Psicologia Clinica e Psicopatologia

La Resilienza per la Ripresa dopo un Evento traumatico

Dopo un evento traumatico non esistono reazioni giuste e sbagliate, e classificare le persone in chi si rialza e chi no è il modo più rapido per fare danno. Su cosa aiuta davvero, però, esistono dati precisi. Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione professionale. Se i sintomi persistono oltre un mese o compromettono il funzionamento […]

Psicolab — La Resilienza per la Ripresa dopo un Evento traumatico
Dopo un evento traumatico non esistono reazioni giuste e sbagliate, e classificare le persone in chi si rialza e chi no è il modo più rapido per fare danno. Su cosa aiuta davvero, però, esistono dati precisi.
Articolo divulgativo, non sostituisce una valutazione professionale. Se i sintomi persistono oltre un mese o compromettono il funzionamento quotidiano, il riferimento è il medico di base o uno psicologo. In caso di crisi: 112, Telefono Amico 02 2327 2327.

Cosa succede davvero dopo un trauma

Il dato più importante, e il più rassicurante, è quantitativo.

Le reazioni intense nei giorni successivi a un evento grave (intrusioni, ipervigilanza, disturbi del sonno, ottundimento) sono normali e frequenti. Non sono sintomi di un disturbo: sono la risposta ordinaria a una situazione straordinaria.

Nella maggior parte delle persone questi fenomeni si attenuano spontaneamente nell’arco di settimane. Il disturbo da stress post-traumatico si sviluppa in una minoranza di chi è esposto a eventi traumatici.

Le traiettorie individuate dagli studi longitudinali sono più d’una: recupero graduale, resilienza con sintomi lievi fin dall’inizio, insorgenza ritardata, e decorso cronico. La più frequente, in molti studi, è quella con sintomi contenuti e stabili.

Ne segue una precisazione sul modo di descrivere le persone: non esistono un gruppo di forti e uno di deboli. La stessa persona mostra traiettorie diverse a seconda dell’evento, del momento e (soprattutto) di ciò che ha attorno.

Cosa determina la traiettoria

I fattori documentati sono in larga parte situazionali, non caratteriali.

  • La gravità e la durata dell’esposizione, e in particolare se l’evento è stato provocato intenzionalmente da altri.
  • Il sostegno sociale ricevuto dopo, che è il predittore più consistente e agisce soprattutto in negativo: la sua assenza pesa più della sua presenza.
  • Gli stress successivi (problemi economici, legali, sanitari) che spesso prolungano la sofferenza più dell’evento originario.
  • La presenza di difficoltà psicologiche precedenti.
  • La dissociazione durante l’evento e il senso di colpa dopo.

È la ragione per cui insistere sulla resilienza come qualità individuale è fuorviante: chi non recupera ha spesso avuto meno risorse, non meno carattere.

Cosa aiuta, e cosa no

Qui la ricerca offre indicazioni operative, e alcune sono controintuitive.

Nell’immediato, ciò che è raccomandato è il primo soccorso psicologico: garantire sicurezza, bisogni pratici, informazioni accurate, contatto con le persone care, e ascolto senza forzare il racconto.

Ciò che invece è sconsigliato è il debriefing psicologico a sessione singola, cioè far raccontare in dettaglio l’accaduto poco dopo l’evento a tutti gli esposti. Le revisioni non ne hanno mostrato benefici, e alcuni studi hanno rilevato esiti peggiori in chi lo riceveva. Non è più raccomandato come intervento universale.

Va precisato il principio che ne deriva: non tutti hanno bisogno di un intervento, e proporlo a chiunque può interferire con il recupero spontaneo. Il monitoraggio nel tempo, con intervento mirato a chi mostra sintomi persistenti, è la strategia oggi raccomandata.

Quando i sintomi persistono, esistono trattamenti con evidenze solide: le terapie cognitivo-comportamentali focalizzate sul trauma e l’EMDR, quest’ultimo con supporto consolidato specificamente per il disturbo post-traumatico.

Sulla crescita post-traumatica

La formula secondo cui si esce “più forti e migliori di prima” merita una verifica.

La crescita riferita dalle persone è misurata quasi sempre chiedendo quanto si ritiene di essere cambiati. Le poche ricerche che hanno confrontato misure raccolte prima e dopo l’evento non hanno confermato quel cambiamento.

Ne segue che la sensazione di essere cresciuti è reale e ha un valore proprio (aiuta a dare senso) ma non equivale a un miglioramento oggettivo, e non va usata come aspettativa.

Va detto il rovescio, perché conta: comunicare a chi ha subito un trauma che dovrebbe uscirne migliorato aggiunge un compito a chi sta già facendo abbastanza. In media, le avversità gravi sono associate a esiti peggiori, non migliori.

Domande frequenti

Le reazioni intense dopo un trauma sono un disturbo?

No: nei giorni successivi sono normali e frequenti, e nella maggior parte delle persone si attenuano spontaneamente in settimane.

Cosa determina il recupero?

Soprattutto fattori situazionali: gravita dell’esposizione, sostegno sociale ricevuto dopo, stress successivi. Non tratti di carattere.

Conviene far raccontare subito l’accaduto?

No come intervento generalizzato: il debriefing a sessione singola non ha mostrato benefici e in alcuni studi ha peggiorato gli esiti. Meglio sicurezza, bisogni pratici e ascolto non forzato.

Il trauma rende piu forti?

In media no. La crescita riferita e un giudizio retrospettivo che le misure prima-dopo non confermano, e attenderla aggiunge un compito a chi gia sta male.

Dopo un evento traumatico le reazioni intense sono normali e si attenuano da sole nella maggior parte dei casi: il disturbo riguarda una minoranza. Cio che determina la traiettoria e in larga parte situazionale (esposizione, sostegno ricevuto, stress successivi) non caratteriale. Far raccontare subito l’accaduto a tutti non aiuta e puo nuocere: servono sicurezza, bisogni pratici e monitoraggio, con trattamenti mirati se i sintomi persistono. E nessuno deve uscirne migliorato.
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