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Regole relative agli schemi di codifica

Uno schema di codifica trasforma il comportamento osservato in dati. Per farlo senza distorcerlo servono tre regole nella costruzione e una scelta cruciale nell’applicazione: contare gli eventi, oppure gli intervalli di tempo. Le tre regole di costruzione La prima è l’omogeneità delle categorie: devono collocarsi tutte allo stesso livello di descrizione. Mescolare una categoria molto […]

Psicolab — Regole relative agli schemi di codifica
Uno schema di codifica trasforma il comportamento osservato in dati. Per farlo senza distorcerlo servono tre regole nella costruzione e una scelta cruciale nell’applicazione: contare gli eventi, oppure gli intervalli di tempo.

Le tre regole di costruzione

La prima è l’omogeneità delle categorie: devono collocarsi tutte allo stesso livello di descrizione. Mescolare una categoria molto generale con una molto specifica produce uno schema che, di fatto, non misura una sola dimensione.

La seconda è la distinzione delle categorie: devono essere riconoscibili l’una dall’altra, in modo da facilitare la decisione su quale applicare. Se due categorie si sovrappongono, l’osservatore deve scegliere, e la sua scelta introduce esattamente quell’arbitrio che lo schema doveva eliminare.

La terza è l’operazionalità delle categorie: devono servire a cogliere comportamenti reali. La nozione categoriale va trasformata in comportamenti osservabili. Una categoria come “aggressività” non è codificabile; “colpisce un compagno” lo è.

L’applicazione: la strategia di campionamento

Costruito lo schema, resta da decidere che cosa campionare. Le opzioni sono due, e producono dati diversi.

Registrazione per eventi

Si codifica il comportamento in sé: ogni volta che si verifica, viene annotato. Il risultato è la misura della frequenza di ciascun comportamento. È la strategia più semplice, e risponde alla domanda “quante volte è successo”.

Registrazione per intervalli

Si codifica invece l’intervallo di tempo in cui il comportamento si verifica. Il tempo di osservazione viene diviso in unità temporali, e ogni intervallo conterrà la categoria relativa a ciò che si è verificato al suo interno.

Questa strategia fornisce di più: oltre alla frequenza, restituisce la sequenza, e all’occorrenza la durata. Permette dunque di rispondere non solo a “quante volte”, ma anche a “in che ordine” e “per quanto”. È l’unica adatta quando l’oggetto di studio è l’interazione, perché in una relazione ciò che conta non è il numero di comportamenti ma il modo in cui si susseguono.

Perché la scelta viene prima dei dati

Va sottolineato che la strategia di campionamento non è un dettaglio tecnico da definire durante l’osservazione. Determina quali domande i dati potranno ricevere risposta, e quali resteranno per sempre senza. Un archivio di frequenze, per quanto ricco, non potrà mai dire nulla sulla sequenza degli eventi: quell’informazione non è stata raccolta, e nessuna analisi potrà recuperarla dopo.

Domande frequenti

Quali sono le tre regole di costruzione di uno schema di codifica?

Omogeneità delle categorie, che devono stare allo stesso livello di descrizione; distinzione, perché siano chiaramente riconoscibili l’una dall’altra; operazionalità, cioè la traduzione della nozione categoriale in comportamenti reali e osservabili.

Che cos’è la registrazione per eventi?

Una strategia di campionamento in cui si codifica il comportamento in sé, ogni volta che compare. Fornisce la misura della frequenza di ciascun comportamento.

Che cosa aggiunge la registrazione per intervalli?

Divide il tempo di osservazione in unità temporali e annota che cosa si è verificato in ciascuna. Oltre alla frequenza restituisce la sequenza dei comportamenti, ed eventualmente la loro durata.

Perché la scelta della strategia è così importante?

Perché determina in anticipo quali domande i dati potranno soddisfare. La sequenza degli eventi, se non è stata registrata, non può essere ricostruita in fase di analisi.

Uno schema di codifica riesce se le sue categorie stanno sullo stesso piano, non si sovrappongono e nominano comportamenti che si possono vedere. Ma la decisione che pesa di più viene prima: campionare gli eventi dà la frequenza, campionare gli intervalli dà anche la sequenza. Ed è la sequenza, non il conteggio, a raccontare un’interazione.
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