produce.
Sull’uso in azienda
Il testo propone l’applicazione anche a contesti organizzativi: risoluzione di conflitti, coesione dello staff, motivazione, rendimento.
Qui è necessaria una segnalazione esplicita.
Una tecnica che opera su contenuti personali profondi, in un contesto in cui i partecipanti sono colleghi e sottoposti, pone problemi seri: il consenso non è pienamente libero quando l’attività è proposta dal datore di lavoro, e ciò che emerge in quella sede non è protetto dalle stesse tutele di un percorso clinico.
Sono due cornici diverse, e la sovrapposizione tra finalità terapeutiche e obiettivi di produttività è precisamente ciò che va evitato.
Domande frequenti
Cos’è il gioco della sabbia?
Una tecnica psicoterapeutica nata negli anni Cinquanta da Dora Kalff, in cui la persona rappresenta il proprio mondo interiore disponendo oggetti in un contenitore con della sabbia.
Perché funziona diversamente da un colloquio?
Perché disporre oggetti nello spazio permette di mostrare configurazioni (distanze, esclusioni, elementi lasciati fuori) che non si saprebbero descrivere a parole, aggirando la necessità di verbalizzare.
Cosa aggiunge la versione di gruppo?
Il rispecchiamento: limiti e risorse vengono rimandati non solo dagli oggetti ma dagli altri partecipanti. È un meccanismo che opera in qualunque lavoro di gruppo ben condotto.
Può essere usata in azienda?
Va tenuta distinta dall’uso clinico. Una tecnica che opera su contenuti personali profondi tra colleghi pone problemi di consenso e di tutela: la sovrapposizione tra finalità terapeutiche e obiettivi di produttività è da evitare.