Psicologia Clinica e Psicopatologia

Ritmo americano e ritmo giapponese

I suoni della propria lingua veicolano il modo attraverso cui ascoltiamo la musica e i suoni di tutti i codici non verbali. E la conclusione di un gruppo di ricercatori americani e giapponesi: il ritmo della lingua madre influenza profondamente il modo in cui percepiamo il ritmo musicale, tanto che americani e giapponesi raggruppano gli […]

Psicolab — Ritmo americano e ritmo giapponese
I suoni della propria lingua veicolano il modo attraverso cui ascoltiamo la musica e i suoni di tutti i codici non verbali. E la conclusione di un gruppo di ricercatori americani e giapponesi: il ritmo della lingua madre influenza profondamente il modo in cui percepiamo il ritmo musicale, tanto che americani e giapponesi raggruppano gli stessi suoni in modo opposto.

Lo studio: quando la lingua modella l’ascolto

Queste conclusioni provengono da uno studio presentato al Quarto Convegno Congiunto della Societa Americana di Acustica (ASA) e della Societa Giapponese di Acustica (ASJ), conclusosi il 2 dicembre 2006 a Honolulu, Hawaii. John R. Iversen e Aniruddh D. Patel dell’Istituto di Neuroscienze di San Diego e Kengo Ohgushi dell’Universita delle Arti della Citta di Kyoto hanno mostrato che le persone raggruppano i suoni non linguistici secondo precisi criteri percettivi, influenzati dai suoni che sentono e utilizzano nella lingua madre, e secondo criteri ritmici.

Questo evidenzia che la disposizione di alcuni suoni del parlato nella frase influenza la percezione della musica, specialmente il modo in cui si segmentano e raggruppano gli accenti del ritmo.

Universali percettivi o prodotti culturali?

Gia Carolyn Drake e Daisy Bertrand scoprirono che la percezione della successione temporale dei suoni avviene secondo criteri cognitivi precisi, grazie ai quali il continuum temporale musicale viene scomposto e ricomposto costantemente dal cervello (Drake, C., Bertrand, D., 2001). Nel loro studio pero si sostenne l’esistenza di alcuni universali temporali percettivi, indipendenti dalla cultura di appartenenza, e in grado di determinare universalmente il modo in cui gli esseri umani percepiscono la melodia e il ritmo. Fra questi, Drake e Bertrand ne indicarono in tutto quattro, fra cui due modelli che vengono confermati dal nuovo studio: la segmentazione e il raggruppamento (Bertirotti A., 2003).

Secondo Iversen, Patel e Ohgushi pero l’universalita e riferibile solo al pattern, il modello, e non ai contenuti del processo, che dipendono invece dalla cultura di appartenenza.

I modelli di raggruppamento dei suoni

Le ricerche hanno mostrato che ogni ascoltatore tende, indipendentemente dalla cultura di appartenenza, a raggruppare i suoni secondo alcuni criteri. Uno di essi e il modello forte-piano/piano-forte, oppure corto-lungo/lungo-corto. Nella musica occidentale, e non solo, venne stabilito alcuni secoli fa un principio fondamentale: quello secondo cui all’inizio di qualsiasi gruppo di suoni (battuta), oppure dell’intera composizione musicale, si deve presentare un accento piu forte (mf) degli altri, mentre un suono prolungato ha il compito di indicare il termine della battuta o dell’intero pezzo.

Questi due principi sembrano essere universali, ossia processi cognitivi tipici dell’essere umano in quanto tale e non dipendenti dalla cultura di appartenenza, proprio perche strettamente legati alla ritmicita sia del parlato che della musica. Secondo i nostri autori, questa presunta universalita e pero solo sviluppabile all’interno di uno specifico spazio geografico culturale, come ad esempio le Americhe, il mondo olandese e quello francese. I ricercatori suggeriscono infatti che l’universale temporale percettivo del “suono piu lungo al termine della frase musicale” possa essere un mero sottoprodotto della lingua inglese e di altre lingue occidentali.

L’esperimento: americani e giapponesi a confronto

Nel loro esperimento, Iversen, Patel e Ohgushi hanno coinvolto individui di madrelingua anglo-americana e giapponese che, dopo l’ascolto di una successione di suoni, hanno ricevuto il compito di raggrupparli secondo il criterio forte-piano. I due gruppi hanno mostrato una notevole differenza nella valutazione del forte-piano quando questa dipendeva dalla durata nel tempo dei suoni.

Gli ascoltatori americani si sono mostrati particolarmente disposti ad associare la percezione del forte-piano in corrispondenza di una durata piu corta del suono stesso, mentre il gruppo giapponese ha percepito questa differenza di intensita, anche se con molta variabilita, in corrispondenza di una durata piu lunga del suono.

L’analisi delle canzoni

Nel tentare di fornire una plausibile interpretazione dell’esistenza di queste differenze, un’importante indicazione puo essere rintracciata nella modalita attraverso cui le due culture percepiscono l’inizio di figurazioni ritmiche. Per verificare cio, i ricercatori hanno esaminato 50 canzoni americane e 50 canzoni giapponesi, evidenziando per ciascun inizio di frase musicale la durata della prima nota rispetto alla seconda. Inoltre, hanno contato il numero delle frasi musicali che iniziavano con il modello corto-lungo e si sviluppavano verso il modello lungo-corto, oppure verso un ulteriore modello di equilibrio.

Si e scoperto che nel caso delle canzoni americane gli inizi di frase musicale non sono vincolati al modello corto-lungo, mentre nel caso di quelle giapponesi il modello lungo-corto e presente in percentuale assai maggiore.

La radice linguistica della differenza

Una fra le differenze acustiche fondamentali fra la lingua inglese e quella giapponese e proprio l’ordine delle parole all’interno delle frasi. Nell’inglese, le frasi iniziano con preposizioni, articoli e particelle corte nel suono, seguite dai sostantivi, verbi e aggettivi, suoni appunto piu lunghi. Nel linguaggio parlato inglese, la funzione declinante di queste parole, quelle corte e con un accento piu debole, e ridotta rispetto ai sostantivi e ai verbi.

Nella lingua giapponese invece, le parole declinanti la sintassi sono situate al termine della frase. Ad esempio, la frase inglese John gave a book to Mari e tradotta in giapponese John san-ga Mari-san-ni hon-wo agemashita, dove ga, ni e wo sono particelle declinanti che indicano John come soggetto (ga), Mari complemento indiretto (ni) e il libro (hon) complemento oggetto (wo).

Questa diversa disposizione spaziale delle particelle declinanti all’interno della frase pone le due lingue in opposizione ritmica fra loro e determina, secondo i ricercatori, un analogo raggruppamento ritmico dei suoni. Mentre il giapponese segue il modello lungo-corto/forte-debole, l’inglese segue tendenzialmente il modello corto-lungo/forte-debole. Questi criteri percettivo-grammaticali, poiche quotidianamente frequentati durante il parlato, si ritrovano sia nelle musiche che nella lingua e veicolano la percezione del ritmo in entrambi i codici di comunicazione.

Musica e linguaggio: due codici piu vicini di quanto sembri

Secondo i ricercatori, in un prossimo futuro sara possibile prevedere come gli individui siano in grado di percepire il ritmo di una canzone in base alla frequentazione dei modelli ritmici presenti nella lingua. Musica e linguaggio, dunque, sempre piu vicini, anche se spesso didatticamente lontani. Questa scoperta apre prospettive interessanti sia per le neuroscienze cognitive sia per la comprensione di come la cultura modelli le nostre facolta percettive apparentemente piu “naturali”.

Domande frequenti

La lingua madre influenza il modo in cui percepiamo la musica?

Si. Lo studio di Iversen, Patel e Ohgushi dimostra che il ritmo della lingua madre influenza il modo in cui raggruppiamo e segmentiamo gli accenti musicali. Americani e giapponesi, ascoltando la stessa successione di suoni, la raggruppano secondo modelli ritmici opposti che rispecchiano la struttura ritmica della loro lingua.

Qual e la differenza tra ritmo americano e ritmo giapponese?

Gli ascoltatori anglo-americani tendono ad associare l’accento forte a suoni piu corti (modello corto-lungo), mentre i giapponesi lo associano a suoni piu lunghi (modello lungo-corto). Questa opposizione deriva dalla diversa posizione delle particelle grammaticali nelle due lingue: all’inizio della frase in inglese, alla fine in giapponese.

Esistono universali nella percezione del ritmo?

Secondo lo studio, l’universalita riguarda solo il pattern, cioe il fatto che tutti gli esseri umani raggruppano e segmentano i suoni, ma non i contenuti specifici del processo, che dipendono invece dalla cultura di appartenenza. Alcuni presunti universali percettivi potrebbero essere in realta sottoprodotti di specifiche lingue occidentali.

Il ritmo con cui percepiamo la musica non e un fatto puramente naturale, ma e modellato dalla struttura ritmica della nostra lingua madre. Lo studio dimostra che americani e giapponesi raggruppano gli stessi suoni in modo opposto (corto-lungo contro lungo-corto), in linea con la diversa posizione delle particelle grammaticali nelle due lingue. Cio suggerisce che alcuni presunti universali percettivi siano in realta prodotti culturali, e conferma quanto musica e linguaggio siano codici cognitivi profondamente interconnessi.
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